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La metamorfosi del denaro


Al termine della sua lunga marcia, il denaro si è “smaterializzato”. Dopo millenni in cui le società hanno utilizzato una merce per indicare il segno monetario, oggi il denaro vive la sua forma di purissima idea, che già certa filosofia di fine XIX secolo individuava come essenziale. A dar forza e forma al denaro non è un metallo, ma una convenzione, come ebbe a ribadire Georg Friedrich Knapp, sempre sul finire del secolo XIX, che oppose la sua teoria, poi definita cartalista, ai teorici del metallismo, ossia della tradizione che vuole la moneta dotata di valore intrinseco. Pensiero che originò il gold standard. Un dibattito che ricordava quello fra currency school e banking school nell’Inghilterra di metà secolo e ancor più indietro nel tempo la visione di Platone a quella di Aristotele.

Il cartalismo di Knapp oggi è prassi comune. Il denaro ha perduto il suo corpo-merce molto tempo prima di diventare elettronico e poi digitale. Almeno dal 1971, da quando gli Usa, gli ultimi a promettere la convertibilità in oro ancora alla fine della seconda guerra mondiale, cedettero alla spinta di un mercato troppo impetuoso per essere contenuto dalla riserva aurea di una banca centrale. 

La demonetizzazione dell’oro fu un bagno di realtà che spalancò le porte a quelle che sono state chiamate con sottile ironia “le seduzioni economiche di Faust”. Il denaro faustiano, quindi senza limiti, è cresciuto senza sosta, innanzitutto percorrendo i sentieri tortuosi della nostra immaginazione, reificata in strumenti finanziari divenuti un geroglifico sempre più complesso. Solo pochi sanno capirli. Lo abbiamo scoperto nel 2008: banche di lungo corso collassarono sotto il peso della carta che avevano stampato senza leggerla, perché illeggibile. La germinazione del denaro-carta, quindi immaginario, ha accelerato la produzione di carta-denaro, svelando l’ipocrisia della base monetaria. L’aggregato M0 o M1, come lo chiamano gli economisti, è la punta sommersa di un iceberg capovolto al quale, strato su strato, partecipa un numero crescente di intermediari legati a doppio filo alle banche centrali, che dell’alchimia della creazione del denaro sono state insieme interpreti sapienti e apprendisti stregoni.

Arriviamo così ai tempi nostri, durante i quali l’esperimento del central banking, disciplina sommariamente empirica e altrettanto astratta, arriva alla piena consapevolezza e quindi funzionalità. La moneta come fattore istituzionale, non semplicemente statale, come voleva Knapp. Quindi come risultante – se funziona – di un equilibrio sottile fra il Tesoro e la Banca, ossia le due entità che diedero vita tre secoli fa in Inghilterra a questo esotico ircocervo.

La metamorfosi del denaro, tuttavia, non ha ancora terminato la sua silenziosa rivoluzione. Nel XIX secolo la banca centrale, protagonista di questa evoluzione, ha scoperto di essere un fattore di ordine nel caos durante i tanti episodi di panico finanziario che precedettero la Belle époque. Nel XX secolo ha forgiato i suoi strumenti alla fucina di due guerre mondiali, e li ha affinati in cinquant’anni di lotta all’inflazione a partire dal secondo dopoguerra, ormai orfana della certezza del tallone aureo. Ma soltanto nel XXI secolo, mezzo secolo dopo la fine del sistema di Bretton Woods, sta iniziando a comprendere come gestire un denaro potenzialmente infinito. 

Due altre crisi storiche (subprime, 2008; covid, 2020) hanno mostrato che il bilancio di una banca centrale è la perfetta cornucopia. La cronaca ha confermato ciò che la teoria sapeva già: le banche centrali non possono fallire. O meglio, il loro fallimento coincide con quello della moneta che emettono. Quindi finché la moneta funziona – ossia circola e viene accettata – la banca centrale può emetterne in ragione diretta della credibilità che è capace di guadagnare sui mercati, che ovviamente molto deve anche alla qualità dello stato che la esprime. 

Da ciò deriva una conseguenza già osservabile: la moneta emessa da un sodalizio di stati all’interno di una robusta cornice istituzionale – si pensi all’euro – produce una moneta migliore di quella dei singoli stati, per la semplice ragione che è capace di generare maggior fiducia. Se le principali economie del mondo emettessero una valute comune, tale fiducia non potrebbe che aumentare. E di conseguenza la quantità di moneta in circolazione.

I maggiori emittenti di valute di riserva oggi – l’Ue e gli Usa – rappresentano questa situazione. La forza “monetaria” dell’Ue deriva dall’accordo fra i paesi che le hanno dato vita. Quella degli Usa dal ruolo egemone che svolge nell’economia globale. Risultato: mai è stato emesso tanto denaro. E se oggi rivediamo l’inflazione, non dipende certo dal fatto che il bilancio delle banche centrali si è moltiplicato alcune volte.

Questo non vuol dire però che non ci siano state altre conseguenze. La prima, la più visibile, è quella che potremmo chiamare la scomparsa dei rendimenti.  

La versione completa di questo articolo è stata pubblicata sul numero 96 della rivista Aspenia. L’articolo può essere consultato sul sito di Academia a questo link.