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La Bce punta sul ’22, ma i mercati alzano la posta


Per cogliere il significato della lunga conferenza stampa di giovedì di Christine Lagarde basta osservare che la parola “inflazione” appare 59 volte nel resoconto pubblicato dalla Bce. E già dalle prime domanda si capisce: “In realtà abbiamo parlato di inflazione, inflazione, inflazione”, dice la presidente rispondendo a chi le chiedeva come mai i mercati prezzassero al rialzo il denaro, ché questo significa l’aumento di alcuni punti base dei tassi sui mercati, nonostante le ripetute assicurazioni che l’inflazione è attesa in aumento ancora quest’anno, per poi raffreddarsi a partire dall’anno prossimo. Anche il nostro spread, seguendo questa tendenza, si sta allargando ormai da settimane.

E in effetti l’analisi dei banchieri centrali è molto accurata. Oltre alle solite cause già osservate in precedenza, fra le quali primeggiano le strozzature sul lato dell’offerta che così tante perplessità hanno sollevato sul senso di una politica fiscale e monetarie espansiva sul lato della domanda, Lagarde aggiunge anche l’Iva tedesca, il cui taglio, nella analisi proposta dalla Banca, ha aggiunto una spinta di una cinquantina di punti base alla salita dei prezzi.

Anche questo effetto terminerà nel ’22, dice Lagarde. Così come dovrebbero attenuarsi gli altri fattori che strozzano l’offerta: la carenza di microchip si risolverà aprendo nuove fabbriche, quella di vettori con la costruzione di nuove navi, aggiunge. Ma è un po’ difficile credere che tutto questo accadrà nel prossimo semestre. Più probabile che questi annunci servano a segnalare al mercato che la temporaneità dei fattori inflazionistici, per quanto difficilmente prevedibile, non sposta la fermezza della Banca circa la necessità di proseguire le sue politiche di stimolo, anche a fronte di decisioni diverse che stanno prendendo altre banche centrali, come fa notare malignamente qualcuno, beccandosi la risposta scontata che non tutte le economie sono uguali.

Insomma, la Bce crede alle sue previsioni, il mercato un po’ meno e alza la posta. E comunque se ne riparlerà l’anno prossimo. Il 2022, quando peraltro terminerà il piano di acquisti di titoli iniziato con la pandemia, sarà l’anno della verità. La scommessa della Bce verrà a scadenza. E si inizieranno a fare un po’ di conti.

La sfida europea alla globalizzazione secondo la Bce


Vale la pena leggere fino in fondo la lunga allocuzione di Christine Lagarde al Fmi nella quale il presidente affronta un tema di respiro storico: il futuro della globalizzazione dopo la pandemia. Vaste programme, viene da dire ricordando un celebre concittadino di Lagarde. Tanto più se declinato all’europea. E tuttavia questi sono i tempi. Che lo vogliamo o no, davanti a noi si preparano scelte storiche e bisognerà decidere cosa fare da grandi. Noi europei per cominciare, che lo siamo ma non abbastanza e non ancora. E soprattutto non in rapporto agli altri. Se è già quantomeno avventuroso pensare a un’identità europea, in che modo questa costruzione artificiale deve relazionarci con gli altri?

E’ tempo di nuove idee, insomma. E purtroppo non se ne vedono molte. Si vedono invece vecchi problemi che tornano a fare capolino che altro non sono che la logica conseguenza di un ordine globale dove si allargato drammaticamente lo spread fra architettura politica e quadro economico. La prima basata su un ordine nazionale ottocentesco, il secondo compiutamente globale. Le nazioni somigliano a bambini che vogliono cavalcare la bici di un adulto. E perciò cadono.

Destino non diverso da quello che rischia l’Europa. Non a caso Lagarde ricorda in apertura di intervento il destino avverso del ventennio fra le due guerre, nel quale il bambino nazionale, non potendo cavalcare la bici dell’economia internazionale reagì come fanno i bambini indispettiti dagli insuccessi: la ruppe. Così facendo preparò un’altra guerra nazionale che divenne globale, visto che globale ormai da secoli – per non dire millenni – è il destino del mondo.

Oggi la situazione sembra molto diversa da ieri, ma i presupposti si somigliano. Il protezionismo, come negli anni ’30, è in aumento e questo genera un prezzo carissimo per l’Europa, o per meglio dire l’Ue, che vive di un’economia aperta basata sul commercio. Perciò l’Europa “deve adattarsi”.

Come? Usando il suo peso specifico “per sostenere l’apertura commerciale reciproca”. La taglia ce l’abbiamo, almeno in teoria. La pratica ci dirà se sapremo o vorremo usarla. La situazione lo richiede. Fra il 1995 e il 2010 il commercio mondiale cresceva il doppio del pil. Ormai non più. L’estensione delle catene commerciali ha contribuito a questa espansione, ma anche questa è soggetta a notevoli crisi. L’ipoteca nazionale, ancora una volta, chiede il suo balzello. E non basta illustrare i vantaggi dell’economia globalizzata per esorcizzare questo fantasma politico.

Tuttavia Lagarde ci prova. Le stime econometriche dicono che un punto di globalizzazione in più ha generato un aumento del tasso di crescita quinquennale di 0,3 punti. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla miseria nei paesi emergenti e anche l’Europa ha guadagnato il suo dividendo. “Tra il 2000 e il 2017 i posti di lavoro sostenuti dalle esportazioni sono aumentati di due terzi, arrivando a 36 milioni”.

Purtroppo non basta più. Un gigante economico non può vivere solo di esportazioni. E il saldo delle partite correnti europee – per tacere dell’annoso e vagamente ipocrita dibattito sulla diseguaglianza – mostra con chiarezza che l’Ue deve credere di più alla proprio domanda interna. Come infatti Lagarde sottolinea. Ma non solo. Deve iniziare a pensare a come attenuare la profonda dipendenza che soffre per alcune risorse strategiche delle modernità. Le terre rare, ad esempio, che per il 98% sono importate dalla Cina, esattamente come il 45% dei principi attivi farmaceutici. Problema comune con gli Usa, a dir la verità. Non dovrebbe incoraggiare una risposta comune?

Evidentemente no. Fra i due colossi permane la dialettica del rapporto servo-padrone, per dirla con Hegel, con l’Ue a perseguire a colpi di annunci la sua autonomia strategica mentre si ripara sotto l’ombrello della Nato e si piega ai volere strategici americani, ieri sull’Atlantico oggi sul Pacifico. Ma di questo ovviamente Lagarde, che è una banchiera, non parla. L’autonomia strategica per la presidente Bce si estrinseca nella capacità di far funzionale l’economia europea anche in presenza di shock sulle catene di approvvigionamento. Una sorta di autarchia 2.0, motivata da considerazione strategiche e dal fatto che molti fattori, ai quali si è aggiunto di recente anche il cambiamento climatico, cospirano per la messa in crisi della nostra fragile convivenza.

Non bastasse la pandemia, la crisi fra Usa e Cina – quest’ultima ha contribuito in media un terzo alla crescita globale dal 2005 in poi, “più del contributo di tutte le economie avanzate” – e questioni che sembrano terra terra ma non lo sono affatto, come la gestione delle scorte da parte delle aziende in un mondo dove improvvisamente le cose sembrano essere diventate scarse. Scorte più elevate rischiano di rendere il ciclo industriale ancora più volatile, aggiungendo volatilità a un ciclo economico già assediato dalla volatilità finanziaria.

La ricetta Lagarda per l’Europa è facile a dirsi, difficile a conseguirsi. Insistere sulle ragioni della cooperazione all’esterno, mentre all’interno si placa il “proletariato”, per dirla alla Toynbee che non intende certo questo termine in senso marxista, con quel tanto di redistribuzione che rinnovi l’apertura di credito delle popolazioni nei confronti delle élite. In tal senso va interpretata la previsione secondo la quale “per raggiungere l’autonomia strategica, è probabilmente inevitabile a lungo termine un re-shoring o un near-shoring di settori specifici, come i semiconduttori e i prodotti farmaceutici”. Musica per le orecchie dei neo-sovranisti.

Quindi “L’Europa deve rafforzare la propria domanda interna”. Musica, stavolta, per i tanti neo-fiscalisti, chiamiamoli così, che oggi hanno la ventura di trovare orecchie molto attente nei governi e nella banca centrale. Che significa pochi vincoli di spesa ai primi, ai quali vanno anche le risorse straordinarie del Next generation Ue, e tassi bassi per accompagnare il banchetto. Quindi, più domanda interna per compensare il calo fisiologico dell’export, puntare sugli standard all’esterno.

“La buona notizia è che siamo già sulla strada giusta”, conclude. “La risposta storica dell’Europa alla pandemia mostra che l’Ue ha trovato se stessa. In questo senso la pandemia ci ha dato un’opportunità e dobbiamo coglierla”. L’Europa sarà la somma delle sue crisi, diceva Jean Monnet. Francese anche lui.

Il sentiero stretto delle banche centrali


Nell’intervento di Christine Lagarde al forum di Davos, nel corso del quale il Fmi ha presentato le sue ultime stime macro, è risuonato nuovamente il sottotitolo insidioso della conferenza organizzata da Bis, Ocse e Fmi “Weak productivity: the role of financial factors and policies” che ha impegnato notevoli intelligenze a Parigi il 10 e l’11 gennaio scorsi. La direttrice del Fmi, infatti, ha un certo punto ha ammesso che la ripresa sfrutta fattori favorevoli ciclici, ossia è puramente congiunturale, mentre rimangono irrisolte alcune problematiche che hanno condotto alla crisi e che anzi si sono aggravate proprio in conseguenza delle soluzioni adottate per risolvere la recessione. “Siamo piuttosto ottimisti per le prospettive di breve termine – ha detto -, ma il medio termine ci dà qualche preoccupazione”. La ripresa è “ciclica”, quindi vietato “compiacersi”. Dulcis in fundo, “i bassi tassi d’interesse hanno portato ad accumularsi delle vulnerabilità potenzialmente gravi”. C’è “un notevole aumento del debito in molti paesi e dobbiamo tenere alta la guardia”. Ed ecco il sottotitolo insidioso che a questo punto entra di diritto nel dibattito pubblico: riconoscere un ruolo alla finanza nell’andamento dell’economia reale, a cominciare proprio dalla produttività.
Questa piccola rivoluzione “filosofica”, che implicitamente riconosce il ruolo della politica monetaria nei processi dell’economia reale, finisce con l’illuminare con una luce poco confortevole le banche centrali, che della politica monetaria sono le responsabili. Riconoscere che la finanza influenza la produttività è come dire che le banche centrali incidono sui processi economici attraverso il ciclo finanziario, che potremmo definire semplificando molto come l’alternarsi di boom e bust creditizi, determinando i processi dell’economia reale. Lo fanno a fronte di una teoria che dice il contrario e sapendo di dover percorrere un sentiero che si fa sempre più stretto. Vuoi perché la teoria mostra crepe sempre più profonde. Vuoi perché i mercati e i governi hanno proiettato su di loro aspettative che faticano sempre più a maneggiare, come lascia sospettare il fatto che non siano mai state tanto loquaci come in questo primo decennio del XXI secolo. E tuttavia le banche centrali non possono far nulla di diverso da ciò che fanno, pure se iniziano a capire di non sapere esattamente cosa facciano e temendo persino che sia sbagliato, visto che i modelli che utilizzano per analizzare, prevedere e decidere si basano su ipotesi sempre meno credibili.
Di questo tormento silenzioso si trova traccia nell’intervento parigino di Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Banca dei Regolamenti internazionali di Basilea, uno dei maggiori studiosi del ciclo finanziario che abbiamo già approfondito. I timori della Lagarde non fanno che aggiungersi ai sospetti dello studioso italiano. Nel momento in cui la direttrice del Fmi sottolinea i rischi cresciuti all’ombra dei tassi rasoterra è inevitabile ricordare il link ipotizzato da Borio fra la produttività e i tassi di interesse, e in particolare con un “persistente livello basso di tassi di interesse”. Il sospetto è che anche i tassi nominali influenzino l’economia reale, con un nesso causale che parte proprio da questi ultimi, tramite la loro interazione col ciclo finanziario. E se tale sospetto venisse incorporato nei modelli delle banche centrali ciò restringerebbe ancora di più il sentiero su cui queste singolari entità sono costrette a camminare, giocando a fare i governatori dell’economia senza però poter confessare di esserlo sul serio. 
Finché le cose andranno bene, e speriamo che vadano bene a lungo, la questione del central banking rimarrà sottotraccia, materia per studiosi e scrittori d’economia amanti delle singolarità. Ma non appena la congiuntura dovesse invertirsi nulla di più probabile che qualcuno chieda il conto a chi, volente o nolente, la nuova congiuntura avrà contribuito a determinare. Mettere all’indice le banche centrali dopo averle blandite per anni è la scorciatoia più semplice per una politica che ha la vista corta di una campagna elettorale. Sarà cinico, ma funziona.

Il dilemma occidentale fra produzione e riproduzione


Leggo un post scritto sul blog del Fmi da Christine Lagarde, che asserisce con decisione come per aumentare la crescita occorra far lavorare di più le donne, e mi convinco che buona parte dei nostri problemi a comprendere la realtà dipendano dal fatto che la osserviamo con un occhio solo.

Tendiamo, vale a dire, a sottovalutare quelle che una certa tradizione economica chiama conseguenze non intenzionali. Abbiamo due occhi, qualcuno dice addirittura tre, ma i nostri policy maker ne usano uno solo, possibilmente indossando la lente deformante di un modello matematico. Ciò impedisce di vedere con chiarezza, e farsi anche solo semplici domande come queste: quali possono essere le conseguenze non intenzionali di un’aumentata partecipazione al lavoro delle donne? Esiste la possibilità che far lavorare di più le donne generi criticità sull’altro versate vitale di una società, ossia la sua demografia? C’è un dilemma fra produzione e riproduzione? Si può dar per certo che aumenti il prodotto interno lordo, se le donne lavorano di più, ma dobbiamo dedurne che tutto il resto si acconcerà benignamente di conseguenza?

Il mito della produzione, a ben vedere, porta con sé questo corollario implicito. Basta crescere e tutto andrà bene. Ciò che va bene per il Pil va bene per le società. Quindi lo sguardo si focalizza su quest’unico punto di osservazione. I due occhi, e per chi ce l’ha il terzo, diventano uno solo. E pazienza poi se la realtà ci delude, mostrando il crescente trade off che le economie avanzate sperimentano fra crescita e equilibrio, oppure esibisce il notevole invecchiamento delle loro popolazioni che adesso fa temere l’ingresso dell’umanità in una stagnazione secolare, per tacere dei disastri sociali che può provocare. E tuttavia il mito ancora governa la nostra immaginazione, rendendoci incapaci di guardare al di là di ciò che assevera.

Il post della Lagarde, da questo punto di vista, è esemplare. Il soggetto è il Canada, l’oggetto aumentare la produzione impiegando maggiormente il lavoro femminile e favorendo la parità di genere. Argomenti popolarissimi quindi. La premessa è che vari studi del Fmi mostrano che promuovere il lavoro femminile aiuta molto l’economia. Poi che il Canada, come tutti d’altronde, ha bisogno di crescere di più, specie sul versante della produttività, che sta il 20% sotto del livello Usa e sta crescente a un ritmo di appena l’1% l’anno. “Le donne sono parte della soluzione”, dice Lagarde. “Utilizzare maggiormente il grande bacino di donne con istruzione superiore presente in Canada aiuterebbe a compensare la contrazione della forza lavoro, rafforzare il potenziale di crescita nel medio termine, ed aumentare gli standard di vita per tutti i canadesi”. Addirittura – ed ecco il modellino matematico – uno studio del Fmi ha calcolato che l’aumento di un punto percentuale della partecipazione femminile al lavoro aumenterebbe la produttività canadese fra lo 0,2 e lo 0,4%. “Quindi se il gap attuale di sette punti fra partecipazione maschile e femminile fosse colmato – nota – il livello reale del Pil potrebbe essere il 4,5% più alto di adesso”. In pratica un bengodi. Se fossi una donna canadese, di fronte a un’affermazione del genere, vivrei come un dovere sociale quello di cercarmi un lavoro.

E in effetti in tutti questi anni “il Canada ha fatto notevoli passi avanti nel dare impulso alla partecipazione femminile al lavoro”. Nel 1980 solo il 60% delle donne canadesi fra i 25 e i 54 anni erano attive nel mercato del lavoro, meno che negli Stati Uniti e ben al di sotto dei Nordic contries, ossia Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. Adesso la partecipazione è aumentata fino a superare l’80%, superando persino gli Usa, dove dalla metà degli anni ’90 è stabile intorno al 74%. E’ interessante osservare questo grafico per avere un confronto internazionale.

Per favorire questa evoluzione il governo canadese ha attuato politiche fiscali di supporto alle famiglie che si sono mostrate efficaci: “Dal 1980 la partecipazione delle donne 25-54enni è aumentata di 3,2 milioni di unità a fronte dell’aumento di 2,1 milioni dei lavoratori uomini”. E tuttavia rimane il gap. Il tasso di partecipazione femminile rimane all’82% a fronte del 92% maschile. Per di più tale incremento ha riguardato meno le donne più istruite. Nel 2015 ci sono state più laureati donne che uomini, ma il tasso di partecipazione delle prime rimane sotto di sette punti rispetto ai secondi.

Per colmare tale differenza, il Fmi suggerisce di potenziare le politiche di sostegno “per migliorare gli incentivi al lavoro dei secondary earners”, ossia generalmente delle donne in famiglia. E per mostrare che esiste una correlazione esibisce un grafico dove si vede l’andamento sostanzialmente parallelo fra la crescita della spesa per l’educazione e la cura infantile e quella della partecipazione al lavoro delle donne. E conclude: “Non è solo la cosa giusta giusta da fare, ma anche la più intelligente”, visto che “il Canada può far crescere la sua economia e migliorare le prospettive per le donne canadesi, specie le più povere”.

Chi potrebbe non essere d’accordo? Lagarde purtroppo non tratta minimamente l’effetto che l’aumentata partecipazione delle donne al mercato del lavoro ha avuto sull’evoluzione demografica del Paese, sulla quale, in omaggio al mito della produzione, la presidente del Fmi chiude un occhio. Il che ci riporta al problema delle osservazioni monoculari: mettono d’accordo tutti. Ma sono monche.

(2/segue)

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