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Cartolina. Restrizioni

Wikipedia, alla voce “Restrizioni”: “Riduzione coercitiva di un diritto. (Senso figurato) contenersi, frenarsi oppure rinunciare a qualcosa. Esempio: l’ascesi etica perfetta richiede alcune restrizioni”. Enciclodia Treccani on line: “L’azione di restringere, il fatto di restringersi o di venire ristretto, e l’effetto stesso che ne consegue, quasi esclusivamente nei significati figurati: restrizione dei consumi, delle spese, del credito; come limitazione di una facoltà, di un diritto”. Dizionario etimologico on line: “Stringere e propriamente trarre addietro. L’atto di limitare una cosa a più stretti confini”. La cronaca: le restrizioni commerciali, nel mondo, sono in costante aumento.

Cartolina. La febbre dell’oro

Chi osserva i trend di lungo periodo, meraviglioso passatempo dei filosofi sociali, sarà stupito nello scoprire che la febbre dell’oro, dalla quale il mondo sembrava essere gradualmente guarito dalla fine degli anni Sessanta, è di nuovo fra noi. Da quando è cominciato il nuovo secolo la febbre è ripartita. In barba a Internet, alle valute digitali o elettroniche, la smaterializzazione di ogni cosa, il “barbaric relic” che già Keynes sfotteva cent’anni fa è tornato di gran moda. C’è sicuramente qualcosa di istruttivo in questo eterno ritorno dell’eguale, che però mi sfugge. Nel dubbio corro a comprare un doblone.

Cartolina. Il costo della rarità

Ancora nel 2030 la Cina sarà la prima raffinatrice al mondo di terre rare, ossia quel vasto assortimento di materie prime che servono praticamente a tutto ciò che di tecnologico ci circonda: dagli smartphone alle tv fino ai sistemi di difesa. Non è una novità, si sa da tempo che Pechino primeggia in questa ed altre industrie di frontiera della nostra modernità – il caso delle auto elettriche è forse quello più conosciuto – e che è riuscita ad ottenere una posizione di primo piano grazie a un sapiente lavoro di programmazione, investimenti e sussidi vari. Ora il fatto non è tanto che i cinesi abbiano avuto la vista lunga, ma che noi l’abbiamo avuta corta. Solo di recente l’Europa ha varato alcuni programmi per provare a minimizzare i rischi che derivano dal dipendere da un unico fornitore. Ci siamo passati col gas russo, ci ripasseremo con le terre rare cinesi. Ma, come abbiamo imparato dopo la guerra ucraina, serve tempo per trovare soluzioni alternative. E nel caso delle terre rare, servono anche alternative, che sono molto scarse. Quindi nel tempo che servirà all’Europa per trovare soluzioni capaci di minimizzare i rischi da fornitore unico, dovremo continuare a pagare il costo della rarità. Delle Terre cinesi. Ma anche dei nostri buoni principi.

Cartolina. Oro rosso

Qualunque cosa guideremo, guarderemo, useremo come supporto elettronico, avrà bisogno di rame, e questo il mercato lo sa bene. Non è un caso che il rame sia l’unico minerale fra i tanti che interessano la nostra transizione energetica, che l’anno scorso abbia visto prezzi in crescita, come ci fa notare l’IEA. Che si vada a benzina o a batteria, il rame comunque ci sarà, nella nostra automobile di domani. Perciò se avessimo un minimo di capacità di programmazione, nell’epoca in cui da più parti si sottolinea il revival delle politica industriale, dovremmo quantomeno informarci. Scopriremo che quasi la metà della produzione di rame grezzo arriva da tre paesi, e quasi metà della capacità di raffinazione arriva dalla Cina. Dopodiché possiamo pure mettere tutti i dazi che vogliamo per tentare di pareggiare lo svantaggio competitivo. Comunque sia il rame, grezzo e raffinato, dovremo acquistarlo dall’estero.

Cartolina. Diseguaglianze mortali

Fra le tante informazioni interessanti che trovo sfogliando l’ultimo rapporto annuale Istat, vi propongo quella sui dati di mortalità che trovate riepilogata sopra. Non perché la morte sia un fatto interessante, ma perché il modo in cui si muore racconta la vita di una società. L’ordinata del grafico misura il numero di decessi per 10 mila abitanti e poiché i dati si fermano al 2021, la componente Covid (istogramma viola) è ancora molto rilevante. Nel 2021 la mortalità era di 28,9 persone per ogni 10 mila residenti, e il dato che salta all’occhio è che 11,7 di queste 28,9 persone (abbiate pazienza per la statistica che decimalizza) muoiono di tumore. Se mettiamo le malattie cardiovascolari (5,2) e respiratorie (1,1), il totale fa 18. Quindi due terzi dei decessi dipendono da malattie non trasmissibili, che in qualche modo coinvolgono anche lo stile di vita. Nel grafico si osserva anche altro. La mortalità, ad esempio, è cresciuta molto più al centro e al Sud che al Nord. E a Sud risalta notevolmente il dato di Napoli, dove il dato delle morti di tumore è più alto che altrove e anche quello dei decessi per malattie cardiovascolari. Non vengono fornite spiegazioni per questa particolarità napoletana. Ma ecco la scoperta: la diseguaglianza non riguarda solo i redditi o la ricchezza. C’è anche dell’altro, sotto il nostro cielo.

Cartolina. Gioventù digitale

Guardo e riguardo la tabella che Istat ha compilato osservando lo stile di vita dei nostri giovani, i nostri nativi digitali. Li scopro più a rischio di eccesso di peso, più votati al consumo occasionale di alcol, sempre meno interessati alla vita sociale e politica. Sono forti con i computer – e vorrei vedere – e ormai comprano molte cose on line, stanno parecchio sui social ma non mangiano benissimo: meno del 15 per cento mangia le canoniche quattro porzioni di frutta e verdura raccomandate dai medici, pure se si è ridotto il consumo di bevande gassate, e fanno colazioni alquanto povere. Molti non la fanno proprio. In compenso si fuma di meno. Almeno le sigarette di tabacco, Perché dal 2020 si è diffuso l’utilizzo di sigarette elettroniche. Fanno anche un po’ più di sport con continuità, rispetto ai giovani di vent’anni fa e si ritengono più soddisfatti. Nel 2023 oltre la metà di loro esprime un voto fra 8 e 10 per la vita nel suo complesso. Bisogna capirli. Saranno pure digitali. Ma rimangono giovani.

Le inflazioni europee non sono tutte uguali. E questo complica il lavoro della Bce

Può sembrare banale ricordarlo, ma repetita juvant, come dicevano gli antichi: i paesi europei sono ancora notevolmente diversi quanto a costituzione economica, stante la ancora persistente provvisorietà del quadro istituzionale che ancora caratterizza l’Unione Europea. Tale debolezza, che corrisponde a una crescita asfittica, si riflette anche nel comportamento molto diverso che le principali economie europee hanno mostrato durante lo shock inflazionistico, che l’Istat, nel suo rapporto annuale, ci consente di apprezzare (grafico sopra).

In Italia, per restare al nostro paese, si è avuto un’inflazione più violenta – con un picco del 12,6% fra ottobre e novembre del 2022 – e una disinflazione, in compenso, più rapida, con l’indice armonizzato dei prezzi al consumo sceso sotto il 2%. La grande protagonista di questo comportamento è stata la bolletta energetica, che in Italia pesa più che altrove. Ma anche i beni alimentari, che ancora a dicembre 2023 risultavano in crescita del 5%, hanno avuto la loro quota di responsabilità. Circostanza che certo non stupisce chi abbia un minimo approfondito le ragioni dietro la crescita dei beni alimentari e il notevole contributo che ad essi apporta l’andamento dei beni energetici. Anche in Italia, come altrove, la componente dei servizi ha mostrato un andamento più lento nel processo di disinflazione.

Ovviamente gli andamenti inflazionistici molto diversi hanno generato effetti altrettanto differenti in tutte le economie europee, sia per le imprese che per i lavoratori. Limitandoci al caso italiano, si osserva ad esempio un andamento delle retribuzioni di gran lunga inferiore a quello inflazionistico, con una notevole caduta del potere d’acquisto.

Tutto ciò rende evidente la difficoltà che deve affrontare la banca centrale per effettuare manovre di politiche monetarie efficaci in economie così diverse. E’ chiaro che la manovra sui tassi di interesse, che insieme a quella del bilancio per l’acquisto o la vendita di titoli, ha effetti che replicano la frammentazione del tessuto economico europeo.

Questo spiega perché la Bce appaia a volta esitante o esibisca una certa tendenza al temporeggiamento. Se è difficile per la Fed far politica monetaria, in un paese che è profondamenti unificato, per la Bce è un esercizio di equilibrismo. Ad alto rischio di inciampo.

Cartolina. Il migrante ignoto

Mai lo stridore fra la ragione politica e quella economica è evidente come quando si parla di immigrati. Il fatto che non esista discorso pubblico capace di sanare questo conflitto ci conferma come purtroppo i pregiudizi sono più forti di ogni ragionamento. Nessuno convincerà una persona che non vuole immigrazione che invece gli immigrati portano ricchezza, e non solo economica. Neanche quando questa persona soffrirà i disagi derivanti dalla mancanza di nuove energie in una società esausta, che non fa nascere più nessuno. Quindi pubblicare i dati che dimostrano il rilevante contributo che l’immigrazione ha dato ai nostri mercati del lavoro non serve praticamente a nient’altro che a tributare a questi misteriosi migranti quel riconoscimento che la nostra società , opulenta e depressa, non è in grado di dar loro. Ai migranti ignoti.

L’inesorabile declino dei redditi netti da capitale in Italia

Vale la pena osservare, visto quanto poco se ne parla malgrado sia un piccolo fatto storico, che l’anno scorso per la prima volta dal 2015 l’Italia ha avuto un saldo netto negativo dei redditi primari della bilancia dei pagamenti.

Malgrado la definizione esoterica, si tratta di una variabile molto semplice da comprendere: in sostanza il saldo misura la somma algebrica degli scambi di denaro che derivano dalla remunerazione dei fattori produttivi, ossia capitale e lavoro, fra i soggetti che risiedono in Italia e quelli che vivono all’estero. Ne fanno parte, ad esempio, gli interessi obbligazionari che gli italiani incassano dai loro investimenti esteri e quelli che i debitori obbligazionari italiani pagano agli investitori esteri.

Nel 2023 questo saldo è arrivato in territorio negativo (linea nera grafico sopra) appesantito dalla diminuzione di 23 miliardi registrata sui redditi da capitale, che a differenza di quelli da lavoro rimasti stabili – sono peggiorati drammaticamente.

Nel suo ultimo Bollettino economico Bankitalia ha spiegato che tale peggioramento “si è concentrato nella componente degli “altri investimenti”, che includono soprattutto prestiti e depositi a breve o brevissimo termine con controparti non residenti”. In pratica stiamo parlando di debiti di soggetti italiani a breve termine verso prestatori esteri. La tipologia di questi debiti – il breve o brevissimo termine – ha fatto sì che reagissero immediatamente all’aumento del livello dei tassi di interesse.

L’Italia, come si può osservare nel grafico sopra a destra, è fra i paesi più pesantemente esposti a questo tipo di investimento. Dal saldo Target, infatti, si osserva che gli “altri investimenti” a debito dell’Italia pesavano, nella media del 2023, ben 772 miliardi, in gran parte motivato dal saldo Target, che era negativo per 598 miliardi, e viene remunerato al tasso di interesse ufficiale che la Bce fissa sulle operazioni di rifinanziamento.

Per farla breve, l’aumento dei tassi di interesse ha pesato ben 18,7 miliardi di esborsi per i residenti italiani verso l’estero, a cui si sono aggiunti altri 5,2 miliardi di euro versati dalle banche italiane esposte a breve e brevissimo termine verso investitori non residenti. Ed ecco che arriviamo ai 23 miliardi di deficit che ha fatto sprofondare il saldo.

Il rialzo dei tassi ha avuto effetti assai minori sulla posizione obbligazionaria italiana, che espone un saldo attivo per 559 miliardi ma che ovviamente reagisce assai meno agli aumenti dei tassi per la semplice ragione che le obbligazioni hanno scadenza più lunghe. Al tempo stesso sul lato delle passività, il calo dell’inflazione ha avuto un effetto positivo sulle cedole pagate agli investitori esteri, che ovviamente si sono ridotte, e che pesano circa un sesto del totale degli stock dei nostri debiti obbligazionari esteri.

In sostanza, ciò che è accaduto è che le esposizioni a breve termine, non compensate dal quelle a lungo, hanno duramente penalizzato i nostri redditi primari. Vista la struttura del nostro indebitamento, e la tendenza dei tassi di interesse a rimanere ancora elevati, è improbabile che nel medio termine i redditi primari da capitale tornino positivi. Il che non aiuta il nostro equilibrio estero. Meglio ricordarlo.

Cartolina. I nuovi giapponesi

Il Giappone, vero avanguardista delle nostra modernità, avrà molti imitatori nei prossimi decenni. La Cina, per esempio, che si prevede arriverà ad avere un debito pubblico superiore al 200 per cento entro un ventennio, quando l’America correrà verso il 150 per cento. Numeri del Giappone dei primi del nuovo secolo. Nel frattempo tutti avranno imitato fino allo sfinimento le politiche monetarie giapponesi – il QE lo hanno inventato loro, non la Fed – e stanno invecchiando drammaticamente, proprio come invecchiano i giapponesi, con le città piene di anziani e senza figli. Un giorno magari qualcuno ci spiegherà perché l’estremo Oriente somiglia così tanto all’Occidente estremo. Intanto abbiamo scoperto i nuovi giapponesi.