Etichettato: fed dati bilancia commerciale usa

Alle radici del deficit commerciale Usa


Il commercio dunque, ossia la perfetta pietra dello scandalo che motiva l’amministrazione Usa alla guerra economica con mezzo mondo. Trump, ormai arrivato a metà mandato, ha usato l’argomento del commercio per muovere l’armata Usa verso i suoi partner eccedentari, principalmente la Cina, e già questo dovrebbe servirci a valutarlo come un evento storico. Il deficit commerciale Usa, infatti, non è un incidente della storia, ma è la storia stessa dello sviluppo dell’Occidente nel secondo dopoguerra, cresciuto col tacito patto fra il Grande Importatore – gli Usa, alimentato dagli attivi dei suoi investimenti esteri – e i Grandi Esportatori, Europa e Giappone prima e adesso anche la Cina, che “rimandano” i propri attivi commerciali in  Usa sotto forma di prestiti, nutrendo le disponibilità statunitensi e la loro cospicua capacità di consumo. Dicendo ai partner che devono equilibrare il commercio con gli Usa, perciò, Trump non sta dicendo solo di volere un commercio equo, ma anche che quel modello di sviluppo è finito. America first, insomma, significa pure America che vive del suo, e gli altri si arrangino.

Queste osservazioni si ricavano da alcuni dati diffusi dalla Fed che ci consentono di allungare lo sguardo e quindi “vedere” la storia pure se nella rappresentazione rarefatta tipica della contabilità. Cominciamo dal deficit commerciale. Trump in sostanza ha scoperto un buco che si allarga da più di quarant’anni.

Notate che il picco attivi commerciali statunitensi si raggiunge nel 1947 per praticamente azzerarsi nell’arco di un triennio. Sono gli anni del piano Marshall e della ricostruzione dell’Europa e del Giappone, durante i quali l’America accetta di sacrificare la sua supremazia commerciale per fornire ossigeno ai partner politici del blocco occidentale che devono ricostruire i loro sistemi monetari e industriali. Ciò non poteva che passare dallo sviluppo del commercio internazionale e perciò dalla disponibilità Usa ad aprire le frontiere alle merci europee e giapponesi. I vent’anni successivi sono la storia di questo virtuoso patto politico che consente uno sviluppo economico senza precedenti nella storia. Sono i meravigliosi anni ’50 che preparano il dissesto potenziale dei Sessanta che diventa sostanziale nei Settanta. Il gioco sfugge di mano. I deficit persistenti generano squilibri nei pagamenti che minacciano la stabilità del dollaro, che denomina gli attivi commerciali europei e giapponesi e i prestiti che questi paesi fanno agli Usa. La fine del sistema di Bretton Woods e gli shock petroliferi fanno il resto. Ma il commercio, e quindi il meccanismo che lo ha alimentato, era troppo importante per non continuare.

Lungo tutti gli anni ’80 il Giappone era il principale partner eccedentario degli Usa, un po’ come la Cina oggi e tale situazione si corregge solo nel corso dei decenni e al prezzo della grave crisi conosciuta dal Giappone anche in conseguenza degli accordi del Plaza del 1985 che portarono a una svalutazione coordinata del dollaro principalmente nei confronti dello yen. Notate che la posizione eccedentaria della Germania, uno dei bersagli preferiti di Trump, è sostanzialmente stabile nei decenni considerati mentre quella nei confronti del Messico ha conosciuto un peggioramento dopo l’applicazione degli accordi Nafta, di recente rivisti. Il deficit nei confronti della Cina, infine, inizia ad allargarsi negli anni ’80 e raddoppia dal 2001 in poi, ma era già al livello giapponese alla fine degli anni ’90. La Cina, insomma, era entrata nell’orbita del commercio Usa assai prima del suo ingresso nel Wto.

Questo schema non avrebbe mai potuto funzionare se gli Usa non avessero sapientemente messo buone basi patrimoniali al’estero. L’internazionalizzazione del capitale Usa è stato il rovescio della medaglia del deficit commerciale. E in tal senso le nuove normative fiscali approvate dall’amministrazione Trump, che fra le altre cose “richiamano” in patria molti capitali esteri, sono il completamente logico della politica daziaria scatenata contro i partner. Sempre perché l’America oggi vuole vivere del suo.

La posizione netta degli investimenti esteri Usa, attiva fino ai tardi anni ’80, diventa negativa e approfondisce il suo deficit nel corso dei decenni successivi. Ma ciò non ha impedito ai ricavi derivanti dagli investimenti esteri di generare degli attivi che a fine 2017 erano superiori all’1,3% del Pil Usa. Una bella riserva di ricchezza, per lo più derivata dagli investimenti diretti ma anche frutto dell’esorbitante privilegio, come si diceva una volta, che per gli Usa rappresenta detenere la principale valuta di riserva. Questa ricchezza, finisce con l’alimentare la domanda di beni e servizi esteri e così il cerchio si chiude.

Tutto ciò serve a capire quanto sia profonda la lacerazione che le politiche di Trump rischiano di provocare al tessuto dell’economia internazionale. I dazi, a ben vedere, sono solo la punta dell’iceberg.

 

Annunci