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Cartolina. Verso le stelle

Bankitalia scrive che “alla fine di aprile il debito delle Amministrazioni pubbliche è risultato pari a 3.063 miliardi di euro, 96,9 in più rispetto al termine dello scorso anno”. Quindi in 120 giorni il debito italiano è cresciuto di quasi 97 miliardi, che sono più di ottocento milioni al giorno, 33 milioni l’ora, 560 mila euro al minuto, 9.300 euro al secondo. Se gli euro fossero chilometri, avremmo già sconfitto la gravità da un pezzo e saremmo in orbita, verso le stelle. E in effetti è davvero così.

Cartolina. L’altra crisi

Chissà perché quando si discorre di crisi di democrazia si trascura sempre di correlare, o quantomeno osservare, come questa crisi, che viene raccontata come squisitamente politica, o quantomeno sociologica, manifesti i suoi effetti nella plateale crisi fiscale che caratterizza le nostre economie. Nessuna vede, o vuole vedere, che esiste una concreta possibilità che la crisi fiscale, con i suoi svariati addentellati, sia la manifestazione economica della crisi della democrazia. Il punto di caduta di pratiche ultradecennali, particolarmente evidenti nell’ultimo ventennio, che hanno finito con l’erodere la sostanza della democrazia proprio quando si proponevano di raggiungere l’effetto opposto. Quest’altra crisi, quella fiscale, sembra sia qui per caso. Ma forse non è così.

Cartolina. Il credito straniero

Checché ne dicano le cronache, la quota di debito pubblico globale acquistata all’estero cresce senza sosta dal 2009 e ormai è quasi il doppio di quello che era quindici anni fa. In generale, le economie avanzate godono di un ottimo credito dai non residenti. La notizia del declino dell’Occidente è vagamente esagerata, perciò. E almeno da un secolo a questa parte. Questa porzione di mondo, con tutti i suoi limiti, i suoi difetti e i suoi eccessi, rimane l’unica capace di domandare così voracemente credito esterno. E questo per la semplice ragione he produce molto debito, che deriva dalla proprio voracità interna. Ma il fatto che i creditori esteri ritengano gli Usa, e in generale l’Occidente, meritevoli del loro credito non implica che abbiano una cieca fiducia nelle nostre magnifiche sorti e progressive. Il fatto è che non hanno altra scelta. Tutto qua.

Cartolina. Alla fiera dell’Est

Piaccia o meno, il futuro della crescita globale è legato a doppio filo con quello dei paesi asiatici, Cina e India in testa, se non altro per la semplice circostanza che messe insieme cumulano un mercato da oltre due miliardi di persone, mentre l’Africa, che pure ha una popolazione più che ragguardevole, non riesce ancora ad esprimere una dinamicità coerente con il suo peso specifico. Ci vorrà tempo. E intanto dobbiamo adeguarci al fatto che l’Asia, i mercati frizzanti dell’Oriente con loro portato di innovazione ed economia più o meno dolcemente pianificata, esprimerà buona parte del nostro futuro economico. Alla fiera dell’est parteciperemo ovviamente anche noi dell’Occidente, per lo più comprando con due soldi, come diceva una vecchia canzone, quello che ci serve per continuare a far girare le nostre economie. E poi ce ne lamenteremo.

Cartolina. L’export degli esteri

E’ molto utile ricordare con Istat che nel 2022, ultimi dati disponibili, il 32 per cento del nostro export, che ci fa così tanto felici, viene prodotto da imprese residenti in Italia ma controllate dall’estero. In alcune regioni (dato 2024) queste esportazioni all’estero che generiamo grazie ai capitali dell’estero supera il 50 per cento del totale, e arrivano quasi al 50% regioni insospettabili come il Molise, che forse non esiste, come ironizzava un vecchio trend sui social, ma nel frattempo esporta eccome. Senza capitali esteri, a ben vedere, molto del nostro Sud sarebbe ancora più desertificato. Scoprire di essere anche noi un po’ cinesi, visto che esportiamo grazie ai soldi degli altri, non dovrebbe avvilirci. Al contrario. Abbiamo avuto intelligenza e talento sufficienti non solo per far passare lo straniero, ma anche per farcelo affezionare. Adesso si tratta solo di non farlo scappare.

Cartolina. Vicini lontani

Chissà se Trump è consapevole che rischia di danneggiare il Messico, col suo 25 per cento di export negli Usa che pesa altrettanto sul pil del paese confinante, più della Cina, il cui export verso gli Usa pesa solo il 5% dell’export totale e solo pochi punti percentuali sul suo pil. Chissà se il governo Usa, che sicuramente conosce questo dato, realizza che mettere in difficoltà il Messico è il modo più semplice per far aumentare la pressione alle sue frontiere, che rischiano di diventare una infinita terra di nessuno militarizzata. Forse in questa follia, che sembra miri a tenere lontano i vicini – il secondo paese più esposto ai dazi Usa è il Canada – c’è un metodo. Sicuramente c’è, anzi, visto il gran consumo di cervelli di questi mesi. Solo che non funziona.

Cartolina. Al servizio dell’inflazione

E’ doppiamente interessante osservare gli andamenti dell’inflazione nell’eurozona, che ormai si avvia felicemente verso i target dopo aver stressato significativamente i nostri redditi reali. La prima cosa utile da sapere è che ormai il grosso dell’indice viene gonfiato dai servizi. L’inflazione dei beni è quasi ferma e quella energetica è persino in territorio negativo. La seconda cosa utile, che dice molto del nostro stile di vita, è osservare le componenti che alimentano l’inflazione dei servizi. Circa la metà di questo incremento si concentra nei servizi di alloggio e trasporto, nonché nella ristorazione. Andare in vacanza e prendere i nostri pasti fuori è sempre più caro, quindi. I nostri piaceri sono al servizio dell’inflazione.

Cartolina. Il debito al centro

Si dice, e con ragione, che è il debito è al centro delle nostre preoccupazioni, perché cresce da anni e diventa sempre più costoso. Dal che si deduce, e con ottime ragioni, che il debito è al centro del nostro modello economico, perché ormai gran parte dei nostri processi vi si alimentano. Si dimentica, ma per fortuna qualcuno ce lo ricorda, che il debito è diventato il centro del mondo perché il mondo che sta al centro, ossia quello che conta, di questo debito è il centro propulsore, oltre che geografico. La crescita dei debiti non è un accidente della storia. E’ l’esito di una scelta adottata coscientemente dai paesi che contano. Che lanciano il sasso. E poi nascondono la mano. Ma rimangono al centro del debito.

Cartolina. C’era una volta l’America

Voliamo basso, a velocità decrescente, come un aereo che abbia perso un motore. E forse è davvero così. Dai calcoli di Ocse emerge con chiarezza che l’economia internazionale, nei prossimi anni, dovrà fare a meno della spinta propulsiva del gigante americano, troppo indaffarato a litigare col mondo perché non riesce più a fare pace con se stesso. E così la barca va, finché la lasciano andare. Ma va piano e non è detto che vada anche lontano. Sfidare l’orizzonte sembra impossibile oggi, quando si accorcia lo sguardo. Al contrario di una volta, quando c’era l’America.

Cartolina. Fra il dire e il frammentare

L’indice che misura la frammentazione delle nostra economia cresce rigogliosamente dall’inizio degli anni Venti, che d’altronde sono riusciti nell’impresa di regalarci, uno dopo l’altra, una pandemia, una guerra e adesso anche un alleato riluttante che sembra intenzionato a distruggere il commercio internazionale. Sicché l’indice, che misura la quantità di volte che usiamo parole come “deglobalizzazione” “nearshoring”, ed altre amenità, parole che nessun intellettuale engagé oggi si fa mancare, s’impenna, come direbbe il mitico Carcarlo Pravettoni. E fosse solo l’indice, pazienza. Ma nel frattempo, mentre che il dire si balocca delle sue mode culturali, il fare si adopera per aumentare le restrizioni, che crescono rapidamente, alimentando perciò il dire del frammentare. Se venga prima il dire o il frammentare è esercizio che lasciamo agli appassionati di vecchi dilemmi. Nel dubbio godiamoci il vecchio mondo che cade a pezzi.