Etichettato: cosa significa per gli usa azzerare il passivo commerciale
Il mondo alle prese col Grande Riequilibrio

Nel mondo ideale che sembra ispiri le riflessioni del presidente Usa, il suo paese non dovrebbe avere squilibri esteri. Quindi l’America non dovrebbe avere deficit commerciali, che tanto stanno a cuore all’amministrazione (ma allora neanche attivi sui servizi), e non dovrebbe esibire passività sulla posizione netta degli investimenti internazionali, che misurano il saldo fra quanto gli Usa investono all’estero e quanto l’estero investe sugli Usa.
Si tratta, come si può immaginare osservando il grafico che apre questo post, di un obiettivo alquanto ambizioso, che peraltro, se perseguito veramente con continuità, cambierebbe radicalmente il volto dell’economia internazionale. E non è affatto detto che sia in meglio.
Da un punto di vista contabile, il deficit del conto corrente statunitense è ciò che alimenta i flussi dei paesi eccedentari, che evidentemente “riprestano” i loro attivi agli Usa nella forma di investimenti. Se non avessero attivi commerciali, come sogna Trump, non potrebbero investire sugli Usa. Ma se i paesi esteri esteri non investono sugli Usa, chi dovrebbe farlo? E soprattutto: cosa ne sarebbe del dollaro?
Un deflusso di investimenti dagli Usa, che porterebbe in equilibrio la posizione netta, avrebbe effetti sulla valutazione della moneta americana, come si è intuito in queste settimane in cui sono scattate le vendite di asset denominati in dollari.
Il Fmi, nel suo ultimo WEO stima che gli squilibri globali tenderanno a ridursi da qui al 2030, anche a causa della contrazione degli squilibri statunitensi. Ma certo è molto difficile fare previsioni quando ci si trova di fronte a comportamenti alquanto erratici da parte dei soggetti che prendono le decisioni. Per questo il Fondo sottolinea che l’outlook comunque punta al ribasso, sia nel breve che nel medio termine.
Non a caso. In uno degli scenari elaborato dal Fmi, la probabilità che nel 2025 ci sia una recessione negli Usa è aumentata, arrivando al 37% quest’anno, a cui si associa la probabilità del 30% che l’inflazione, sempre negli Usa, arrivi al 3,5%, quando nell’ottobre scorso tale probabilità era meno della metà, al 13%.
Ciò per dire che la “cura” Trump” sta funzionando benissimo. Persino troppo. Forse però nel suo desiderio di “Grande riequilibrio” il presidente Usa non aveva tenuto conto delle conseguenze non intenzionali. Che sono sempre le migliori. O le peggiori. Dipende da chi le osserva.
