Stallo alla messicana


Vale per il Messico ciò che ormai vale per il mondo intero: tutto va bene finché va tutto bene. Dopodiché, quando inizierà ad andar male, andrà tutto male. E poiché il confine fra questi due stati, l’andar bene e l’andar male, s’assottiglia sempre più, conviene al Messico continuare a fare quello che sta facendo, ossia le ormai immancabili riforme strutturali, al fine di creare riserve sufficienti qualora il confine dovesse essere attraversato. E al tempo stesso scrutare l’aria che tira, guardando con sospetto i vicini di casa, quindi innanzitutto gli Usa, che minacciano ogni volta di premere il grilletto dell’exit strategy e quindi far scattare il click che potrebbe scatenare la resa dei conti. Ma anche l’Europa, che a sua volta guarda al Messico con la preoccupazione che si riserva a un debitore importante verso il quale paesi a loro volta debitori importanti, sono assai esposti.

In questo agitato fare che s’ingegna di non fare il Messico è una perfetta metafora dello stallo nel quale s’agita l’economia globale, che corre come su un tapis roulant, cumulando indicatori statistici tesi allo spasimo per rappresentare ciò che evidentemente non è: uno stato di salute. Ciò al fine di generare per le misteriose vie della psicologia quello stato di fiducia, che sola potrebbe innescare una decisa ricostruzione dei prodotti nazionali, che non riesce alle banche centrali, malgrado le generose provvidenze, né agli stati, autorizzati e invitati solo a diminuire le spese per alleviare il peso di debiti ormai insostenibili.

Leggo perciò con un senso di scampato pericolo, poiché conosco i collegamenti internazionali dell’economia messicana, l’ultima allocuzione di Manuel Sanchez, vice governatore della banca del Messico, che risale al settembre scorso, dove si dice che l’economia, nel 2014 è in decisa ripresa, replicando sostanzialmente la performance dei vicini Usa, dopo i risultati non proprio incoraggianti di un anno fa.

Il Messico ha goduto della ripresa della domanda esterna, per lo più dagli Stati Uniti, e anche di una ripresa di quella interna, dove però ha giocato un ruolo assai rilevante l’espansione creditizia, e in particolare quella dei crediti al consumo. Sicché oggi il Messico si trova a dover fare i conti col rischio che la crescita delle sofferenze, assai concreto, impatti su quella del prodotto.

Timore talmente fondato che il Fmi, nell’ultimo staff report dedicato al Messico dello scorso novembre, ha pure quantificato, calcolando che un aumento delle sofferenze  di un punto percentuale, condurrebbe a un calo del prodotto dello 0,8%, ossia un quarto della crescita stimata per l’anno scorso.

Giova notare che gran parte di queste sofferenze si sono concentrato nel settore delle costruzioni, dove gli NPLs si sono raddoppiati al 6% rispetto alla quota del 2012. Ma in realtà sono cresciuti molto di più se si estende la serie storica a prima del 2008. Dai 50 miliardi di pesos del 2007, infatti, si è passati ai 350 miliardi del 2013.

Ma è evidente come i rischi cui il Messico deve far fronte siano sistemici. Nella sua allocuzione, nella quale Sanchez rileva il miglioramento dell’economia messicana, il banchiere non trascura di osservare che “l’economia ha beneficiato del continuato afflusso di capitali (circa il 4% del Pil nel 2013, ndr), nonostante alcuni recenti episodi di volatilità. Tuttavia un cambio nel market sentiment può generare l’inversione di questa bonanza finanziaria in ogni momento. E nonostante il Messico goda di robusti fondamentali macroeconomici, i rischi finanziari devono essere tuttora monitorati”.

E non sono rischi da poco. Il Messico è un diretto competitore della Cina per l’export negli Usa, pesando il totale dei beni esportati circa il 12% del totale dell’import Usa, che corrisponde al 71% delle esportazioni messicane, a fronte del 23% cinese. Gli Usa inoltre pesano il 50% del totale dei debiti di portafoglio e degli investimenti diretti messicani, una quota crescente dei quali sono finiti in mano al Regno Unito (10%), Giappone, Spagna (il 13%), Canada e Germania. Lato bancario è utile sottolineare che il 10% del sistema bancario fa riferimento al Santader, un altro 18% alla spagnola BBVA e un altro 7% all’inglese HSBC. Ciò implica che uno scossone messicano avrebbe importanti ripercussioni anche sulle banche spagnole, già note ballerine di samba, per tacere del resto dell’Europa, già alle prese con i suoi tormenti bancari,

In più, l’internazionalizzazione dei bond statali ha segnato l’ingresso del Messico nel mercato internazionale delle obbligazioni pubbliche, con un volume giornaliero di titoli trattati che quota 135 miliardi di dollari. Il che ha trasformato il paese sudamericano in uno splendido luogo di contagio globale. Il click, che potrebbe partire dagli Usa, via aumento dei tassi, ci metterebbe poco a tramutare lo stallo messicano in una di quelle sparatorie totali che hanno reso celebri i film di Tarantino.

A fronte di questo impegnativo monte di obbligazioni, ci sono un sistema bancario relativamente in salute, che pesa circa il 60% dell’intero sistema finanziario, mentre il restante 40% è in mano a istitutizioni finanziarie non bancarie dove fondi pensione e assicurativi pesano per i due terzi. Lato esterno, poi, il Paese deve fare i conti con un deficit di conto corrente che nel 2015 dovrebbe arrivare al 2%, dopo il -1,7% del 2013, con un debito estero lordo, in gran parte pubblico, che dai 195 miliardi del 2009 è arrivato ai previsti 372 miliardi del 2013 e si intravede ancora in crescita fino ai 458 del 2018. Il che aggiunge ulteriori complicazioni al deficit fiscale, atteso che tali debiti devono essere remunerati, che si è collocato nel 2013 intorno al 4%, a fronte di un debito pubblico lordo di meno del 40%, che però era il 10% nel 2007.

Tutto ciò si inserisce in un contesto inflazionario, dove il target del 3% viene costantemente sforato (al momeno l’indice dei prezzi supera il 4%) e dove le aspettative sono ancorate al rialzo, atteso che nel paese di discute dell’intenzione di rialzare i salari minimi, con grande preoccupazione del Fmi.

Impegnato nel suo difficile percorso di riforma dello stato, insomma, finalizzato – dicono – a rendere più stabile l’economia il Messico deve pregare che tutto continui ad andar bene affinché tutto vada bene e seguire a sorridere agli amici vicini e lontani.

Esattamente come fanno Usa e eurozona.

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