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Non basta un debito comune europeo. Serve un recovery fund globale per la libertà


La complessità delle questioni globali, delle quali la guerra – solo l’ultima arrivata – è un terribile promemoria, sembra stia rendendo chiaro ai policymaker che non è possibile pensare di trovare una qualche forma di composizione di questi dossier senza un approccio che sia coordinato. Questo vale per gli aspetti militari, che più di recente hanno guadagnato la nostra attenzione, ma vale anche per tutto il resto: politica, economia, cultura, società.

Senza bisogno di divagare troppo, guardiamo ai semplici fatti di cronaca, limitandoci per adesso solo agli aspetti economici. Nel vertice di Versailles che ha riunito i leader europei è emersa con chiarezza l’esigenza di poter disporre di ingenti risorse – si è parlato di 2.000 miliardi di euro – per poter finanziare non solo la costosissima transizione energetica, che oggi è divenuta ancora più complicata a causa dell’annunciata (per ora) defezione della domanda europea dall’energia russa, ma anche lo sforzo militare che l’Europa dice (per ora) di voler intraprendere immaginando un progetto di difesa comune.

E qui sorge il problema che il nostro primo ministro ha ben sottolineato: “I bisogni finanziari dell’Ue per rispettare gli obiettivi di clima, difesa, energia sono molto grandi. Secondo i calcoli della Commissione e assumendo che la mancanza che vogliamo riempire sulla difesa è lo 0,6%, il fabbisogno risulta essere pari a 1,5 o 2 o più trilioni di euro. Bisogna trovare un compromesso su dove trovare le risorse, a livello di bilancio nazionale questo spazio non c’è. Serve una risposta europea”. Un altro recovery, insomma.

Ma è chiaro che Draghi parla a nuora perché suocera intenda. E la suocera, ossia l’infrastruttura istituzionale che fino ad oggi, bene o male, ha retto la nostra storia comune di europei farà bene a fare tutto ciò che è necessario per evolvere non solo se stessa – non possiamo fare un recovery con un nome diverso od ogni crisi: serve un tesoro europeo – ma anche il mondo di cui fa orgogliosamente (?) parte: la società che chiamiamo occidentale.

Per non ripetere argomenti già sostenuti altrove, qui basterà ricordare che l’Europa non può pensare di esaurire la sua vocazione in se stessa. Quello europeo è un vaste programme, senza dubbio, come direbbe qualcuno, ma non grande abbastanza per assicurare una lunga vita alla società occidentale alla quale apparteniamo e che non dovremmo dubitare di voler abitare. Pur nei suoi riconosciuti limiti è pur sempre la migliore che siamo stati capaci di costruire, proprio in virtù della sua costante capacità di mettersi in discussione.

Perciò, nella loro già fin troppo nutrita agenda, i leader europei dovranno aggiungere un’altra pagina, che molto ha a che fare con la configurazione che andrà a prendere il mondo prossimo venturo. La guerra scatenata dai russi, infatti, ha il potenziale di riportarci al XX secolo. L’Europa deve ricordare all’Occidente che invece dobbiamo pensare al XXII, attraversando questo difficilissimo inizio di XXI secolo. La guerra è un colpo di coda del passato. Dobbiamo rispondere col futuro.

Per far vincere il futuro, però, bisogna immaginarlo. E il modo migliore è partendo dai dati di realtà. Se l’Europa ha bisogno di due trilioni – a volare bassi – per portare avanti le sue visioni, di quanto ha bisogno la società occidentale per avere un futuro all’altezza delle sue aspettative? E, soprattutto, dove dovrebbe reperire queste risorse?

Ancora una volta, il caso europeo fornisce molte risposte. I paesi Ue si sono uniti tramite un federalismo funzionale costruito su base economica che ha condotto alla costruzione di un mercato comune, quindi di una moneta comune e adesso sta lavorando all’emissione di strumenti di debito comune. Nell’auspicabile ipotesi che si arrivi a una autentica unione bancaria e poi a una unione dei mercati dei capitali, l’Europa avrà messo a disposizione del mondo un safe asset non solo liquido e profondo, buona approssimazione del Treasury Usa, ma anche un notevole strumento per finanziare il proprio sviluppo e le proprie scelte strategiche.

Si tratta, quindi, né più né meno, di replicare, stavolta intenzionalmente quanto l’Unione Europea ha perseguito più o meno caoticamente dal dopoguerra ad oggi. L’intenzionalità, di solito, aiuta ad affrettare i processi che si vuole portare avanti. Quindi creare una struttura partecipata da alcuni paesi che arrivi a emettere debito comune, potendo magari disporre di una capacità impositiva devoluta dagli stati membri, che si occupi di finanziare alcuni dossier internazionali che gli stati nazionali non sono in grado di gestire da soli. Una sorta di super ministero del Tesoro al quale affiancare una struttura di central banking. Ne verrebbe fuori quel safe asset globale del quale il sistema finanziario ha bisogno da anni.

Su quali debbano essere questi paesi, la cronaca più recente ci suggerisce la risposta. Contro l’attacco di Putin si sono levate tutte le democrazie. Quindi i paesi del G7, ai quali si sono aggiunti anche l’Australia e la Nuova Zelanda. Persino la neutralissima Svizzera ha aderito ad alcune sanzioni contro i russi. La guerra, insomma, ha compattato un fronte – una sorta di G7 allargato – che si sa affine, ma non abbastanza da decidersi a condividere la responsabilità della governance globale su alcuni grandi temi che chiedono di essere affrontati: uno per tutti la transizione energetica che la guerra rende semmai più urgente. Pesa anche una certa timidezza di questi paesi a valorizzare i propri punti di vista, che la zavorra della tradizione nazionalista contribuisce ad aggravare.

Ma adesso il fronte si è compattato e non dovrebbe perdere l’occasione di una crisi, come si suol dire, per fare un passo avanti marciando per una volta nella stessa direzione. Le sfide che l’umanità ha davanti sono terribilmente complesse e quindi richiedono grandi risorse per essere affrontare. E prima ancora delle risorse, che possono essere reperite in mercati affamati di asset – nel mondo al momento circolano oltre 300 trilioni di obbligazioni – servono strutture e istituzioni capaci di mobilitarle che non possono nascere senza una precisa decisione politica. E questa è la sfida più difficile.

A parte superare le ovvie resistenze della potenza egemone in carica – un safe asset globale denominato in una valuta diversa dal dollaro sarebbe un ovvio concorrente della principale valuta di riserva mondiale – bisognerebbe essere capaci di superare molti egoismi e pregiudizi, che abbiamo visto all’opera anche di recente, quando uno esponente politico dell’Ue ha detto che i paesi meno ricchi trovano sempre il modo di farsi pagare le spese. Visione miope perché priva del primo requisito che serve per stabilire un ordine globale sostenibile: la solidarietà.

Sul perché fare un passo del genere non dovrebbero esserci dubbi, arrivati a questo punto. Gli stati nazionali non riescono semplicemente a generare risorse fiscali sufficienti per governare la complessità nella quale, volenti o nolenti, sono inseriti. E’ più facile fare una guerra – lo vediamo oggi – che gestire una pace.

E poi c’è il fatto politico, assai più rilevante. La guerra ci ricorda che di fronte alle nostre libertà, faticosamente conquistate, si erge il leviatano insaziabile – e imprevedibile – della tirannide, che anche in questo secolo ha lanciato la sua sfida.

Non si tratta solo dei russi, ovviamente, che in questa sfida giocano il ruolo di epifenomeni. Ma di un certo modo di intendere la società, che anche all’interno di casa nostra ha trovato terreno fertile generando ancora oggi distinguo e giustificazioni. Se l’Occidente vuole avere un futuro non può nutrire più il minimo dubbio su quali siano le sue forze, le sue potenzialità e soprattutto le sue aspirazioni. Siamo al bivio fra il trasformarci in cittadelle fortificate assediate dai tiranni o in coloro che assediano i tiranni con la loro libertà.

Per portare avanti la nostra visione valoriale, però, servono risorse capaci di aumentare la ricchezza globale, unico antidoto storicamente conosciuto per sconfiggere la tirannide. La democrazia governa creando ricchezza, proprio come la tirannide governa creando miseria. E la lega dei paesi democratici ha ricchezza a sufficienza per farne qualcosa di migliore che limitarsi a contemplarla. Possiamo persino immaginare il volume delle risorse che saremmo capaci di mobilitare osservando quanto vale il pil dei paesi del G7 “allargato”, come lo abbiamo definito.

Si parla di paesi che generano quasi 50 trilioni sul totale del pil mondiale di poco meno di 94 (dato 2021), che quindi molto facilmente possono generare trilioni di risorse emettendo un debito comune che, se ben congegnato, risulterebbe graditissimo ai mercati e un carburante ideale per finanziare lo sviluppo.

Le questioni tecniche da risolvere sarebbero evidentemente molto complesse. Lo abbiamo visto quando si è trattato di discutere della global tax per le multinazionali, grazie alla quale si stima una capacità impositiva aggiuntiva dei paesi aderenti di circa 150 miliardi. Basterebbe devolvere questa capacità impositiva a un soggetto terzo, partecipato dal “G7 allargato”, per avere in nuce il primo degli strumenti che ci serve.

Ma prima che i tecnici dipanino l’intricata matassa del come realizzare qualcosa, bisogna che chi rappresenta le popolazioni indichi la direzione verso la quale le vuole condurre. E per far questo servono gesti simbolici.

Alla fine dell’anno scorso il presidente americano Biden ha convocato un summit delle democrazie proprio per sottolineare i numerosi pericoli ai quale sono esposte. Pericoli che oggi vediamo materializzarsi molto più concretamente. Sarebbe bello che l’Unione europea ricambiasse l’invito, convocando magari una lista ristretta di paesi e proponendo una agenda operativa con un solo punto da approvare all’unanimità. Una cosa semplice e comprensibile per tutte le popolazioni. L’istituzione di un recovery fund per la libertà. L’intendenza seguirà.