Il mattone europeo è appeso a un fido

La curva disegnata da Eurostat l’11 aprile scorso per raccontare l’andamento del prezzo degli immobili nell’Ue a 17 e a 27 ci dice che i prezzi ormai sono tornati quasi al livello del 2009, dopo sei trimestri consecutivi di ribassi.

La curva ci illustra pure come tale livello sia analogo a quello che il mercato europeo aveva raggiunto a fine 2006, quando però il cavallo beveva ancora e le banche pompavano credito. Per darvi un’idea, l’indice dei prezzi, che misurava 98 a fine 2006, sarebbe salito ancora fino a quasi quota 105, raggiunta nel primo quarto del 2008, prima di inziare a declinare brutalmente.

Per darvi un’altra idea di cosa fosse successo prima, tale indice quotava meno di 85 nel primo trimestre 2005.

A fine 2012, perciò, ci ritroviamo allo stesso livello di fine 2006 e inizio 2009, circa 98 di indice. Lo stesso numero, ma in due contesti completamente diversi. A fine 2006 il mercato tirava, a inizio 2009 retrocedeva. E vista l’impennata dei corsi immobiliari fra il 2005 e il 2007, le probabilità di una ulteriore decrescita sono assai maggiori di quelle di una ripresa.

Anche perché nel frattempo i paesi dove più si sono registrati i rialzi sono quelli dove più duro sta colpendo la crisi finanziaria (e bancaria).

Se guardiamo in casa nostra, gli ultimi dati Istat raccontano di un mercato dei mutui che, nei primi mesi del 2012, ha perso oltre il 50% nelle isole e il 42,8% al Sud, mentre a livello nazionale il dato si colloca al -39,5%, mentre nel terzo trimestre le compravendite sono crolla te del 23%.

Il dato è coerente con quanto leggiamo nel rapporto Eurostat, visto che il calo delle compravendite ha un effetto diretto sui prezzi. Nel quarto trimestre 2012, infatti, i prezzi italiani sono calati in media del 4,6% rispetto all’ultimo trimestre 2011, quando erano già calati.

E fin qui non ci sarebbe nulla di nuovo.

Il dato interessante emerge se guardiamo al confronto internazionale. La crisi ha colpito duramente il mercato spagnolo, già deflazionato senza pietà a partire dal 2008, che ha perduto il 12,8% a fine 2012 su fine 2011, dopo un picco di oltre il 15 nel terzo trimestre, e non smette di colpire quello Irlandese, che si calcola abbia perduto quasi la metà del proprio valore da inizio crisi. A fine 2012, l’Irlanda ha visto i prezzi diminuire del 4,5% rispetto a fine 2011, dopo punte del -16,3% e del -14,4% nei primi due trimestri dell’anno.

Nessuna buona nuova, ovviamente, in Portogallo, dove il mattone ha perso un altro 6% a fine 2012, né in Slovenia, dove la crisi bancaria ha definitivamente congelato il credito al settore e fatto cadere i prezzi dell’8,8% a fine 2012.

La sopresa, tuttavia, arriva dall’Olanda. Anche lì la paura del mattone fa novanta e i prezzi sono calati per tutto il 2012, con un picco dell’8,5% nel terzo trimestre, per chiudere il quarto trimestre a -6,1%.

Nel suo complesso l’eurozona chiude il 2012 con quattro trimestri negativi, l’ultimo dei quali a -1,8% su fine 2011.

Come mai? Perché a compensare le performance negative dei Piigs+Olanda, ci pensano i piccoli stati come il Belgio, l’Estonia, il Lussemburgo, Malta e la Finlandia. Ma soprattutto la Germania.

Nel rapporto Eurostat c’è solo il dato del primo trimestre 2012, che segnava un +2,2% sul 2011. Ma andando a curiosare nel sito dell’ente di statistica tedesco leggiamo che a febbraio 2013 i prezzi degli edifici residenziali sono cresciuti del 2,1% rispetto a febbraio 2012. In sostanza la crescita dei corsi immobiliari tedeschi non è clamorosa, ma costante sì, grazie anche agli investimenti dei fondi immobiliari.

Poiché non è pensabile che i piccoli paesi possano tirare il mattone europeo fuori dalla sacca della depressione, è chiaro a tutti a chi toccherà (toccherebbe) far da locomotiva. La Germania dovrebbe fare una politica creditizia espansiva per tirare su i corsi del suo mattone che, peraltro, è quello cresciuto di meno (per non dire che è arretrato) nel periodo in cui i Piigs facevano faville.

Senonché finora non sono arrivati segnali in tal senso. Il mattone europeo rimane appeso a un filo esilissimo.

Anzi, a un fido.

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