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Una generazione all’inferno

Finalmente sappiamo come è finita in Grecia. Ossia che non è finita e che probabilmente non finirà mai.

I ministri delle finanze dell’Ue hanno dato tempo fino al 2020 ai greci per portare il debito al 124% del Pil, con il corollario (perché in fondo è un teorema) di scendere al 110% nel 2022. Quindi di sicuro non finirà per i prossimi dieci anni, la brutta novella greca.

E infatti è già pronta la prossima puntata. Entro il 13 dicembre dovrà arrivare la decisione formale per il versamento dei 43,7 miliardi faticosamente strappati ai portafogli europei, dopo che i singoli parlamenti nazionali avranno dato il loro via libera. E l’uomo (greco) campa.

Questa pantomima sulla pelle della Grecia si ripete ormai con defatigante regolarità da oltre quattro anni, seguendo ogni volta il solito copione allarme-paura-sospiro di sollievo, che fa di sicuro la felicità di chi lucra sui corsi azionari e obbligazionari, ieri al ribasso oggi al rialzo, e genera ansia diffusa fra i cittadini europei, che vivono nello stato sospeso di chi pensa “non succede, ma se succede…”.

Oggi sappiamo che questa sospensione della pena, visto che in greci sono gravemente indiziati di eccesso di debito e già condannati in primo grado, durerà almeno per i prossimi dieci anni. Rassicuriamoci, perciò, dovremo patire ancora, e patiremo a lungo.

Per i greci andrà peggio. Quella che doveva essere una breve stagione nell’inferno del debito è ormai diventato un periodo lungo una generazione intera. Un bambino nato in Grecia nel 2000, già a sette anni aveva arricchito il suo vocabolario con parole come crisi, debito, disoccupazione. A dieci sapeva tutto dello spread. A venti saprà che è ancora gravemente indebitato e quindi ben lungi dall’aver espiato la sua condanna. A 22, chissà, forse conoscerà un momentaneo sollievo.

Nel frattempo avrà pagato, sotto forma di meno servizi, diritti e garanzie, le colpe dei suoi padri.

Molto biblico.

Non fa una piega.

Lo spread come misura dell’empietà

Mentre l’Europa decide cosa farne del debito greco, è utile ingannare l’attesa rileggendo un vecchio frammento di Walter Benjamin scritto nel 1921, il “Capitalismo come religione”, che segue idealmente, approfondendolo, il percorso iniziato da Max Weber fra il 1904 e il 1905 con il saggio sull’Etica protestante e lo spirito del capitalismo.

Alcune riflessioni di Benjamin sono sorprendentemente attuali e ci aiutano a guardare con occhi differenti il dramma economico del nostro tempo: l’indebitamento coatto, con tutte le declinazioni tecnicistiche che ormai caratterizzano il nostro vissuto quotidiano. Lo spread, ad esempio.

“Nel capitalismo – scrive Benjamin – si deve vedere una religione, vale a dire che il capitalismo serve essenzialmente all’appagamento di quelle stesse preoccupazioni, pene e inquietudini a cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Tale connotazione ha alcune specificità. “In primo luogo – osserva – il capitalismo è una pura religione cultuale, forse la più estrema mai esistita (…). Il suo secondo tratto è la durata permanente del culto (…). In terzo luogo questo culto è generatore di colpa indebitante. Il capitalismo è il primo caso di culto che non redime il peccato ma genera colpa (…) un’enorme coscienza della colpa che non rimette i propri debiti e ricorre al culto non per espiare questa colpa ma per renderla universale, conficcarla nella coscienza, per includere lo stesso dio in questa colpa”.

Le radici culturali di Benjamin, filosofo di quella lingua tedesca dove debito e colpa si definiscono con lo stesso sostantivo (schuld), sono le stesse di Weber, ma anche di Marx, che nel ventiquattresimo capitolo della settima sezione del Libro I del Capitale aveva spiegato che il debito pubblico aveva impresso “il suo marchio nell’era capitalistica”.

Dal debito pubblico, secondo Marx, deriva “la dottrina moderna secondo la quale un popolo diventa tanto più ricco quanto più si indebita”. “Col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo Spirito Santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancare di fede al debito pubblico”.  Quello che oggi assai più prosaicamente chiamiamo mancanza di fiducia.

Se le cose stanno così, possiamo fregiarci di aver raggiunto un risultato invidiabile nell’età contemporanea. Abbiamo ridotto a categoria misurabile una categoria dello spirito.

L’empietà, oggi, si può misurare con lo spread.

L’età della colpa

Non servono parole per spiegare a che punto siamo. Basta sbirciare il grafico che trovate in testa a questo blog. Misura l’andamento del debito rispetto al Pil negli ultimi cento anni negli Usa. La prima impennata della curva è quella la cui discesa provoco la crisi del ’29. La seconda, assai più ripida e inclinata, è quella che è iniziata negli anni ’80 e che ha mostrato decisi segni di inversione nel 2008, come se quattro anni fa sia davvero iniziato un serio percorso di disindebitamento dopo trent’anni e passa di allegra sbornia che hanno profondamente mutato gli equilibri del mondo.

Nessuno sa se è davvero così. Se, vale a dire, la tenzone drammatica fra chi vuole inflazionare il debito e chi vuole deflazionarlo avrà un vincitore o se saremo tutti egualmente sconfitti.

Questo blog vuole proporsi come luogo di raccolta di cronache e riflessioni su questo particolare tornante della storia, che solo con estrema superficialità si potrebbe pensare abbia ricadute esclusivamente economiche.

L’indebitamento collettivo, al contrario, è assai più che una semplice questione bancaria. Investe ambiti che sono innanzitutto sociali, e poi psicologici e persino religiosi. Quindi è una fatto eminentemente politico.

Di conseguenza ci riguarda tutti.

La crisi del debito è l’altra faccia della crisi del credito. Dall’età dell’innocenza del credito facile, elargito per decenni come surrogato della fiducia, siamo finiti nell’età della colpa. I debitori sono guardati con sospetto e diffidenza. Finiscono sotto processo. Vengono condannati. I popoli vengono letteralmente schiacciati dalla loro colpa. Prendersela con le banche è scambiare ancora una volta il dito con la direzione. Prendersela con lo strumento ignorando il fine.

Invece quello che serve è una robusta dose di consapevolezza. Capire dove siamo per immaginare dove andremo.

Buona fortuna.