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Cartolina. Perturbazione stabile

Il commercio internazionale non esprime certo la sua forma migliore, quella che l’ha portato dal 35 al 60 per cento del pil mondiale fra la metà degli anni ’80 del XX secolo e la metà degli anni Dieci del XXI, ma gode tutto sommato – e c’è molto da sommare – di una buona salute. I teorici – e i pratici – della de-globalizzazione dovranno farci i conti. Le previsioni per gli anni a venire lasciano indovinare una certa stabilità. Niente faville, ma neanche crolli. A meno di catastrofi imprevedibili, ovviamente. Rimane, strisciante, infatti, una certa perturbazione, che si indovina nei discorsi di fastidio che si ascoltano da parte dei tanti che vedono ancora l’internazionalizzazione come un disturbo della loro quiete, salvo poi postare il loro scontento sui social col loro smartphone prodotto chissà dove. La stabilità, costantemente perturbata, del commercio internazionale, trova il suo rovescio nella perturbazione stabile di queste persone. Sempre più numerose.

Cartolina. La globalizzazione umana

La globalizzazione di cui non si parla, perché spaventa le nostre opinioni pubbliche che purtroppo invecchiano male, è quella delle persone, che è antica quanto il mondo. Siamo migranti da quando abbiamo iniziato a camminare in posizione eretta, e nel nostro muoverci abbiamo sviluppato la nostra storia e noi stessi. L’espansione dell’umanità è innanzitutto una storia migratoria di successo. Anche oggi è così, solo che rimane in ombra l’enorme contributo che la migrazione dà alle nostre società malgrado il costante levarsi di muri costruiti sulle paure, sapientemente coltivate, di chi non vuole vedere la realtà. Che invece è chiarissima: negli ultimi tre anni la partecipazione al lavoro dei “foreign born”, come li chiama il Fmi, è cresciuta moltissimo in Europa e negli Usa, a differenza di quella degli indigeni, che sono sempre meno e sempre più vecchi. A fronte di ciò abbiamo mercati del lavoro vibranti, retribuzioni che stanno crescendo, produzione resiliente, malgrado tutti i disastri che ci sono capitati. La globalizzazione degli uomini, insomma, ha staccato il suo dividendo alle nostre società ingrate. Lo ha sempre fatto.

Cartolina. The others, 2

Nel lento e inesorabile declino del peso (economico) specifico dei paesi più ricchi nella produzione globale, che fotografa innanzitutto il loro declino demografico, diventa ovviamente sempre più ampio il contributo dei paesi emergenti, alcuni dei quali neanche sappiamo esattamente chi siano, perché la statistica li raggruppa. Singolarmente pesano poco, ma messi insieme colorano l’istogramma verde, sul grafico sopra, che fra poco eguaglierà quello blu dei paesi avanzati, i quali peraltro sono già stati superati dalla sola Cina, a sua volta superata dagli emergenti in seno al G20. Tanti paesi poveri, quindi, sono sempre meno poveri, mentre pochi paesi ricchi diventano sempre meno ricchi. La storia ci dirà l’esito di questa nuova rivoluzione.

Cartolina. Rischiatutto

Poiché grandi rischi nascondono grandi opportunità, non dovremmo stupirci nell’osservare che chi rischia moltissimo, prestando denaro nel settore del private equity in vent’anni abbia visto decuplicare l’indice dei propri rendimenti, cioè due volte quanto accaduto all’indice riferito all’S&P500. Detto diversamente, chi ha prestato i soldi fuori dai mercati regolamentati, quindi assumendosi un notevole rischio di controparte senza alcuna forma di paracadute – tipo l’autorità di borsa – alla fine ha celebrato a champagne. Sempre che sia riuscito a riavere i suoi investimenti indietro, ovviamente. I mercati finanziari di oggi offrono enormi opportunità per chi vuole giocare al magico gioco del denaro facile, che si perde ancora più facilmente. Non è certo una novità. E’ una novità semmai che sia diventato un gioco popolare e aperto a tutti, e ormai da un bel po’. Il gioco era conosciutissimo anche decenni fa. Piaceva molto anche ai più piccoli, che lo guardavano in tv. Si chiamava Rischiatutto.

Cartolina. Gli sbancati

La vera domanda non è tanto come sia possibile che nell’Eurozona, che è una delle regioni più ricche al mondo, un adulto su cinque dichiari di non aver carte né conti di pagamento. La domanda davvero importante è come facciano. Vivere senza mezzi di pagamento bancari, nel XXI secolo in Europa, avendo a che fare con la burocrazia del XXI secolo, che raccoglie dati come una formica impazzita su ogni nostro movimento (anche bancario), somiglia a una straordinaria corsa a ostacoli. Eppure costoro riescono. E sono pure tanti. Sono la vera sorpresa della nostra cronaca. Gli irriducibili del contante. I teorici (e pratici) del soldo sotto al materasso o nell’intercapedine del muro. Una storia che è già un film. Il titolo è già pronto: gli sbancati.

Cartolina. The others

Fra le tante informazioni più o meno notevoli che ci comunicano le statistiche sulle posizioni nette degli investimenti internazionali diffuse dalla Bis, due in particolare vale la pena sottolineare. La prima è il deficit statunitense, che pure se in miglioramento, è l’evento più rilevante dell’ultimo ventennio, e rappresenta la gran parte del totale del deficit complessivo. La seconda, sul lato degli attivi, che a tale deficit corrisponda un credito da parte di Cina, Giappone e Germania che non arriva a un terzo. Il resto appartiene ad altri. Su chi siano questi “others”, come li definisce la tabella. Si accettano scommesse.

Cartolina. Stringere la cinghia

Anche i ricchi stringono la cinghia, a dar retta a una recente indagine della Bce, quando i prezzi mordono più del dovuto, come è successo nell’ultimo biennio. Sicché mentre sembra del tutto naturale che le famiglie che hanno vincoli di bilancio per oltre la metà del campione abbiano cercato prezzi più convenienti, sorprende un po’ che abbia fatto la stessa cosa il 40 per cento di quelli che questi vincoli non li hanno. Nulla di strano che quasi il 40 per cento delle famiglie meno capienti si accontentino di beni di qualità inferiore, ma perché mai, avendo la possibilità di non farlo, si comporta allo stesso modo il 25 per cento di chi questi problemi di capienza non li ha? Soprattutto rimane misteriosa la ragione per la quale solo poco più del 10 per cento delle famiglie con vincoli di bilancio ha avuto un aumento, mentre quelle che non hanno vincoli sono quasi il doppio. Anche i benestanti stringono la cinghia, insomma. Ma sempre un buco di meno. A volte due.

Cartolina. United African Emirates

Molto opportunamente Bloomberg ci ricorda la posizione di rilievo che gli Emirati Arabi Uniti – UAE – hanno assunto come investitori nelle terre d’Africa, e in particolare nella zona del Corno d’Africa per loro così importante e nell’Egitto, ma anche in Marocco, Kenya e Sud Africa, dopo che i giganti asiatici e occidentali hanno iniziato a fare le valigie. Non solo la natura ha orrore del vuoto, ma anche l’investimento estero. Specie in un paese come l’Africa che ha bisogno di tutto, pur non mancando di niente, e quindi di tutti, pure se nessuno sembra sforzarsi più di tanto. Salvo il mondo arabo, a quanto pare, nelle sue infinite (ma comunque capienti) sfumature. L’Africa di domani dipenderà anche dai capitali di oggi, ovviamente. E dovremmo sempre ricordare che il capitale non viaggia mai da solo. Porta storia, cultura e solidi interessi. Quindi il capitale di oggi disegnerà anche il volto dell’Africa di domani. E non sembra somiglierà al nostro.

Cartolina. La fine del lavoro (domestico)

Ci sono voluti 100 anni, dall’inizio del secolo scorso, per ridurre a 15 ore a settimana, dalla sessantina che erano prima, le ore che bisognava dedicare al lavoro domestico negli Stati Uniti. Il calo ha progressivamente rallentato lungo gli anni ’80 fino ad arrivare a una sorta di plateau negli anni ’90, quando si è stabilizzato in una quindicina di ore settimanali. Le famiglie americane sono ampiamente dotate di aspirapolveri, lavatrici, lavapiatti, asciugatrici, frigoriferi e forni a microonde, che fanno tutta la fatica per loro. La fine del lavoro domestico, definitivamente appaltato ai robot, appare adesso davanti ai nostri occhi come una concreta possibilità. E per fortuna. Perché dovremo lavorare parecchio, altrove, per pagare tutta questa roba.

Cartolina. L’ultima giapponese

La guerra dei tassi è finita davvero allora, se anche l’ultima grande combattente, ovviamente giapponese, rimasta da sola a difendere i tassi negativi, ha deciso di deporre il bazooka e di affidarsi alle forze elementali del mercato, per le quali un tasso di interesse sotto zero è un puro non senso economico. Certo, la resa non è incondizionata. I tassi “salgono” allo 0% e basta. Però il governatore ha fatto capire che dovrebbero anche smetterla di praticare il controllo dei rendimenti e magari anche l’acquisto di attivi rischiosi che in questi anni di diluvio monetario hanno condotto il bilancio della banca centrale giapponese a superare il pil. Insomma, la guerra è davvero finita. Non c’è nulla di strano che proprio adesso che le altre banche centrali annunciano politiche più rilassate sui tassi di interessi, quella giapponese faccia capire di prendere una direzione opposta. Le ultime, com’è noto, saranno sempre le prime.