Etichettato: crisi energetica e guerra previsioni

Il mondo nella stagione della decrescita infelice

Pensavamo di aver scansato i dazi di Trump, ma è arrivata la guerra di Trump. E così l’economia, che aveva in qualche modo ammortizzato i primi, si trova adesso alle prese con la seconda, che ha la particolarità di aver strozzato uno dei punti vitali della circolazione commerciale globale. Col risultato che vedete nel grafico sotto.

Ora che lo stretto di Hormuz è sottoposto al doppio blocco navale, iraniano prima e statunitense poi, rimane da capire se, come sperano tutti, entro la fine del mese i due litiganti troveranno il modo di concludere una guerra che minaccia di essere molto dolorosa per le sorti globali.

Questo non vuol dire che dopo potremo tirare un sospiro di sollievo e dimenticarci del gasolio a 2,15 euro al litro. Il contesto internazionale rimane degradato. E la cosa che tendiamo a dimenticare è che ogni crisi lascia dei segni, cicatrici nella consuetudine, che finiscono col trasformarsi in ostacoli, se gli agenti economici non trovano il modo di trasformarli in vantaggi.

Prendete il caso dei dazi. “Nonostante le gravi interruzioni degli scambi commerciali e l’incertezza politica, l’anno scorso si è concluso con una nota positiva”, scrive il Fmi nel suo commento al nuovo WEO pubblicato di recente. La crisi ha finito col diventare una opportunità, col settore privato a far la parte del leone, i governi a dare un certo sostegno fiscale e l’AI quella del jolly destinato a far crescere investimenti e produttività. Al punto che molti hanno iniziato a parlare di bolla.

Poi la bolla è scoppiata. Ma non per colpa dell’AI: per colpa della guerra. Nella migliore delle ipotesi, ossia che la contrazione degli scambi indotta dalla chiusura di Hormuz finisca entro poche settimane, avremo comunque una diminuzione della crescita e un aumento dell’inflazione, che il FMI vede al 4,4%, interrompendosi così bruscamente il processo di disinflazione succeduto alla crisi Covid. Sempre perché le crisi non passano mai senza strascichi.

Nello scenario medio, la crescita potrebbe scendere al 2,5% e l’inflazione al 5,4%. In quello peggiore si arriverebbe al 2% di crescita e al 6% di inflazione. Previsioni che vanno prese, come sempre, con le pinze e ricordando che “alcuni danni sono già stati fatti e i rischi al ribasso rimangono elevati”.

Ovviamente l’impatto del conflitto si distribuirà molto diversamente nel mondo. I paesi emergenti che importano beni energetici ne risentiranno meno degli avanzati. Nel caso degli esportatori, quelli nei paesi emergenti ne avranno vantaggio, a differenza di quelli dei paesi avanzati. Segno evidente che la struttura dell’economia internazionale, quando ci sono shock energetici, penalizza i ricchi assai più dei poveri, per la semplice ragione che consumano di più.

Ci siamo già passati, peraltro. E anche di recente. L’inflazione seguita al conflitto ucraino, che è ancora in corso e ha modificato in maniera radicale le catene di fornitura energetiche globali, ha mostrato con chiarezza i danni che i paesi avanzati subiscono quando i mercati energetici vanno fuori controllo. E il caso Covid ha mostrato con chiarezza i danni che i paesi avanzati subiscono a livello fiscale quando la spesa dei governi va fuori controllo.

L’ennesima guerra semplicemente è un nuovo capitolo del libro sulla crisi permanente che il mondo sta scrivendo almeno dall’inizio del nuovo secolo. Ed è questo il punto che dobbiamo fissare nella nostra attenzione. Troppe crisi in poco tempo modificano strutturalmente le società che le subiscono. Per adesso siamo guardando solo gli effetti sulla superficie. Quelli profondi li scopriremo dopo.