Il lungo inverno delle costruzioni europee congela il mattone


Quasi fosse una metafora, se non addirittura un’analogia, della crisi istituzionale che ha investito l’eurozona, il crollo del settore delle costruzioni, certificato nell’ultimo bolettino mensile della Bce, prosegue  a passo lento ma costante da un’infinità di trimestri, allungandosi fino al primo del 2014.

Le giusta nemesi, viene da dire, per purgare dagli eccessi un settore tanto strategico quanto pericoloso, che negli anni buoni ha contribuito in maniera determinante a generare, via creditizia, quegli squilibri che ancora oggi ci portiamo sulle spalle.

Col paradosso però che mentre negli Usa, che pure hanno scatenato il putiferio, il delitto sembra già espiato dopo il castigo degli ultimi tre anni, in Europa, che il delitto americano l’ha subìto pure se con estremo piacere, ancora non si riprende e perciò soffre e fa soffrire tutta l’industria dell’eurozona. “Le costruzioni hanno continuato a frenare l’economia dell’area per tutto il periodo inziato nel 2008”, nota sconsolata la Bce.

E come potrebbe essere diversamente?

Fatta eccezione per la Germania, che gode di eccezionali condizioni creditizie e di una lunga storia di deflazione immobiliare alle spalle, il grosso dell’eurozona, PIIGS in testa, deve ancora finire di leccarsi le ferite dopo il boom delirante dei primi anni 2000. Banche ancora imbottite di crediti incerti non sono il miglior viatico per far venire voglia di prestare soldi a un un settore che di questi debiti è stato uno dei principali originatori. Non c’è solo questo, ovviamente.

“La protratta debolezza dell’attività edilizia – osserva la Bce – può essere attribuita all’effetto combinato della debole fiducia dei consumatori, delle significative restrizioni al credito, di una brusca riduzione della ricchezza immobiliare delle famiglie e di un significativo eccesso di offerta in alcuni paesi dell’area dell’euro”.

Sicché risulta chiaro come sia possibile che dal 2008 in poi, “la contrazione quasi incessante” ha provoctao che “il valore aggiunto rale del settore è diminuito di circa un quarto rispetto al suo livello pre crisi.

E’ interessante notare, nel grafico elaborato dalla Bce, che il crollo del valore aggiunto reale del settore immobiliare è il peggiore mai registrato, se lo si confronta con la crisi vissuta dalle costruzioni europee nel 1980 e nel 1992.

Nel 1980, fatto 100 il picco raggiunto dal settore, partendo l’indice da 95 otto trimestri prima, sedici trimestri dopo l’esposizione della crisi l’indice quotava poco sotto 90, quindi un 10% in meno, per poi rimbalzare verso 95, otto trimestri dopo.

La crisi degli anni ’90 fu più acuta, ma di poco. Fatto 100 il valore nel 1992, sedici trimestri dopo l’indice era ancora fra 90 e 95, e dopo aver toccato un picco al ribasso intorno a 87, arrivò poco sotto 90 24 trimestri dopo il ’92.

La crisi del 2008 è senza precedenti. Il picco di 100, raggiunto nel 2008 è sceso pressoché costantemente e oggi quota poco sopra 75.

Particolarmente istruttivo è il raffronto dell’andamento dei veri settori industriali fra Usa ed euroarea, pure se la limitiamo al settore delle costruzioni.

Negli Usa il settore delle costruzioni ha contribuito negativamente all’andamento dell’economia fino al 2010 incluso. Nel 2011 il contributo è ancora nullo, ma non più negativo, mentre nel 2012 è servito a rosicchiare qualche decimale positivo di Pil. Sottolineo che l’affossamente delle costruzioni americane iniziava a vedersi già dal 2006, al contrario di quanto è accaduto da noi.

Nell’eurozona da 2008 in poi il settore contribuisce sempre negativamente. Il che ha avuto un impatto devastante sulle crescita, atteso che fra il 2001 e il 2007 il valore aggiunto delle costruzioni era cresciuto dell’1,6% su base annua, arrivando a rappresentare il 6,4% dell’economia totale.

Il dopo crisi ha scontato le politiche assai divergenti adottate dagli Usa e dall’eurozona. Dopo che gli americani hanno sperimentato un crollo del 12% su base annua, nel 2009, la Fed ha aperto i rubinetti con le conseguenza che sappiamo e che durano tuttora.

“Nell’area dell’euro – nota la Bce – lo scoppio delle bolle immobiliari indotto dalla crisi in alcune economie dell’area ha determinato una lenta ma continua riduzione della quota delle costruzioni nell’attività totale, da oltre il 6 per cento prima della crisi a poco meno del 5 per cento nel 2013”. Il tutto con profonde differenze fra i singoli paesi. La frammentazione, come è noto, non risparmia neanche il mattone.

Basti ricordare che in Spagna il settore delle costruzioni, nel momento di picco, pesava il 13,7% del valore aggiunto totale, e ancora oggi, malgrado la crisi, pesa l’8,1%. In Germania invece, malgrado sia l’unico paese dove il settore tira (e non certo grazie all’inverno caldo di quest’anno) non arriva al 3,8%.

Ma la Germania, ricorda la Bce, “era già stata interessata da un’espansione del mercato delle abitazioni dopo la riunificazione e i prezzi degli immobili residenziali erano aumentati solo lievemente prima del 2008”. E ciò spiega come mai il valore aggiunto delle costruzioni abbia già superato il suo picco pre-crisi.

Ma poiché una Germania non fa certo primavera, “a differenza degli altri settori economici, le costruzioni non hanno segnato una ripresa nel 201-11, in parte a causa delle condizioni restrittive per la concessione dei prestiti e della crescita reale dei redditi reali, contenuta quando non negativa, oltre che del gran numero di immobili rimasti invenduti, che hanno fatto scendere i prezzi frenando ancor di più la propensione ad investire”.

Ciò non può non avere conseguenze su tutto il settore immobiliare, atteso che la determinante principale dell’attività edilizia nel suo complesso è la costruzione di edifici, che rappresenta circa l’80% dell’intera attività. In sostanza il lungo inverno nel settore delle costruzioni non puà che provocare una gelata sull’intero settore immobiliare che si conferma ancora una volta come non soltanto il veicolo principale della crisi, ma anche l’unica speranza concreta di una ripresa.

Se guardiamo agli ultimi dati di casa nostra diffusi da Istat scorgiamo che l’indice di produzione nelle costruzioni, fatto 100 il valore dell’indicatore nel 2010, è arrivato a un picco di ribasso di 68 a febbraio di quest’anno, per rimbalzare di un modesto +1,9% a marzo. Poca roba, se la confrontiamo col calo del 6,6% registrato fra il primo trimestre 2013 e il primo trimestre 2014.

La conclusione è inquietante: “L’aggiustamento del settore edilizio nell’eurozona è ancora in corso”.

Le conseguenze di tale aggiustamento potete immaginarle da soli.

 

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  1. Jean-Charles

    La parte del PIL sommerso italiano sarebbe medaglia d’argento (dietro quello della Grecia medaglai d’oro) a circa 25% del PIL ufficiale. Grosso modo 400 miliardi di circa 1600.

    Quello della Germania e Francia a circa la metà entro 10-15%. Un differenziale con quello italiano di almeno il 10%.

    Integrare nel PIL una parte dell’innominabile permetterà di abbassare il famigerato debito pubblico su PIL senza togliere nulla nelle tasche dei cittadini.

    Resta che il tasso medio sul debito pubblico italiano costa circa 4.25% di 2000 miliardi ossia 85 miliardi annui allorché costerebbe 30 miliardi di meno al tasso medio francese.

    Cosa aspetta il nostro Renzi a domandare l’aggregazione dei debiti nazionali degli Stati della ZE in euro-bond?

    Abbasserebbe il reddito delle banche che detengono debito nostrano di circa 500 € per abitante ( 60 milionix500=30 miliardi).

    Mi sorge un dubbio inesprimibile.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      io dubbi a tal proposito non ne ho: gli eurobond sono politicamente inattuabili, e sappiamo tutti perché, almeno finora.
      in futuro chi può dirlo. ma puntare sulla mutualizzazione europea dei debiti italiani per risolvere i nostri problemi temo sia una scommessa persa in partenza.
      grazie per il commento

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