La sfida europea alla globalizzazione secondo la Bce

Vale la pena leggere fino in fondo la lunga allocuzione di Christine Lagarde al Fmi nella quale il presidente affronta un tema di respiro storico: il futuro della globalizzazione dopo la pandemia. Vaste programme, viene da dire ricordando un celebre concittadino di Lagarde. Tanto più se declinato all’europea. E tuttavia questi sono i tempi. Che lo vogliamo o no, davanti a noi si preparano scelte storiche e bisognerà decidere cosa fare da grandi. Noi europei per cominciare, che lo siamo ma non abbastanza e non ancora. E soprattutto non in rapporto agli altri. Se è già quantomeno avventuroso pensare a un’identità europea, in che modo questa costruzione artificiale deve relazionarci con gli altri?

E’ tempo di nuove idee, insomma. E purtroppo non se ne vedono molte. Si vedono invece vecchi problemi che tornano a fare capolino che altro non sono che la logica conseguenza di un ordine globale dove si allargato drammaticamente lo spread fra architettura politica e quadro economico. La prima basata su un ordine nazionale ottocentesco, il secondo compiutamente globale. Le nazioni somigliano a bambini che vogliono cavalcare la bici di un adulto. E perciò cadono.

Destino non diverso da quello che rischia l’Europa. Non a caso Lagarde ricorda in apertura di intervento il destino avverso del ventennio fra le due guerre, nel quale il bambino nazionale, non potendo cavalcare la bici dell’economia internazionale reagì come fanno i bambini indispettiti dagli insuccessi: la ruppe. Così facendo preparò un’altra guerra nazionale che divenne globale, visto che globale ormai da secoli – per non dire millenni – è il destino del mondo.

Oggi la situazione sembra molto diversa da ieri, ma i presupposti si somigliano. Il protezionismo, come negli anni ’30, è in aumento e questo genera un prezzo carissimo per l’Europa, o per meglio dire l’Ue, che vive di un’economia aperta basata sul commercio. Perciò l’Europa “deve adattarsi”.

Come? Usando il suo peso specifico “per sostenere l’apertura commerciale reciproca”. La taglia ce l’abbiamo, almeno in teoria. La pratica ci dirà se sapremo o vorremo usarla. La situazione lo richiede. Fra il 1995 e il 2010 il commercio mondiale cresceva il doppio del pil. Ormai non più. L’estensione delle catene commerciali ha contribuito a questa espansione, ma anche questa è soggetta a notevoli crisi. L’ipoteca nazionale, ancora una volta, chiede il suo balzello. E non basta illustrare i vantaggi dell’economia globalizzata per esorcizzare questo fantasma politico.

Tuttavia Lagarde ci prova. Le stime econometriche dicono che un punto di globalizzazione in più ha generato un aumento del tasso di crescita quinquennale di 0,3 punti. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla miseria nei paesi emergenti e anche l’Europa ha guadagnato il suo dividendo. “Tra il 2000 e il 2017 i posti di lavoro sostenuti dalle esportazioni sono aumentati di due terzi, arrivando a 36 milioni”.

Purtroppo non basta più. Un gigante economico non può vivere solo di esportazioni. E il saldo delle partite correnti europee – per tacere dell’annoso e vagamente ipocrita dibattito sulla diseguaglianza – mostra con chiarezza che l’Ue deve credere di più alla proprio domanda interna. Come infatti Lagarde sottolinea. Ma non solo. Deve iniziare a pensare a come attenuare la profonda dipendenza che soffre per alcune risorse strategiche delle modernità. Le terre rare, ad esempio, che per il 98% sono importate dalla Cina, esattamente come il 45% dei principi attivi farmaceutici. Problema comune con gli Usa, a dir la verità. Non dovrebbe incoraggiare una risposta comune?

Evidentemente no. Fra i due colossi permane la dialettica del rapporto servo-padrone, per dirla con Hegel, con l’Ue a perseguire a colpi di annunci la sua autonomia strategica mentre si ripara sotto l’ombrello della Nato e si piega ai volere strategici americani, ieri sull’Atlantico oggi sul Pacifico. Ma di questo ovviamente Lagarde, che è una banchiera, non parla. L’autonomia strategica per la presidente Bce si estrinseca nella capacità di far funzionale l’economia europea anche in presenza di shock sulle catene di approvvigionamento. Una sorta di autarchia 2.0, motivata da considerazione strategiche e dal fatto che molti fattori, ai quali si è aggiunto di recente anche il cambiamento climatico, cospirano per la messa in crisi della nostra fragile convivenza.

Non bastasse la pandemia, la crisi fra Usa e Cina – quest’ultima ha contribuito in media un terzo alla crescita globale dal 2005 in poi, “più del contributo di tutte le economie avanzate” – e questioni che sembrano terra terra ma non lo sono affatto, come la gestione delle scorte da parte delle aziende in un mondo dove improvvisamente le cose sembrano essere diventate scarse. Scorte più elevate rischiano di rendere il ciclo industriale ancora più volatile, aggiungendo volatilità a un ciclo economico già assediato dalla volatilità finanziaria.

La ricetta Lagarda per l’Europa è facile a dirsi, difficile a conseguirsi. Insistere sulle ragioni della cooperazione all’esterno, mentre all’interno si placa il “proletariato”, per dirla alla Toynbee che non intende certo questo termine in senso marxista, con quel tanto di redistribuzione che rinnovi l’apertura di credito delle popolazioni nei confronti delle élite. In tal senso va interpretata la previsione secondo la quale “per raggiungere l’autonomia strategica, è probabilmente inevitabile a lungo termine un re-shoring o un near-shoring di settori specifici, come i semiconduttori e i prodotti farmaceutici”. Musica per le orecchie dei neo-sovranisti.

Quindi “L’Europa deve rafforzare la propria domanda interna”. Musica, stavolta, per i tanti neo-fiscalisti, chiamiamoli così, che oggi hanno la ventura di trovare orecchie molto attente nei governi e nella banca centrale. Che significa pochi vincoli di spesa ai primi, ai quali vanno anche le risorse straordinarie del Next generation Ue, e tassi bassi per accompagnare il banchetto. Quindi, più domanda interna per compensare il calo fisiologico dell’export, puntare sugli standard all’esterno.

“La buona notizia è che siamo già sulla strada giusta”, conclude. “La risposta storica dell’Europa alla pandemia mostra che l’Ue ha trovato se stessa. In questo senso la pandemia ci ha dato un’opportunità e dobbiamo coglierla”. L’Europa sarà la somma delle sue crisi, diceva Jean Monnet. Francese anche lui.

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