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Ecco perché comandano i tedeschi

In un mondo in cui l’unico valore riconosciuto è quello che si può misurare (e quindi monetizzare) non c’è da stupirsi che la Germania emerga come un gigante nell’Ue e si possa permettere di far risuonare forte e chiara la sua voce fra i suoi cosìddetti partner.

Tutti coloro che soffrono tale egemonia – ormai conclamata – e sono sempre di più, nel nostro Paese e fuori, dovrebbero farsi una semplice domanda: è colpa dei tedeschi se sono forti nel gioco dell’economia del nostro tempo, o è colpa delle regole del gioco economico del nostro tempo se i tedeschi sono forti?

A qualcuno tale domanda sembrerà oziosa. Ma chi non si limiti al dato economico, e sia alla ricerca di un senso più profondo nella crisi del nostro tempo, dovrà convenire che serve una riflessione più accurata per capire come uscirne.

Ne riparleremo.

Intanto limitiamoci ai numeri, che confermano ancora una volta la fisionomia germanica assunta ormai dall’eurozona.

Cominciamo con l’ultimo report sul saldo del conto corrente della bilancia dei pagamenti dell’Ue a 27, rilasciato pochi giorni fa da Eurostat, che registra un lusinghiero risultato.

Addirittura un saldo netto positivo di 31,4 miliardi di euro nell’ultimo quarto del 2012.

Il risultato è tanto più lusinghiero se si osserva la curva dell’andamento del saldo dal 2005 in poi. Questa curva dà due informazioni interessanti.

La prima è che la curva dell’Ue a 17 ha un andamento sempre migliore rispetto a quella dell’Ue a 27. Come dire: l’euro ha favorito la contabilità esterna dell’eurozona, mentre le valute nazionali hanno reagito peggio agli shock della crisi.

I numeri, infatti, ci dicono che a fronte del surplus di 31,4 miliardi dell’Ue a 27, l’Ue a 17 ha registrato un surplus di 59,6 miliardi nell’ultimo trimestre 2012.

Il secondo dato è quello più eloquente. A fronte del surplus di 59,6 miliardi che abbiamo visto, il surplus della Germania (compresivo di scambi intra-Ue ed extra-Ue) è arrivato a 53,5 miliardi.

In pratica l’attivo tedesco corrisponde all’87,9% del totale dell’attivo dell’eurozona.

Il resto, le briciole, se lo spartiscono l’Olanda, con un saldo positivo di 17,1 miliardi, la Spagna, 4,4 miliardi, l’Italia, con 3,8 miliardi, l’Irlanda, con 2,9. La Grecia perde due miliardi.

In pratica tutti i Piigs fanno un saldo attivo di 9 miliardi circa, più o meno il 15% del totale. L’equivalente, si potrebbe dire, del loro peso politico.

Tutti gli altri sono a saldo zero o registrano ampi deficit che finiscono col far scendere il saldo complessivo dell’eurozona. A cominciare dalla Francia, che chiude il quarto trimestre con un deficit del saldo corrente di 11,2 miliardi.

Difficile contrappuntare i “solisti” tedesche in queste condizioni.

Peggio fa solo la Gran Bretagna (che però sta fuori dall’eurozona) con un deficit di 14,3 miliardi.

Degno di nota che i migliori saldi, fuori dall’Ue, siano quelli con gli Usa (+23,2 miliardi), la Svizzera (+18 miliardi), il Brasile (+8,6 mld) e Honk Hong (+7,5 mld), mentre il saldo con la Cina rimane negativo per 29 miliardi.

Ultima osservazione utile, il grosso del surplus è stato realizzato sui servizi, che pesano circa 10 volte più del saldo ottenuto dal commercio di beni.

Questo tanto per capire quale sia l’autentica vocazione dell’Ue.

Sempre Eurostat ci fornisce altri dati che spiegano bene le ragioni dell’egemonia tedesca, riferiti stavolta alla contabilità pubblica.

Nel 2012 il deficit fiscale dell’eurozona si è fermato, in media, al 3,7%, mentre il debito, sempre in media è arrivato al 90,6%. Interessante notare come l’andamento del deficit, in calo dal -6,4% del 2009, sia inverso rispetto a quello del debito, che nel 2009 era all’80% del Pil.

Se usciamo dalle media e vediamo i singoli paesi, notiamo che, nel 2012, la Germania è andata in avanzo fiscale (che significa che il settore pubblico ha sottratto ricchezza al privato) per lo 0,2% del Pil, mentre noi italiani, che siamo considerati fra quelli che stanno meglio, siamo riusciti a non sforare il limite del 3% di deficit sul Pil.

I Pigs, al contrario, stanno sempre peggio. La Spagna chiude con un deficit del 10,6% sul Pil, la Grecia del 10%, l’Irlanda del 7,6%, il portogallo del 6,4. Poco meglio la Francia, che chiude l’anno con un deficit del 4,8% sul Pil.

Ricapitoliamo. La Germania ha chiuso il 2012 con un saldo netto di conto corrente pari quasi al totale del saldo netto dell’eurozona. E ha il miglior bilancio pubblico, con un surplus netto dello 0,2% e un debito di una decina di punti più basso della media dell’eurozona, l’81,9%, peraltro previsto in calo secondo i dati del Fmi. E vi risparmiamo i dati sulla posizione netta sull’estero (che sono ottimi).

Come se non bastasse i saldi esterni e quelli fiscali della Germania sono migliorati costantemente dall’inizio della crisi, al contrario di quanto è accaduto per i principali partner dell’eurozona, Pigs in testa. Caso pressoché unico fra i paesi core dell’euro.

Ecco perché comandano i tedeschi.

La Germania cerca spazio vitale in Cina

Il sogno, o almeno la speranza, della Germania è scritto nelle ultime cifre diffuse dall’ente nazionale tedesco di statistica sull’export dell’ultimo trimestre 2012 e sul totale dell’andamento delle esportazioni nel 2012: sostituire gradualmente la quota di export finora destinata ai paesi dell’eurozona con quella ai paesi extra Ue, in particolare alla Cina.

Questa affannosa ricerca di uno spazio vitale a Oriente è strategica per il primo esportatore europeo, vista la quota sempre minore di risorse che i paesi in crisi del Sud Europa possono dedicare alle importazioni. E fa leva sui redditi degli abitanti  nei paesi emergenti – Cina in testa – che sono previsti in crescita in futuro.

Per farla semplice: 1,3 miliardi di cinesi più ricchi, possono gradualmente compensare, in tutto o in gran parte, 400 milioni di europei diventati più poveri.

Cinico, ma razionale.

Anche perché pure se i redditi in Germania stanno iniziando a crescere, dopo la deflazione indotta dalle riforme sul mercato del lavoro nei primi anni del 2000, e la produttività a decrescere, rimane il fatto che l’economia tedesca, sin dal dopoguerra, è fortemente orientata all’export, e non sembra possibile che i politici tedeschi accettino di cambiare modello di sviluppo nel breve periodo. Anziché provare a rilanciare i consumi interni, e quindi “importare” un po’ di inflazione dai disgraziati cugini del Sud, sarà sempre più semplice esportare.

Guardiamo i dati. Nel IV trimestre 2012 le esportazioni tedesche sono aumentate dell’1,3%, a 271,4 miliardi, rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Le esportazioni verso L’Ue a 27, però, sono in calo dello 0,8% a 153,5 miliardi di euro. Al contrario, le esportazioni verso i paesi terzi sono cresciute del 4,2% a 118,0 miliardi di euro.

Il dato si fa interessante se scomponiamo l’Ue fra i paesi che aderiscono e quelli che non aderiscono all’euro. Nei confronti dei non aderenti l’export è cresciuto (+1,7% a 52,4 miliardi di euro). Fra quelli che usano l’euro, al contrario è diminuito del 2,1% a poco più di 101 miliardi. Quindi il calo maggiore dell’export verso l’Ue si registra proprio nei paesi che usano l’euro. Quelli dell’austerità.

Se poi andiamo a vedere i dati per l’intero 2012, notiamo che l’istituto di statistica titola il suo report mettendo l’accento proprio sull’aumento dell’export verso la Cina. Tanto per far capire qual è lo spazio vitale prossimo venturo.

Notiamo che nel 2012, le esportazioni tedesche verso la Cina sono cresciute del 2,7% a 66,6 miliardi di euro rispetto al 2011, mentre le importazioni, sempre dalla Cina sono calate del 2,8% a 77,3 miliardi di euro. Quindi il deficit della bilancia commerciale del commercio estero tedesco con la Cina è diminuito del 27,1% a 10,7 miliardi di euro rispetto al 2011, quando era di 14,7 miliardi di euro.

Complessivamente il bilancio tedesco commerciale nel 2012 ha registrato globalmente un surplus di 188,3 miliardi, in crescita del 18,6% sul 2011.

Il quadro è chiaro. E anche il significato “politico” di questi numeri: l’incremento dell’export verso la Cina (+2,7%) dovrebbe gradualmente compensare il calo dell’export nell’eurozona (-2,1% nel IV trimestre 2012).

Riusciranno i nostri eroi?

E’ presto per dirlo. Intanto rileviamo un altro dato, stavolta tratto da un recente studio del Fmi che analizza lo stato di salute dell’industria manufatturiera in diversi paesi, dal 1980 al 2010. Trent’anni fa al top della classifica stavano gli Stati Uniti, seguiti da Germania, Giappone, Uk, Francia e Italia. La Cina veniva dopo di noi, al settimo posto.

Nel 2010 il mondo era (quasi) rovesciato. Gli Usa mantengono il primo posto, ma al secondo ora c’è la Cina. Il Giappone mantiene il terzo posto, mentre la Germania è scivolata al quarto e l’Italia è salita al quinto. Dopo di noi ci sono il Brasile e la Corea del Sud. Seguono, in ottava e nona posizione, la Francia e la Gran Bretagna.

Che vuole dire? Semplice: che la campagna tedesca per la conquista della Cina dovrà vedersela con un’economia molto più forte proprio sul campo dove si dovrebbe combattere la guerra per le esportazioni. La Germania, insomma, rischia di fare il passo più lungo della gamba.

Con un corollario: l’Italia, pur con tutte le sue contraddizioni, è l’unico paese europeo che ha guadagnato terreno nel settore manifatturiero (alla faccia di chi teme la nostra deindustrializzazione).

Forse siamo più forti di quello che pensiamo.

Purtroppo, pensiamo male.