Etichettato: mercato valutario e moneta cinese

La silenziosa metamorfosi dello Yuan


La forza del dollaro, quindi, è l’espressione economica della potenza politica statunitense, che a sua volta è anche la garante ultradecennale degli scambi internazionali, vieppiù all’indomani della fine della guerra fredda. La pax americana è sostanzialmente la levatrice dei mercati globali. Se non ci fosse, il mercato globale esploderebbe in una geografia di mercati regionali. Uno schema più volte osservato nella storia. Basta ricordare la pax romana di Augusto, o la (ri)nascita della via della seta ai tempi del potere mongolo del XIII secolo che rese celebre Marco Polo.

Ma il mercato non è soltanto una derivata politica della forza. Una volta che un mercato globale si instaura, diviene esso stesso una forza che concorre, con la politica, alla politica stessa. Concorre, letteralmente. Il mercato “creato” dal potere politico, “crea” entità che concorrono col potere politico alla determinazione della realtà. Pensate a Facebook che vuole creare una moneta internazionale. In una realtà globalizzata come quella in cui stiamo vivendo la distinzione libresca fra politica ed economia risulta sempre meno intelleggibile. Facebook fa politica quando inventa Libra, o agisce nel “suo” campo che è squisitamente economico?

Domande alle quali non serve rispondere. Contentiamoci invece di osservare come anche ciò che sembra determinato politicamente alla fine sia costretto a fare i conti con la logica del mercato, che non è certo indipendente dalla politica ma “fa” politica con gli strumenti attraverso i quali si manifesta nella realtà. Ossia la competizione, la concorrenza, la ricerca del profitto, eccetera.

Tenere presente queste considerazioni aiuta a mettere a fuoco il significato di un paper pubblicato dalla Bis (“Geographic spread of currency trading: the renminbi and other EM currencies“) dove si analizza l’andamento della moneta cinese mettendo a confronto la sua diffusione internazionale fra il 2013 col 2016.

Possiamo farcene un’idea guardando alla geografia di questi scambi. Il grafico sotto mostra dove gli scambi di yuan sono fra 1 e 10 miliardi di dollari al giorno (pallina blu) e dove sono superiori (pallina rossa).

Ciò che si nota subito è che la diffusione della valuta cinese si è ampliata esondando dalla sua regione di origine, trovando porti accoglienti nell’Occidente più estremo: quello statunitense. Londra e New York (ma anche la Germania) hanno spalancato le porte alla valuta cinese per motivi che nulla hanno a che vedere con la politica. O meglio che riguardano la politica dei mercati. Nel grafico sotto questa evoluzione è ancora più visibile.

Per dirla con le parole degli autori del paper, “tra il 2013 e il 2016 il renminbi si è
diffuso dall’Asia al resto del mondo”.

Ma la considerazione più interessante è un’altra. Tale diffusione, infatti, si è realizzata “in modo coerente con la distribuzione geografica del trading valutario (FX, ndr) globale determinato dalle forze di mercato”.

Ed ecco il meccanismo all’opera. I politici cinesi hanno creato i mercati offshore dello yuan a Singapore e Hong Kong. Ma una volta che il mercato ha imparato a relazionarsi con questi centri finanziari, entrambi hanno perso quote di mercato a favore di Londra e New York, ossia le principali piazze valutarie.

Nemmeno il pianificatore più attento, insomma, può sfuggire all’effetto gravitazionale dei mercati. Tantomeno può pensare di influire più di tanto sui loro umori. Per esempio si è osservato che le numerose linee di swap attivate dalla banca centrale cinese, una delle reti di relazioni fra le più articolate al mondo, hanno contributo assai poco al processo di internazionalizzazione della moneta di Pechino, a differenza di quanto è accaduto col il commercio, che è uno dei principali canali di internazionalizzazione dello yuan.

Questo può servire a capire meglio perché i politici cinesi siano così prudenti nel processo di apertura del loro conto capitale. Uno yuan pienamente convertibile significa che anche la politica monetaria cinese dovrà fare i conti con un mercato che parla inglese.

Questo processo di convergenza – l’intonarsi della moneta cinese alla corrente dei mercati internazionali – si è già osservato con altre valute, come il peso messicano, una delle valute emergenti più diffuse prima che lo yuan la superasse nel 2016. Anche il peso iniziò a diffondersi dalla sua base regionale nell’intero continente americano, ma a un tasso assai più lento. La moneta cinese, da questo punto di vista, ha un suo percorso unico e non c’è da stupirsi. I mercati sanno sempre riconoscere i buoni affari. E soprattutto trovano sempre il modo di farli. Per dirla con le parole degli economisti autori del paper, “mentre la strategia (politica, ndr) di internazionalizzazione del renminbi potrebbe aver dato un vantaggio a Hong Kong e ad altri centri commerciali asiatici, se il renminbi diventa una valuta internazionale chiave, le forze di mercato, non la politica, determineranno dove viene scambiata”.

Rimangono aperti diversi punti interrogativi. Nel momento in cui gli Usa sembrano voler chiudere le porte a tutto ciò che proviene dalla Cina, riuscirà Washington a convincere le banche di New York, che ormai tradano oltre 10 miliardi di dollari al giorno di moneta cinese, a farne a meno? La politica può certo chiudere le frontiere. Tutte le frontiere. Ma nel caso degli Usa significa tagliare l’albero sul quale si è seduti. Il mercato globale è una creazione della pax americana. La fine del mercato globale, perciò, dovrebbe inquietare tutti.

(2/fine)

Puntata precedente: Fra l’incudine del dollaro e il martello dello yuan

 

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