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Cartolina. La Cina s’avvicina

Uno degli effetti delle politiche della nuova amministrazione Trump possiamo già osservarlo. Parliamo del costante avvicinamento dell’Europa – per tralasciare il resto del mondo – alla Cina, che ormai esporta da noi quello che non esporta più negli Usa. In questa straordinaria politica di avvicinamento dell’Europa all’Asia s’indovina l’esito finale delle politiche Usa, che evidentemente hanno deciso di ricordarci che dell’Asia, in fondo, siamo una delle tante penisole. O propaggini, se preferite. Ognuno a casa sua, insomma. Mi casa non es tu casa. Al massimo l’affitto per le vacanze.
Cartolina. Il sorpasso

Non manca ormai molto al sorpasso. Nello spazio di una generazione o poco più le coppie italiane senza figli supereranno quelle con figli, certificando l’autentica fine della storia. Il mondo che ci si presenta davanti sarà sempre più abitato da persone sole, che invecchieranno sole e moriranno sole. Si dirà che è il frutto del progresso. Che siccome siamo diventati ricchi non vogliamo più far figli. Preferiamo goderci i soldi. Ma poi si dice pure che i figli non si fanno perché non ne abbiamo abbastanza, di soldi. Si dicono tante cose. I fatti, che sono essenziali, si limitano a mostrarsi. E nella loro spudoratezza riescono persino a tapparci la bocca.
Cartolina. L’ultima frontiera

I più ottimisti, ossia coloro che credono che il XXI, quando comincerà davvero, sarà il secolo africano prenderanno sicuramente nota della circostanza. In un mondo che si rinchiude nei recinti del protezionismo, l’Africa è quella che lo ha fatto assai meno, e sembra anche meno intenzionata a farlo in futuro. Forse davvero l’ex continente nero diventerà il principe azzurro del commercio internazionale, un giorno. Vuoi perché ha la popolazione più giovane del pianeta, vuoi perché è fornito di ogni bene, ma abbisogna di tutto. Quel giorno, semmai arriverà, capiremo che l’Africa era davvero l’ultima frontiera. Non serviva andare su Marte. Bastava puntare verso Sud.
Cartolina. Il conto dei dazi all’Ue

Alla fine faremo i conti, ovviamente. Intanto le stime degli osservatori dicono che il conto più salato sui dazi appena imposti all’Ue lo pagherà l’economia Usa, per la quale il pil è previsto in contrazione assai più di quanto toccherà in sorte agli europei. E vedremo poi l’impatto sui prezzi. Chi sottolinea le magnifiche sorti e progressive delle entrate fiscale da dazi negli Usa, dove il deficit fiscale è assai più ampio, dovrebbe anche ricordare che tali entrate sono pagate degli importatori, ossia delle imprese americane che si approvvigionano all’estero e che già devono fare i conti con una svalutazione del dollaro superiore al 10 per cento da quando la nuova amministrazione ha iniziato a dare i numeri delle tariffe. Quindi più costi fiscali per loro e più costi di importazione lato valutario. Secondo voi chi pagherà il conto finale? E se poi anche la Fed dovesse cedere alla politica “espansiva” del governo, tagliando i tassi, l’inflazione farà quello che fa in questi casi: crescerà. Alla fine faremo i conti, ovviamente. Intanto qualcuno, che non è l’Ue, inizierà a pagare già da domani.
Cartolina. Ricostruzioni

Il boom degli investimenti in costruzioni, alimentato dai fondi del PNRR contrasta notevolmente con la linea piatta del pil, che oscilla svogliatamente fra i 100 e i 110 punti di indice, con base 100 riferita al 2019. Significa in pratica che abbiamo recuperato il livello pre Covid, ma fatichiamo ad andare molto oltre, pur considerando una minima ripresa di consumi e investimenti, con l’export a far sostanzialmente da traino. Perché gli investimenti in costruzioni, malgrado siano cresciuti nell’ordine del 60 per cento rispetto al 2019 servono a poco, nel conto generale del Pil. E questo per la semplice ragione che la spinta di valore aggiunto che offrono all’economia è molto inferiore rispetto a quella di altri settori. Con le costruzioni puoi ricostruire i monumenti o i ponti. Ma non certo un’economia frizzante.
Cartolina. Verso le stelle

Bankitalia scrive che “alla fine di aprile il debito delle Amministrazioni pubbliche è risultato pari a 3.063 miliardi di euro, 96,9 in più rispetto al termine dello scorso anno”. Quindi in 120 giorni il debito italiano è cresciuto di quasi 97 miliardi, che sono più di ottocento milioni al giorno, 33 milioni l’ora, 560 mila euro al minuto, 9.300 euro al secondo. Se gli euro fossero chilometri, avremmo già sconfitto la gravità da un pezzo e saremmo in orbita, verso le stelle. E in effetti è davvero così.
Cartolina. L’altra crisi

Chissà perché quando si discorre di crisi di democrazia si trascura sempre di correlare, o quantomeno osservare, come questa crisi, che viene raccontata come squisitamente politica, o quantomeno sociologica, manifesti i suoi effetti nella plateale crisi fiscale che caratterizza le nostre economie. Nessuna vede, o vuole vedere, che esiste una concreta possibilità che la crisi fiscale, con i suoi svariati addentellati, sia la manifestazione economica della crisi della democrazia. Il punto di caduta di pratiche ultradecennali, particolarmente evidenti nell’ultimo ventennio, che hanno finito con l’erodere la sostanza della democrazia proprio quando si proponevano di raggiungere l’effetto opposto. Quest’altra crisi, quella fiscale, sembra sia qui per caso. Ma forse non è così.
Cartolina. Il credito straniero

Checché ne dicano le cronache, la quota di debito pubblico globale acquistata all’estero cresce senza sosta dal 2009 e ormai è quasi il doppio di quello che era quindici anni fa. In generale, le economie avanzate godono di un ottimo credito dai non residenti. La notizia del declino dell’Occidente è vagamente esagerata, perciò. E almeno da un secolo a questa parte. Questa porzione di mondo, con tutti i suoi limiti, i suoi difetti e i suoi eccessi, rimane l’unica capace di domandare così voracemente credito esterno. E questo per la semplice ragione he produce molto debito, che deriva dalla proprio voracità interna. Ma il fatto che i creditori esteri ritengano gli Usa, e in generale l’Occidente, meritevoli del loro credito non implica che abbiano una cieca fiducia nelle nostre magnifiche sorti e progressive. Il fatto è che non hanno altra scelta. Tutto qua.
Cartolina. Alla fiera dell’Est

Piaccia o meno, il futuro della crescita globale è legato a doppio filo con quello dei paesi asiatici, Cina e India in testa, se non altro per la semplice circostanza che messe insieme cumulano un mercato da oltre due miliardi di persone, mentre l’Africa, che pure ha una popolazione più che ragguardevole, non riesce ancora ad esprimere una dinamicità coerente con il suo peso specifico. Ci vorrà tempo. E intanto dobbiamo adeguarci al fatto che l’Asia, i mercati frizzanti dell’Oriente con loro portato di innovazione ed economia più o meno dolcemente pianificata, esprimerà buona parte del nostro futuro economico. Alla fiera dell’est parteciperemo ovviamente anche noi dell’Occidente, per lo più comprando con due soldi, come diceva una vecchia canzone, quello che ci serve per continuare a far girare le nostre economie. E poi ce ne lamenteremo.
Cartolina. L’export degli esteri

E’ molto utile ricordare con Istat che nel 2022, ultimi dati disponibili, il 32 per cento del nostro export, che ci fa così tanto felici, viene prodotto da imprese residenti in Italia ma controllate dall’estero. In alcune regioni (dato 2024) queste esportazioni all’estero che generiamo grazie ai capitali dell’estero supera il 50 per cento del totale, e arrivano quasi al 50% regioni insospettabili come il Molise, che forse non esiste, come ironizzava un vecchio trend sui social, ma nel frattempo esporta eccome. Senza capitali esteri, a ben vedere, molto del nostro Sud sarebbe ancora più desertificato. Scoprire di essere anche noi un po’ cinesi, visto che esportiamo grazie ai soldi degli altri, non dovrebbe avvilirci. Al contrario. Abbiamo avuto intelligenza e talento sufficienti non solo per far passare lo straniero, ma anche per farcelo affezionare. Adesso si tratta solo di non farlo scappare.
