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La svolta “etica” della globalizzazione


Immaginate un fanciullino che si svegli d’improvviso dopo un lungo sonno e scopra d’esser circondato dai lupi fuori dalla sua stanza. La sua prima reazione sarà quella di sbarrare porte e finestre e chiedere aiuto. Ma poi, visto che a un certo punto avrà fame, dovrà industriarsi per trovare il modo non solo di uscire dal suo fortilizio, senza rimetterci le penne, ma anche di procacciarsi del cibo, evitando magari di fare il gioco dei lupi, che intanto presidiano buona parte della dispensa. Che ne sarà del nostro fanciullino?

Questa domanda, stavolta riferita alla globalizzazione, se la stanno ponendo in molti nei piani alti della governance globale. E vale la pena osservare i ragionamenti che ne conseguono perché, oltre ad essere pieni di informazioni, ci rappresentano una evoluzione in corso nell’idea stessa di globalizzazione assai utile da contemplare. In sostanza – e ve la faccio breve – così come siamo andati avanti è difficile si prosegua. Ma se ci limitiamo, come il bambino spaventato, a chiuderci nella nostra cameretta, saremo sicuri. Nel senso che sicuramente soffriremo d’inedia.

Fuori di metafora, leggiamo cosa ha detto Christine Lagarde lo scorso 22 aprile al PIIE (Peterson Institute for International Economics) parlando proprio di globalizzazione. O meglio, di una “nuova mappa globale”. Il punto di partenza è quello che abbiamo narrato in forma di apologo. Il fanciullino – nel caso specifico la globalizzazione vista dall’Europa – un bel giorno si è svegliato dopo un lungo sonno nel quale ha sognato una crescita infinita, e si è accorto che i suoi sogni d’oro erano alimentati dagli incubi. Prima una pandemia, che gli ha fatto capire che le linee che conducevano la ricchezza fino alle porte della sua abitazione erano molto fragili, e facilmente potevano trasformarsi in strozzature. Poi una guerra, che gli ha fatto capire che le stesse catene di fornitura si alimentavano di risorse energetiche pescate in luoghi dove di solito i bravi fanciulli non vanno.

Ed ecco il fanciullino – la nostra Europa – oggi: un bambino gigante cresciuto smisuratamente che si trova a dover decidere cosa fare una volta divenuto l’adulto che spera ma che non è mai troppo convinto di diventare. Coi lupi là fuori che gli ricordano i pericoli.

Ricordiamone alcuni anche noi. Veniamo da una globalizzazione che ha consentito all’Europa di aumentare la sua quota di commercio sul Pil dal 31% del 1999 al 54% del 2019, mentre negli Usa questo ventennio l’ha fatta crescere solo dal 23 al 26%. L’Europa si è profondamente integrata nelle catene globali del valore, molto più degli stessi Usa. Ma questa integrazione, che ha portato tanti benefici, si è dimostrata egualmente perniciosa una volta che queste linee di collegamento hanno iniziato a trasportare problemi anziché opportunità. Detto in parole semplici: hanno amplificato gli shock.

La pandemia ha diminuito le importazioni di un robusto 25%, e nella fase di ripresa le stesse catene di fornitura, ancora traballanti, hanno finito col trasmettere impulsi inflazionistici che ormai vediamo tutti i giorni.

La guerra, dal canto suo, ha reso dolorosamente evidente ciò che si sapeva già ma che veniva costantemente obliterato dal dibattito pubblico perché sembrava inelegante: dipendiamo sostanzialmente – noi e le nostre amate catene di fornitura – dalla disponibilità di materie prime che vengono prodotte in zone del mondo dove i nostri valori sociali non vengono granché presi in considerazione, diciamo. Una questione di probabilità, si potrebbe osservare, visto che i nostri valori sociali sono in netta minoranza nel mondo.

Qualche esempio? Eccovene un paio: la Commissione Ue ha “scoperto” che l’economia europea è estremamente esposta ai rischi di fornitura ben 34 prodotti “sistemici” la cui carenza – lo abbiamo osservato con raccapriccio guardando il mercato del gas impazzire nelle ultime settimane – espone a grandi problemi le nostra società. L’Europa, infatti, soffre di una dipendenza energetica straordinaria – nel 2020 ha importato il 60% del suo fabbisogno – e chissà perché ha vissuto gli ultimi vent’anni pensando che mai sarebbe venuto il momento di saldare il conto. Politico, non tanto economico, ché per quello i soldi non mancano. E non c’è solo l’energia, che oggi rima con Russia. Ci sono anche le terre rare, che domani potrebbero rimare con Cina, che si stima controlli l’85% del prodotto raffinato globale.

Quindi che dovremmo fare? Chiuderci nella nostra cameretta impauriti farebbe più danni che altro. Si stima che nel 1808, quando gli Usa si imposero un auto-embargo marittimo, il prodotto nazionale perse oltre l’8%. Si tratta semmai di immaginare una strategia diversa, capace di coniugare le esigenze del commercio, che rimangono determinanti per lo sviluppo, con quelle “etiche” che ormai si sono imposte alla nostra attenzione.

Non si tratta solo di non ballare coi lupi, o di ballarci il meno possibile. Ma di provare a ballare col nostro passo, e non col loro. Come fare? “Il primo passo – dice Lagarde – è passare dalla dipendenza alla diversificazione”. Il vecchio trucco di diversificare i rischi, insomma, che ci siamo guardati bene dal ricordare mentre correvamo in massa a comprare solo dai russi.

Ovviamente non è una panacea per tutti i mali. Anche perché si può diversificare solo fino a un certo punto. E questo ci conduce al secondo cambiamento del nostro paradigma globale: scambiare efficienza delle forniture, con una loro maggiore sicurezza.

Che significa? Vuol dire che dovremmo puntare su produzioni magari più costose – sotto tutti i punti di vista – ma più affidabili, realizzando quel tipo di policy che gli americani chiamano “friend-shoring”. Insomma puntare su catene di fornitura con paesi con i quali c’è una maggiore affinità, piuttosto che una maggiore convenienza. Il che è facile (e bello) a dirsi, ma terribilmente difficile a farsi in un mondo degli affari governato dal calcolo economico.

E questo ci porta al terzo trend che questa nuova forma “etica” di globalizzazione potrebbe finire con l’inaugurare: quello di un crescente passaggio a forme regionali, più che globali, di catene commerciali. Un po’ com’era ai tempi della guerra fredda insomma.

E questo ci porta al punto saliente: tutti questi cambi di paradigma hanno un costo, che può pure rivelarsi molto salato. E in particolare l’Europa, che dalla “vecchia” globalizzazione ha avuto più di tutti e adesso rischia il contrappasso.

E qui il problema muta la sua dimensione. Da quella economica sconfina in quella politica, ammesso che questa differenza abbia senso. Ma rimane la domanda: le opinioni pubbliche europee, che già si lamentavano della globalizzazione quando portava denaro, saranno capaci di accettare una globalizzazione più “giusta” che però ne fa arrivare molti meno, o addirittura rischia loro di costare di più?

Ai posteri l’ardua sentenza, diceva il poeta. Intanto speriamo che il fanciullino se la cavi.

La sfida europea alla globalizzazione secondo la Bce


Vale la pena leggere fino in fondo la lunga allocuzione di Christine Lagarde al Fmi nella quale il presidente affronta un tema di respiro storico: il futuro della globalizzazione dopo la pandemia. Vaste programme, viene da dire ricordando un celebre concittadino di Lagarde. Tanto più se declinato all’europea. E tuttavia questi sono i tempi. Che lo vogliamo o no, davanti a noi si preparano scelte storiche e bisognerà decidere cosa fare da grandi. Noi europei per cominciare, che lo siamo ma non abbastanza e non ancora. E soprattutto non in rapporto agli altri. Se è già quantomeno avventuroso pensare a un’identità europea, in che modo questa costruzione artificiale deve relazionarci con gli altri?

E’ tempo di nuove idee, insomma. E purtroppo non se ne vedono molte. Si vedono invece vecchi problemi che tornano a fare capolino che altro non sono che la logica conseguenza di un ordine globale dove si allargato drammaticamente lo spread fra architettura politica e quadro economico. La prima basata su un ordine nazionale ottocentesco, il secondo compiutamente globale. Le nazioni somigliano a bambini che vogliono cavalcare la bici di un adulto. E perciò cadono.

Destino non diverso da quello che rischia l’Europa. Non a caso Lagarde ricorda in apertura di intervento il destino avverso del ventennio fra le due guerre, nel quale il bambino nazionale, non potendo cavalcare la bici dell’economia internazionale reagì come fanno i bambini indispettiti dagli insuccessi: la ruppe. Così facendo preparò un’altra guerra nazionale che divenne globale, visto che globale ormai da secoli – per non dire millenni – è il destino del mondo.

Oggi la situazione sembra molto diversa da ieri, ma i presupposti si somigliano. Il protezionismo, come negli anni ’30, è in aumento e questo genera un prezzo carissimo per l’Europa, o per meglio dire l’Ue, che vive di un’economia aperta basata sul commercio. Perciò l’Europa “deve adattarsi”.

Come? Usando il suo peso specifico “per sostenere l’apertura commerciale reciproca”. La taglia ce l’abbiamo, almeno in teoria. La pratica ci dirà se sapremo o vorremo usarla. La situazione lo richiede. Fra il 1995 e il 2010 il commercio mondiale cresceva il doppio del pil. Ormai non più. L’estensione delle catene commerciali ha contribuito a questa espansione, ma anche questa è soggetta a notevoli crisi. L’ipoteca nazionale, ancora una volta, chiede il suo balzello. E non basta illustrare i vantaggi dell’economia globalizzata per esorcizzare questo fantasma politico.

Tuttavia Lagarde ci prova. Le stime econometriche dicono che un punto di globalizzazione in più ha generato un aumento del tasso di crescita quinquennale di 0,3 punti. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla miseria nei paesi emergenti e anche l’Europa ha guadagnato il suo dividendo. “Tra il 2000 e il 2017 i posti di lavoro sostenuti dalle esportazioni sono aumentati di due terzi, arrivando a 36 milioni”.

Purtroppo non basta più. Un gigante economico non può vivere solo di esportazioni. E il saldo delle partite correnti europee – per tacere dell’annoso e vagamente ipocrita dibattito sulla diseguaglianza – mostra con chiarezza che l’Ue deve credere di più alla proprio domanda interna. Come infatti Lagarde sottolinea. Ma non solo. Deve iniziare a pensare a come attenuare la profonda dipendenza che soffre per alcune risorse strategiche delle modernità. Le terre rare, ad esempio, che per il 98% sono importate dalla Cina, esattamente come il 45% dei principi attivi farmaceutici. Problema comune con gli Usa, a dir la verità. Non dovrebbe incoraggiare una risposta comune?

Evidentemente no. Fra i due colossi permane la dialettica del rapporto servo-padrone, per dirla con Hegel, con l’Ue a perseguire a colpi di annunci la sua autonomia strategica mentre si ripara sotto l’ombrello della Nato e si piega ai volere strategici americani, ieri sull’Atlantico oggi sul Pacifico. Ma di questo ovviamente Lagarde, che è una banchiera, non parla. L’autonomia strategica per la presidente Bce si estrinseca nella capacità di far funzionale l’economia europea anche in presenza di shock sulle catene di approvvigionamento. Una sorta di autarchia 2.0, motivata da considerazione strategiche e dal fatto che molti fattori, ai quali si è aggiunto di recente anche il cambiamento climatico, cospirano per la messa in crisi della nostra fragile convivenza.

Non bastasse la pandemia, la crisi fra Usa e Cina – quest’ultima ha contribuito in media un terzo alla crescita globale dal 2005 in poi, “più del contributo di tutte le economie avanzate” – e questioni che sembrano terra terra ma non lo sono affatto, come la gestione delle scorte da parte delle aziende in un mondo dove improvvisamente le cose sembrano essere diventate scarse. Scorte più elevate rischiano di rendere il ciclo industriale ancora più volatile, aggiungendo volatilità a un ciclo economico già assediato dalla volatilità finanziaria.

La ricetta Lagarda per l’Europa è facile a dirsi, difficile a conseguirsi. Insistere sulle ragioni della cooperazione all’esterno, mentre all’interno si placa il “proletariato”, per dirla alla Toynbee che non intende certo questo termine in senso marxista, con quel tanto di redistribuzione che rinnovi l’apertura di credito delle popolazioni nei confronti delle élite. In tal senso va interpretata la previsione secondo la quale “per raggiungere l’autonomia strategica, è probabilmente inevitabile a lungo termine un re-shoring o un near-shoring di settori specifici, come i semiconduttori e i prodotti farmaceutici”. Musica per le orecchie dei neo-sovranisti.

Quindi “L’Europa deve rafforzare la propria domanda interna”. Musica, stavolta, per i tanti neo-fiscalisti, chiamiamoli così, che oggi hanno la ventura di trovare orecchie molto attente nei governi e nella banca centrale. Che significa pochi vincoli di spesa ai primi, ai quali vanno anche le risorse straordinarie del Next generation Ue, e tassi bassi per accompagnare il banchetto. Quindi, più domanda interna per compensare il calo fisiologico dell’export, puntare sugli standard all’esterno.

“La buona notizia è che siamo già sulla strada giusta”, conclude. “La risposta storica dell’Europa alla pandemia mostra che l’Ue ha trovato se stessa. In questo senso la pandemia ci ha dato un’opportunità e dobbiamo coglierla”. L’Europa sarà la somma delle sue crisi, diceva Jean Monnet. Francese anche lui.