L’eurozona made in China

Un giorno qualcuno ci spiegherà come sia possibile immaginare una moneta unica in un mercato dove il costo del lavoro orario oscilla da 3,7 a 39 euro.

Gli studiosi ripetono da anni che un’area valutaria ottimale dovrebbe prevedere fattori di produzioni omogenei, oltre a un sistema di regole simili. E invece…

Invece la Commissione europea il 10 aprile scorso, forte dei dati Eurostat, ha certificato l’estremo divario che esiste nei paesi dell’Ue. Squilibri che non riguardano solo l’annosa questione delle partite correnti, ma la struttura stessa della società, a cominciare dal mercato del lavoro, profondamente differenziato sia per costi che per produttività.

Non c’è da stupirsi che, sempre il 10 aprile, la Commissione abbia squadernato il suo cahier de doléance elencando la bellezza di 13 paesi su 27 dell’intera zona alle prese con squilibri strutturali anche gravi.

Strano non siano di più.

Guardiamo i dati. In Bulgaria il lavoro costa 3,7 euro l’ora, mentre nell’eurozona la media è di 28 euro; 23,4 nell’Ue a 27. I più cari sono i lavoratori svedesi, che costano 38,1 euro l’ora. I francesi, al quinto posto, quotano 34,2 euro, i tedeschi, in nona posizione, 30,4 euro.

Noi italiani siamo sotto la media Ue17, a 27,4 euro. In compenso abbiamo una delle più alte percentuali di incidenza dei fattori non salariali sul costo del lavoro. Il famoso cuneo fiscale che pesa da noi il 27,9% a fronte, ad esempio, del 12,4% danese (secondo in classifica per costo del lavoro totale).

Molto interessante è vedere cosa è successo alle retribuzioni dell’Ue a 27 dall’inizio della crisi.

Nei cinque anni fra il 2008 e il 2012. Nell’Ue a 17, quindi i paesi dell’Euro, i salari sono cresciuti dell’8,7%. Nell’Ue a 27 poco meno: l’8,6%.

La prima domanda è se tale aumento abbia almeno coperto l’inflazione nel periodo considerato. E anche qui, prima o poi qualcuno ci spiegherà come sia possibile avere una Banca centrale che fissa un target d’inflazione al 2% e 27 paesi con inflazioni differenti.

Per cui la risposta è: dipende. In alcuni paesi, i salari si sono deflazionati. In altri (pochi) sono cresciuti in termini reali.

La seconda questione è vedere la differenza di crescita delle retribuzioni nei vari paesi nel quinquennio.

Anche qua, gli squilibri sono evidenti. Abbiamo realtà come la Grecia, dove il costo del lavoro è diminuito dell’11,2%, e altre come la Svezia dove invece è cresciuto del 23,3%. Scenari deflazionistici sono rilevati in Ungheria, -4,6%, in Polonia, -2,6%, mentre in Portogallo si va verso crescita zero (+0,4%) come anche in Irlanda (+0,8%).

Nei paesi core dell’eurozona, si va dal +9,5% della Francia al 9,1% della Germania el’8,9 italiano, poco sopra l’8,3% spagnolo. 

In pratica, stante i tassi di inflazione registrati nei quattro paesi nel frattempo, la crescita reale dei salari è stata risicatissima, per non dire nulla, salvo forse per la Germania e per l’Austria (+15,5%). Una caratteristica, questa sì, comune a tutta l’eurozona. Non si salva neanche la ricca Olanda, dove il costo del lavoro è cresciuto di appena il 7,5% in cinque anni.

Degno di nota il dato per la Gran Bretagna. In cinque anni il Regno Unito ha incrementato il costo del lavoro di appena il 3,3%. I rubinetti della Banca centrale inglese, evidentemente, non arrivano a irrigare i portafogli del lavoratori.

Questi incrementi retributivi fanno i conti con mercati del lavoro sempre più devastati dalla disoccupazione che, naturalmente, tende a deprimere ancora di più i redditi. E a guardare le cifre viene il fondato sospetto che l’unica convergenza possibile fra i paesi dell’Eurozona e, in generale, dell’Ue sia proprio questa: un costo del lavoro sempre più decrescente, a partire proprio dai paesi in difficoltà, per garantirsi la competitività.

Il caso della Grecia è eclatante, e con pochi precedenti nella storia recente.

Anzi no, uno c’è. Ce lo illustra un interessante studio dell Banca dei regolamenti internazionali uscito pochi giorni fa.

A metà degli anni ’90, fra il 1994 e il 1997, i salari nominali cinesi furono tagliati di oltre il 30%. Ci fu  un lieve aumento l’anno successivo ma poi la crescita si è sostanzialmente arrestata. Nel 2010, quindi oltre 15 anni dopo, malgrado gli aumenti registrati nel frattempo, i salari cinesi non avevano ancora raggiunto il livello del ’94.

Perché mai la Cina fece una cosa del genere?

All’interno la manovra servì ad abbattere notevolmente l’inflazione (che evidentemente dipende molto dal costo del lavoro). All’esterno, la Cina si preparò a entrare nel WTO (accadde nel dicembre del 2001), l’organizzazione mondiale del commercio. Il taglio dei salari fece schizzare verso l’alto la produttività dell’industria, più che triplicata. La conseguenza fu che la Cina iniziò a crescere del 10% l’anno grazie alle esportazioni.

Un caso classico di mercantilismo spinto.

In Europa, qualcosa di simile è successo in Germania dopo le riforme del mercato del lavoro dei primi anni del 2000. I salari sono stati deflazionati, la produttività è andata alle stelle e sono decollati, grazie anche all’introduzione dell’euro, i surplus commerciali. Il calo dei salari ha depresso le importazioni tedesche tenendo sotto controllo l’inflazione.

Si dice spesso che i tedeschi siano i cinesi d’Europa.

Ma forse ormai tutta l’Eurozona è sempre più Made in China.

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