Etichettato: dazi usa effetti sugli scambi

La “resistenza” dell’economia alle tariffe Usa

E’ andata meglio di quanto ci si aspettasse, ma non vuol dire che sia andata bene. Aver inflitto all’economia internazionale – e per giunta continuare a farlo – una sventagliata di tariffe sul commercio ha ottenuto il risultato di aver aumentato la confusione senza che ciò sia servito a far star meglio gli americani, che anzi si sono trovati con prezzi più elevati e sempre in forte sbilancio commerciale con l’estero.

Il fatto che l’amministrazione Usa insista – è fresca di stampa la notizia delle tariffe al 50% inflitte al Canada per i soliti imprecisati motivi – segnala una totale indifferenza alla logica economica e una totale acquiescenza a quella politica il cui senso – semplificando – è compiere azioni che facciano capire senza ombra di dubbio chi comanda, in questo tormentato 2026. Per gli alleati ci sono i dazi. Per i nemici le bombe. Il succo è fondamentalmente questo.

Lasciamo da parte la politica, che in fondo non è così interessante, e occupiamoci dei mercati, che invece hanno il pregio di riservare ogni tanto delle sorprese. Come quella della reazione ai dazi, appunto. Un anno fa o poco più, quando gli analisti vergavano preoccupanti previsioni sugli effetti dei dazi statunitensi, nessuno avrebbe mai creduto che i mercati potessero trovare in se stessi la forza di resistere al terremoto provocato dagli Usa. Gli scambi internazionali, già in difficoltà a causa di guerre e post-pandemia si immaginava sarebbero collassati di fronte alla pre-potenza di una politica commerciale sostanzialmente suicida.

E invece no. Il grafico sopra, che proviene dall’ultima relazione annuale della Bis di Basilea, mostra che fra il prevedere e il succedere lo spread è stato più largo del solito. “Lo stress più significativo del sistema commerciale multilaterale degli ultimi decenni”, per dirla con le parole della Banca ha prodotto una specie di topolino, che però minaccia di crescere mano a mano che le pressioni commerciali continueranno.

Ma nel frattempo godiamoci questo piccolo successo del mercato contro la pre-potenza politica. Gli scambi globali sono infatti cresciuti del 5% nella prima metà del 2025 e la crescita globale si è avvicinata al quadro previsionale elaborato prima dell’annuncio di Trump. Tre fattori hanno contribuito a questa “resistenza”.

Il primo è che la “taglia” delle tariffe è risultata assai più bassa di quanto annunciato. A causa di esenzioni, accordi commerciali e altro, il tasso effettivo delle tariffe Usa si è stabilizzato intorno al 10% nella seconda metà del 2025, molto al di sotto del 25% annunciato. Questo dimezzamento si è riflesso in quello delle perdite di output previste.

Il secondo fattore è stato il riallineamento delle catene commerciali. E’ cambiata, insomma, la geografica degli scambi, non la loro intensità. Il drastico calo delle esportazioni cinesi negli Usa è stata compensata da maggiori esportazioni cinesi in Asia, conseguenza di un assai probabile sviluppo delle attività di transshipment, ossia uso di porti terzi che hanno mediato gli scambi. In valore, le esportazioni cinesi non sono affatto diminuite, anzi sono crescite del 13% nel 2025.

Il terzo fattore che ha mitigato i danno è stata la reazione delle imprese, che si sono fatte due conti e hanno cambiato le loro strategie commerciali. Hanno fatto ordini imponenti quando si iniziava a respirare l’aria delle tariffe, mentre le imprese Usa hanno accettato di comprimere i propri margini per non far schizzare alle stelle i prezzi interni.

Sempre perché – è il caso di ricordarlo – i dazi li pagano gli importatori dei paesi che li impongono e tendono a scaricarsi sui consumatori, che però se ne accorgo dopo. Si stima che le imprese Usa abbiano assorbito circa i due terzi del dazio, che significa, in pratica, che hanno sopportato in gran parte (il resto i consumatori) il peso fiscale che il dazio comporta. Almeno fino a quando la Corte Suprema non li ha giudicati illegali, costringendo il governo a restituire il maltolto.

Questa è un’altra storia. Ma intanto quella dei dazi è finita bene. Benino, va.