Etichettato: il tramonto dell’oriente

Il tramonto che passa inosservato: quello dell’Oriente

Al tanto (troppo) che si è scritto sul tramonto dell’Occidente, titolo fortunato di un libro che ha inaugurato un’epoca, ha finito col corrispondere una narrazione – parola anche questa ormai abusata – fin troppo edulcorata dell’avvento del secolo asiatico. Queste semplificazioni, che fanno la fortuna degli editor delle case editrici e dei titolisti del giornali con scarsa fantasia, finiscono col pagar pegno a una autentica comprensione dei processi in corso, che vengono onnubilati dal marketing della realtà.

Sicché finisce che non solo il tramonto dell’occidente risulta alquanto esagerato, per parafrasare una vecchia battuta, ma altrettanto esorbitante è l’idea di un secolo – il XXI – asiatico, laddove si pensa che l’Asia sia il il luogo dove sorgerà un avvenire migliore di questo che ci è toccato in sorte.

Sperare è lecito, ma i proverbi ci ricordano che chi campa di speranza muore disperato, e l’Asia non fa eccezione. Le fortune dell’Oriente sono legate a filo doppio a quelle dell’Occidente, e non solo questo accomuna le due parti del planisfero. Pensate solo alla demografia: il declino della popolazione a Oriente è persino più estremo che in Occidente, con paesi come la Corea del Sud, la Cina e il Giappone a esibire previsioni demografiche peggiori delle nostre.

Non c’è solo questo, ovviamente. La vicenda di Hormuz ci ricorda quanto lo sviluppo dell’Oriente dipenda sostanzialmente dalla funzionalità delle rotte commerciali marittime. Per rimanere sul soggetto, è sufficiente ricordare che “L’Asia ha subito un impatto sproporzionato dalla chiusura dello Stretto”, come scrive la Bis nella sua ultima relazione annuale.

Prima del conflitto, infatti, oltre l’80% del petrolio greggio e del gas naturale che transitavano per Hormuz era destinato all’Asia. Le raffinerie giapponesi si rifornivano del 95% del greggio dagli stati del Golfo, con il 70% che transitava attraverso Hormuz. Malesia, Corea e Thailandia importavano tra il 60 e il 70% del loro petrolio dal Golfo, risultando ugualmente esposte alla chiusura di Hormuz. In linea con ciò, le stime basate su modelli indicano perdite di produzione significative in tutta l’Asia, con l’area euro esposta a causa della sua dipendenza dalle importazioni di distillati dal Golfo.

Quindi, ricapitolando, con Hormuz entra in crisi un sistema che tiene avvinti Oriente e Occidente, con l’Oriente ad aver goduto di grandi vantaggi nell’ultimo quarto di secolo, ma solo in ragione della disponibilità dell’Occidente a esternalizzare le sue produzioni e a sostenere la propria domanda di merci prodotte in Oriente per i suoi mercati.

Dietro lo straordinario sviluppo delle popolazioni orientali, quindi, delle quali quella cinese è solo l’ultima in ordine di arrivo (l’ha preceduta il Giappone negli anni Settanta), ci sta l’economia occidentale, col Medio Oriente a far da catena di trasmissione in qualità di fornitore di energia e non solo.

La crisi di Hormuz, perciò, racconta la fine di questo mondo complesso. Che questa crisi sia stata determinata dallo stesso Occidente che negli ultimi venticinque anni ha costruito la sua prosperità sulla relazione con l’Oriente è una circostanza davvero beffarda.

Rimane il fatto. Senza catena di trasmissione mediorientale, la ruota occidentale smette di essere collegata a quella orientale. La macchina rallenta fino a fermarsi, col rischio concreto di un deragliamento.

L’Oriente sarà il primo a pagare il prezzo della crisi globale, per la semplice ragione che è meno capitalizzato. Ma l’Occidente, alle prese con una conclamata crisi fiscale, una società anziana e una popolazione viziata dalla spesa pubblica non se la passerà tanto meglio. Diventerà una terra sempre più fertile per il populismo. E questo non vuol dire fare l’interesse del popolo. Al contrario: è la sua definitiva alienazione.