Bad bank, good fellas


So riconoscere quelle che si chiamano “operazioni di sistema”. Ne ho fatto esperienza ai tempi della rivalutazione delle quote di Bankitalia, e ne ho fatto tesoro, estraendone una sorta di vademecum, o un copione se preferite, che adesso vedo ricalcare le scene del nostro dibattito pubblico, discettando stavolta di un tema assai complicato per la nostra economia, ossia i crediti deteriorati delle banche.

La nuova operazione di sistema, che ormai matura da diversi mesi, è quella che la vulgata giornalistica chiama bad bank, un nome che vuol dire tutto e niente, e che come tale lascia ampi spazi agli azzeccagarbugli per infilarci quello che sembrerà loro più opportuno al momento in cui l’operazione diverrà legge dello Stato.

Nel frattempo però è utile creare il clima di consenso, atteso che parlare di banche, a torto o a ragione, fa venire l’orticaria a un sacco di connazionali.

Il copione prevede che l’argomento venga sponsorizzato in alto loco in un qualche consesso tecnico, quindi venga discettato ampiamente sugli organi di informazione, più o meno specialistici, e quindi approdi in Parlamento, dove le solite audizioni di personaggi legati al mondo della finanza spiegano ai nostri onorevoli il perché e il percome, mentre il governo dice perché no? Ovviamente il tutto nell’interesse pubblico, che usualmente implica che lo Stato dovrà farsene carico.

L’argomento principe, nel caso della bad bank, è che liberando le banche dai crediti deteriorati, sarà più agevole per loro fare più prestiti e quindi rilanciare l’economia. Che poi è lo stesso che si usò ai tempi della rivalutazione delle quote di Bankitalia, sebbene quelli più smaliziati siano perfettamente consapevoli che è la scomparsa delle domanda di credito, più che dell’offerta, ad aver paralizzato la nostra economia.

Tutto ciò è accaduto nel nostro Paese a partire dall’inizio del 2015, e prosegue fino ad oggi.

L’ultimo aggiornamento dello stato dell’arte l’ho ricavato dal rapporto sulla stabilità finanziaria rilasciato da Bankitalia pochi giorni fa. Peraltro, il tema bad bank, anche senza utilizzare questa espressione, è stato uno degli argomenti di un intervento del governatore Visco che risale al febbraio scorso e che poi è stato affrontato nuovamente in aprile, durante un’audizione al Senato.

Sempre in Senato erano stati auditi il 24 marzo scorso il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, e il 3 marzo Andrea Enria, Presidente dell’Autorità Bancaria Europea.

Quest’ultimo ha invitato a “completare con vigore la pulizia dei bilanci bancari”, ricordando che negli Usa tale processo è cominciato prima “e ciò ha consentito di far ripartire i prestiti per imprese e famiglie”, concludendo che “se vogliamo far rilanciare l’economia europea come quella americana, dobbiamo anche noi completare questo processo”.

Vegas, più addentro alle faccende italiane, ha ricordato che “anche in Italia si discute della creazione di una bad bank. La possibilità di seguire le soluzioni adottate negli altri Paesi europei presenta aspetti critici, sia per le implicazioni legate al ricorso a programmi di aiuti comunitari, sia per i riflessi negativi sul rapporto debito/Pil che potrebbero derivare da un intervento interamente a carico del bilancio pubblico”.

Da qui l’invito a “individuare forme alternative rispetto a quelle sperimentate in altri paesi europei, con un forte coinvolgimento del settore privato”, precisando che “in questa fase “la presenza di una garanzia pubblica potrebbe essere un elemento decisivo al fine di indurre investitori privati a sottoscrivere passività
emesse da un veicolo societario specializzato nell’investimento in crediti deteriorati”. Anche perché “la garanzia pubblica potrebbe inoltre rendere tali strumenti finanziari idonei ad essere oggetto del programma di acquisto di
titoli cartolarizzati da parte della BCE”.

Il governo intanto fa la sua parte. Sin dall’inizio dell’anno la bad bank è entrata nell’agenda del ministro del Tesoro che ha l’ingrato compito di far digerire la novità agli occhiutissimi commissari europei, pronti a far scattare l’accusa di aiuti di stato non appena intravedano un possibile coinvolgimento del bilancio pubblico nell’operazione. L’ultimo incontro di Padoan con la commissaria per la Concorrenza europea Margrethe Vestager sul progetto di Bad bank è avvenuta il 23 aprile.

Anche Padoan è stato audito il 5 maggio in Senato e ha fatto capire che l’operazione va fatta e anche in fretta ed esibendo anche una certa sinecura, laddove ha sottolineato che si deve “fare tutto ciò che si può fare senza chiedere il permesso a Bruxelles”.

Fin qui le cronache, che mostrano il grande affiatamento istituzionale fra governo, regolatori, e ovviamente banche e imprese, nelle loro varie declinazioni giornalistiche, per risolvere la questione dei crediti andati a male.

Dal canto suo Bankitalia, sempre nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria, ci ricorda che “alla fine del 2014 la consistenza di prestiti deteriorati per il totale delle banche era pari al 17,7 per cento dei prestiti (10,0 per le sole sofferenze); per i primi cinque gruppi era del 18,5 (10,7 per le sofferenze). E ricorda che “sono allo studio iniziative per ridurre lo stock di partite deteriorate delle banche che costituisce un freno alla capacità di offrire nuovi prestiti”.

Ma fa ancora di più. In un approfondimento illustra lo stato dell’arte e individua anche un percorso praticabile per arrivare alla costituzione di questa entità.

E’ utile sapere, a tal proposito, che dal 2008 al 2014 i crediti deteriorati sono passati da 131 a 350 miliardi, da 75 a 197 le sole sofferenze. Tale deterioramento “ha riguardato principalmente i prestiti alle imprese e ha interessato banche di tutte le classi e dimensioni”.

A fronte di ciò, le cessioni di crediti deteriorate sono state di appena 7 miliardi nel biennio 2013-2014.

“In tale contesto – sottolinea – l’istituzione di una società specializzata per l’acquisto di crediti deteriorati e la conseguente riduzione del peso delle partite anomale nei bilanci delle banche avrebbero numerosi e importanti effetti positivi”.

Sul come procedere, Bankitalia ha le idee chiare. “L’intervento dell’AMC (asset management company) potrebbe essere limitato alle sofferenze ed escludere le altre categorie di crediti deteriorati (incagli e ristrutturati), per consentire alle banche di continuare a sostenere la clientela che versa in situazioni di difficoltà temporanea. Al fine di evitare un eccessivo aggravio operativo per l’AMC, gli acquisti potrebbero escludere le posizioni di valore inferiore a una certa soglia e riguardare i soli prestiti alle imprese (corsivo mio, ndr) che rappresentano la componente principale dei crediti deteriorati. Alcune ipotesi prevedono un programma di acquisti per un valore di circa 100 miliardi al lordo delle rettifiche di valore”.

Quanto al problema Ue, “in base alla normativa europea, qualora l’istituzione di un’AMC su iniziativa pubblica configurasse un aiuto di Stato, dovrebbero essere adottate diverse misure (richiesta alle banche aderenti di piani
di ristrutturazione, misure di burden sharing, cioè di condivisione degli oneri con azionisti e creditori
subordinati) che, nel contesto italiano, appaiono incoerenti con la realizzazione dell’intervento (corsivo mio, ndr)”.

Per cui “l’AMC dovrebbe pertanto avere caratteristiche diverse da quelle realizzate in altri paesi europei. In
particolare, a differenza di quanto accaduto altrove, il veicolo acquisterebbe i prestiti in sofferenza al
valore di mercato: il suo intervento non configurerebbe quindi un aiuto di Stato”.

Per cui, da quello che ne capisco, le banche conferirebbero al veicolo i crediti deteriorati al valore di mercato, non soffrendo quindi alcuna perdita patrimoniale, e una volta acquisiti l’AMC li impacchetterebbe in titoli da smerciare agli investitori, a cominciare dalla Bce (e quindi in ultima analisi della stessa Banca d’Italia), forti della garanzia statale. Il tutto per un valore di un centinaio di miliardi.

Concludo la lettura ammirato.

I bravi ragazzi che gestiscono il Paese non si risparmiano mai, quando si tratta di fare il nostro bene.

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  1. _beneathsurface

    Il problema è proprio là: acquistarli a “valori di mercato” e non “di libro” significa che il cessionario acquirente farà una sua valutazione della recuperabilità del credito (suppongo in base a classi di importo x singola cessione, tipologia del credito e del debitore ceduti, tipologia della eventuale garanzia e della sua realizzabilità, eccetera) e in base al coefficente che ne uscirà (compreso fra zero e uno), applicandolo al valore nominale del credito ne uscirà il presumibile valore di realizzo da cui peraltro dovrà sottrarre i propri costi di struttura e di remunerazione dei dipendenti e l’utile che ne vorrà conseguire al netto di un prefigurabile rischio di mancata realizzazione.
    Anche assumendo che il primo coefficiente sia pari agli accantonamenti a libro a fronte crediti inesigibili, cosa di cui ho forti perplessità specie alla luce dei rimbrotti della BCE dopo gli AQR, comunque il “valore di mercato” sarà ben più basso del valore a libro.
    L’esperienza mostra che in genere viene pagato un 35% del valore nominale a fronte di svalutazioni già fatte per meno del 50%.
    Per questo, cioè x evitare “perdite ematiche”, “epistassi” bancarie, dovrebbe intervenire lo Stato garantendo la differenza che, volente o nolente, diverrebbe comunque un aiuto alle banche.
    C’è poco da girarci intorno: chi ha sbagliato nel valutare il credito deve essere sanzionato, prima dagli azionisti con il licenziamento, poi dal mercato con il pagamento del giusto dazio.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      le sue osservazioni mi sembrano sensate. toccherà aspettare la legge per capire come pensano di aggirare la questione, ma conoscendo i nostri bravi ragazzi sono certo che troveranno una brillante soluzione 😉
      grazie per il commento

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  2. Fla

    La cosa più esilarante di tutte è vedere come le sofferenze nette su impieghi abbiano iniziato a volare dal momento in cui la BCE ha iniziato a dare i famosi “consigli” a Tremonti nel 2011 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-08-13/manovra-anni-miliardi-080131.shtml?uuid=AahdAzvD per curare la sindrome da crisi di finanza pubblica (che nella realtà non esiste, essendo una tipica crisi da bilancia dei pagamenti). Da quel momento, dopo il putsch Monti ed i due governi fantoccio Letta e Renzi, è stata solo una escalation che le ha portate praticamente a raddoppiare. Prima la BCE somministra la medicina, ed a pagare sono i contribuenti, poi per arginare l’intossicazione mortale, dovuta al collasso delle aziende ed all’emorragia di forza lavoro causate dalle manovre imposte da tre governucoli qui sopra (che ha causato il crollo del PIL e l’esplosione del rapporto debito/PIL), si crea la bad bank, e qui a pagare saranno finalmente… i contribuenti. Sorbole!!! Certo che nemmeno Mandrake…

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      si può vederla in tanti modi, e ogni modo troverà i suoi argomenti e i suoi dati a sostegno. io preferisco ricordare questo minimale ritrovato epistemologico 🙂
      grazie per il commento

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      • Fla

        Beh, la Germania ha utilizzato dal 2008 ad oggi fondi pari al 12,5%/PIL per salvare suoi istituti di credito rimasti scottati da subprime et alia, i Paesi Bassi il 18,7%/PIL , la Spagna il 7,7%/PIL , l’Austria l’11%/PIL (e questi sarebbero, secondo vulgata, i “paesi virtuosi”). In valori assoluti, la garanzie pubbliche per le banche prestate dalla Germania sono le più alte nell’eurozona, 517 miliardi di euro, pari al 18% del pil. Ma in Austria toccano una percentuale quasi doppia, del 35% del pil. Numeri che al confronto il “piano Juncker” è, non sembra, E’ una barzelletta. Tutta l’Eurozona nel complesso ha pensato bene prima di di lasciar fare (laissez faire) la qualunque cosa alle proprie banche miste poi, una volta andate in crisi perchè troppo impegnate a cercare i “rendimenti”, si è scoperto che era meglio tappare i buchi da loro creati con i nostri soldi (Grecia su tutti insegna). Mica dividerle nuovamente fra investimento e commerciali. No, troppo facile.
        Quindi, come si dice a Roma, de che stamo a parla?

        La cosa ancora più esilarante è che si continua a ripetere la fandonia che, una volta liberate dal “fardello” dei prestiti incagliati, “libereranno le risorse” ed il credito come per magia comparirà. Come nelle migliori favole della fata turchina! Chiamarla bugia è palesemente riduttivo. Paradossale è che, una BC alleata del Tesoro è il male perchè fa gli interessi politici (?!?!?!? é male fare gli interessi del popolo?), mentre è normale che le banche lucrino sia sui titoli di Stato, che con i salvataggi bancari!!! Guadagnandoci non una, bensì due volte!!! Per non parlare delle commissioni a cui ora sono costretti i pensionati sopra i mille euro o la “lotta al contante”!! Fantastico!!! Orwell al confronto era uno sprovveduto.

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