Etichettato: dazi e inflazione

Un’idea per abbattere l’inflazione: tagliare i dazi


Alcune osservazioni svolte dal PIIE potrebbero (dovrebbero) servire a far ragionare, o quantomeno discutere, i policymaker di tutto il mondo alle prese con un problema tanto imprevisto quanto indesiderato: la crescita disordinata dei prezzi che sta mettendo a dura prova le contabilità di molte famiglie, specie quelle a basso reddito, ormai in gran parte del mondo.

Il punto dell’analisi del PIIE è molto semplice: in un contesto in cui i prezzi sono tirati da una serie di fattori che sono insieme geopolitici ed economici, quel che i governi possono fare per diminuire la tensione è togliere quei fattori che contribuiscono all’accelerazione dei prezzi che poi vengono pagati dai consumatori. Quindi rimuovere, ad esempio, i dazi, in alcuni casi molto elevati, che le politiche governative, a volte a scopi protezionistici, a volte per semplice amore di polemica, hanno innalzato contro le importazioni che arrivano da altri.

Il caso esaminato dal PIIE è di scuola, si potrebbe dire, visto che riguarda i dazi imposti dall’amministrazione Trump contro la Cina all’apice delle polemiche fra i due paesi. Ma il ragionamento potrebbe essere facilmente esteso alle altre forme di costo aggiuntivo che i beni incorporano nel prezzo finale. Basta ricordare il peso del fisco in ogni transazione. Le imposte indirette, infatti, sono una delle voci più rilevanti del costo delle merci. E noi italiani lo abbiamo visto quando il governo ha deciso di ridurre l’accisa sui carburanti per fra fronte all’improvviso e violento rincaro di questi beni. Quindi i governi possono fare molto per frenare l’inflazione, innanzitutto riducendo il peso del prelievo fiscale interno e internazionale. A patto, certo, di poterselo permettere. Ma questo è un altro discorso.

Vale la pena sfogliare comunque l’analisi del PIIE perché ci consente di farci un’idea delle cifre che sono in gioco, che spesso vengono obliterate dal dibattito pubblico. Non negli Stati Uniti, a quanto pare, visto che secondo quanto raccontano i bene informati c’è un ampio dibattito sulla possibilità di abbattere i dazi voluti da Trump per provare a raffreddare i prezzi, ormai vicini a una crescita a doppia cifra, col segretario al Tesoro Usa a ripetere l’ovvio, ossia che i dazi danneggiano consumatori e imprese americani assai più che la Cina, che peraltro proprio nel mese di maggio ha raggiunto su attivo commerciale di 79 miliardi di dollari: un piccolo record.

Secondo quanto riporta il PIIE, togliere i dazi ai prodotti cinesi potrebbe generare un diminuzione diretta di 0.26 punti dell’indice di inflazione, che arriverebbe a diminuire dell’1% considerando che le imprese sarebbero indotte a riconsiderare i propri ricarichi sui listini. Se poi l’amministrazione Usa ampliasse la politica di riduzione dei dazi, riducendo di due punti tutte le tariffe, il beneficio per l’inflazione sarebbe ancora maggiore, arrivando all’1,3%. Decisione che provocherebbe un risparmio medio a famiglia pari a circa 800 dollari l’anno, che non è granché, ma è sempre meglio di niente. Specie considerando che le tariffe e i dazi pesano sempre più sulle famiglie a basso reddito.

Perché non li tolgono allora? Perché è molto facile dirlo, ma difficilissimo farlo, specie se si ricorda che il protezionismo è stato da sempre uno strumento molto usato da tutti gli stati nazionali, le cui ricadute sono spesso ultradecennali. Nell’apparato tariffario statunitense, per dire, ci sono ancora dazi elevati negli anni Trenta del XX secolo, quelli della grande depressione.

Inoltre, togliere i dazi ha un costo per il bilancio dello stato, che riceve meno entroiti. E in un momento nel quale il debito pubblico aumenta senza sosta, non è facile rinunciare a questa forma occulta di tassazione. E poi c’è un altro aspetto da considerare. I dazi spesso sono strumenti di politica estera, come insegna il caso cinese. O di politica commerciale come racconta quello del legname canadese, pesantemente daziato – si calcole che queste tariffe comportino un sovraccosto medio di 18.600 dollari per ogni abitazione costruita negli Usa – per una vecchia polemica commerciale fra i due paesi.

Ragioni fiscali, di politica estera o commerciale che siano rimane il fatto. Imprese e quindi consumatori ne pagano il prezzo. Il che diventa sempre meno piacevole con un’inflazione che non si vedeva da quarant’anni.