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Il petrolio (verde) fa dimagrire i tacos


Tendo a divagare, ormai lo sapete. Perciò non vi stupirà notare come, nell’incedere, il mio discorso socieconomico s’imbatta in questioni che possono parere speciose, ai cultori della materia, ma che invece hanno esiti imprevedibili e sostanziosi, nel senso dell’economia sostanziale.

Mi chiedo, ad esempio, se noi tutti siamo consapevoli della possibilità che esista una sorta di trade off, nel senso che la teoria economia da a questa parola, fra il costo dell’energia e quello del cibo. E che tale effetto, ossia che l’andamento dell’una impatti negativamente su quello dell’altro, si esasperi se si prende come riferimento non solo l’energia in generale, petrolio in primis, ma quella verde in particolare, dove, vale a dire, trionfa l’ipocrisia dei buoni sentimenti della nostra società.

Questo dover decidere se nutrire le macchine o le persone, col pretesto peraltro di inquinare meno, mi appare veramente un segno del nostro tempo che non potevo esimermi dal raccontarvi qui, dove discorro fra l’altro di come la peste economicistica sia divenuta pandemica.

Devo dire, tuttavia, che non ci avrei mai pensato se non avessi scorto fra le pubblicazioni della Bis un paper assai suggestivo “The biofuel connection: impact of US regulation on oil and food prices”.

A merito degli autori l’aver esplorato una connessione così interessante. A demerito mio l’averne tratto uno spunto di narrazione che nessun economista di buon senso si sognerebbe di asseverare. Ma per fortuna io, che economista non sono, posso divagare e godermi il paesaggio.

Leggendolo, scopro che gli accademici dibattono da anni sui guasti che i carburanti verdi, ossia derivati da materiali agricoli, possono provocare, premendo sulla domanda, sul costo dei generi di prima necessità. E che, ciò malgrado, sin dai ’70 i paesi avanzati, come sempre ansiosi di sbarazzarsi del petrolio, con la scusa magari di inquinare meno, hanno implementato programmi di promozione dei biocarburanti, senza che peraltro si siano segnalati particolari scossoni dei prezzi fino alla metà degli anni 2000.

Da allora in poi i prezzi delle commodity alimentari hanno iniziato a salire significativamente, come peraltro è accaduto anche a quelli dei metalli e dei prodotti energetici. Fino a quando, nella seconda metà del 2014, le commodity hanno iniziato a declinare, anche vistosamente. Alcuni ci hanno visto l’esaurirsi del cosiddetto “superciclo” delle materie prime, iniziato dai livelli assai bassi di metà anni ’90 ai record della seconda metà dei 2000.

Sia come sia, i dati, ricapitolati in un grafico dello studio, mostrano che l’indice delle commodity legate al cibo, fatta 100 la base 1992-99, è arrivato a quasi 200 fino al 2008, poi è sceso e quindi ha ripreso la sua corsa superando il livello del 2008 e mantenendo un trend incerto fino alle metà del 2014, quando ha cominciato a decrescere.

Assai più volatili, il metallo e l’energia hanno toccato, rispettivamente, l’indice 400 e 700 nel 2008, per poi crollare e riprendere la corsa nel 2009. A fine 2014 vediamo l’indice del cibo poco sotto 200, quello dei metalli a 300 e quello dell’energia a 500.

Ma poiché qui di cibo voglio trattare, noto, sulla scorta degli autori del paper, che l’incremento del prezzo delle commodity alimentari, in particolare riferito a mais, zucchero e soia, ha iniziato a impennarsi dalla seconda metà del 2006.

Un anno prima gli Usa avevano approvato l’Us energy policy act (EPAct) col quale si imponevano maggiori quote di additivi bio nei consumi energetici statunitensi. L’etanolo, ad esempio.

Da qui la domanda se l’introduzione della normativa abbia avuto conseguenze sul prezzo di queste materie prime che, lo ricordo, hanno un effetto diretto sul costo di molti generi alimentari, specie nei paesi più poveri.

L’analisi parte dalla constatazione che usare l’etanolo a fini trasportistici è stato sempre un sogno dell’industria automobilistica americana, sin dai tempi di Henry Ford. Fin quando, nel ’78, una legge concesse sgravi fiscali all’industria dell’etanolo. Il mercato dell’etanolo ebbe un altro scossone nel 1990, quando un’altra norma impose una percentuale minima di additivo verde al gasolio per ridurre le emissioni inquinanti. Il candidato naturale, l’etanolo appunto, fu però rimpiazzato dall’MTBE (methyl tertiary butyl ether), un derivato del petrolio , più economico, che però si scoprì fosse dannoso per l’ambiente e persino cancerogeno.

Sicché si arrivò alla legge del 2005, che vietò l’uso di questo derivato riportando di fatto l’etanolo in auge.

Alcuni obiettarono che puntare sull’etanolo avrebbe potuto causare incrementi del prezzo del mais che in effetti, scrivono gli autori “si materializzarono in fretta”.

Il mais, che si trattava sul mercato fra i 2 e i 3 dollari al bushel da almeno vent’anni raddoppiò di prezzo fra il giugno del 2006, quando la legge divenne operativa, e il febbraio del 2007, raggiungendo il picco dei 6,5 dollari a giugno 2008.

Ciò ebbe effetto sulla produzione. Nel 2000 solo il 5% della produzione americana di mais era usata per la produzione di etanolo. Nel 2010 tale percentuale era già arrivata al 35%, a dimostrazione dell’incredibile effetto calamita dei prezzi.

Ma soprattutto ciò potrebbe aver determinato la creazione di un link fra il prezzo del mais e quello del petrolio: una crescita maggiore del prezzo del petrolio rispetto a quella dell’etanolo è capace di spingere i produttori di motori a incentivare un uso maggiore dell’etanolo rispetto al petrolio. Quindi, oltre alla pressione sui prezzi provocata della regolamentazione americana sui biocarburanti, il povero mais rischia di dover fare i conti con quello che succede ai prezzi del petrolio.

Ecco: in questa saldatura fra il cibo delle macchine e quello delle persone per il canale dei prezzi, ossia per il tramite della variabile economica, trovo la più esemplare eterogenesi dei fini della nostra società tecnologicamente (e ipocritamente) evoluta, dove ogni cosa si misura in termini di costo-opportunità. Sia che si parli di macchine che di persone.

Gli autori costruiscono un modello econometrico per illustrare la fondatezza della loro ipotesi, che vi risparmio, perché nel frattempo il mio eterno divagare mi rappresenta con chiarezza un ricordo, una delle tante immagini che la mia memoria ha registrato e catalogato sotto la voce “crisi”.

Mi ricordo, vale a dire, di quando in Messico scoppiò la rivolta della tortilla, all’inizio del 2007. Per quei pochi che non praticano il cibo messicano, la tortilla è la cialda di mais dentro la quale si mettono i numerosi ingredienti dei tacos. In quel tempo il prezzo del mais esplose a tal punto che il costo della tortilla divenne proibitivo, mettendo a repentaglio l’elemento base dell’alimentazione locale.

Provo a mettermi nei panni del Messico, che fra le altre cose è un produttore ed esportatore di petrolio e al contempo un forte importatore di mais dagli Stati Uniti. Allora: se il petrolio rincara aumentano le entrate da esportazione, ma al contempo il caro-greggio spingerà i produttori di motori americani verso un maggiore uso di etanolo, grazie anche agli incentivi del governo, che finisce col far salire i prezzi del mais, che l’America esporta in Messico. Ecco che un bene per l’economia messicana, ossia l’aumento del petrolio, diventa un male.

Se invece diminuisce il petrolio il Messico vede alleggerirsi una delle principali voci dei suoi bilanci, con tutte le conseguenze fiscali che possiamo immaginare, anche se magari i tacos costeranno meno. Ecco che un male diventa un bene. Se foste messicani, cosa preferireste?

La mia sensazione è che, qualunque sia la scelta, il taco è destinato semplicemente a dimagrire, una volta che si sia creata una connessione fra i prezzi dell’energia e quelli dei beni alimentari.

Ricordo ancora che le notizie di rivolte per il caro-cibo sono diventate sempre più frequenti, dal 2008 in poi, e per giunta in paesi diversissimi fra loro: dall’Asia all’America Latina.

Chiudo la parentesi e torno a leggere il mio paper, che ancora riserva alcune informazioni.

Gli autori hanno analizzato anche altre colture, ossia grano, zucchero e cacao, potenziali sostituti del mais per alcune applicazioni industriali. Il grano però non può essere utilizzato per la produzione di biofuel, quindi il prezzo del greggio può avere solo un effetto indiretto su quello del grano. Lo zucchero al contrario è l’elemento principale della produzione di etanolo in Brasile, quasi un competitor del mais americano. Tuttavia “le alte tariffe all’import di canna da zucchero hanno notevolmente ridotto gli spazi di mercato negli Usa di questa commodity nel settore del biofuel”. Il cacao infine non ha nessuna afferenza con il biofuel.

Le conclusioni sono che il prezzo reale del grano non esibisce significative reazioni statistiche al variare del prezzo del greggio o della domanda globale. Lo zucchero è più sensibile, sia agli shock della domanda globale che a quelli del petrolio. Ma anche in questo caso l’effetto tende a sparire in alcuni mesi. Il cacao è appena sensibile all’andamento del masi, ma per nulla al petrolio.

Insomma: il problema riguarda solo il mais.

C’è un altro punto che è interessante osservare: i canali di trasmissione del “contagio” fra mais e petrolio.

Lo studio ne individua due: la politica monetaria accomodante e il ruolo dei fertilizzanti e dei costi di trasporto.

La prima, agendo fra le altre cose in maniera espansiva sulla domanda, spinge i prezzi delle commodity in alto. I tassi bassi, che tale politica provoca, spingono altresì in alto i prezzi del greggio, senza contare che aumenta la domanda di investimento verso i prodotti commodity-related. Infine, tramite il canale finanziario (futures) si ottiene lo stesso effetto.

Quanto ai fertilizzanti, essendo sostanzialmente derivati del petrolio, un uso più intensivo del suolo per coltivazioni ha un effetto diretto sui prezzi dell’energia, così come la necessità di dover coprire sempre maggiori distanze per trasportare i beni prodotti.

In sostanza, concludono gli autori, “la liquidità globale ha un impatto significativo sugli shock strutturali delle domanda globale per l’industria delle commodity e sembra aver impattato sul petrolio e sui prezzi del cibo attraverso questo canale”.

Il problema adesso è capire come si svilupperà il mercato americano. Se, vale a dire, si andrà o meno verso una quantità maggiore di etanolo nel gasolio. “I futuri sviluppi dei prezzi dipenderanno significativamente dai prossimi passi dei regolatori”, conclude il paper.

Insomma: se le autorità Usa spingeranno sull’etanolo, il prezzo del mais potrebbe salire ancora, con buona pace per il taco.

E i messicani?

Mangino brioches.

Stallo alla messicana


Vale per il Messico ciò che ormai vale per il mondo intero: tutto va bene finché va tutto bene. Dopodiché, quando inizierà ad andar male, andrà tutto male. E poiché il confine fra questi due stati, l’andar bene e l’andar male, s’assottiglia sempre più, conviene al Messico continuare a fare quello che sta facendo, ossia le ormai immancabili riforme strutturali, al fine di creare riserve sufficienti qualora il confine dovesse essere attraversato. E al tempo stesso scrutare l’aria che tira, guardando con sospetto i vicini di casa, quindi innanzitutto gli Usa, che minacciano ogni volta di premere il grilletto dell’exit strategy e quindi far scattare il click che potrebbe scatenare la resa dei conti. Ma anche l’Europa, che a sua volta guarda al Messico con la preoccupazione che si riserva a un debitore importante verso il quale paesi a loro volta debitori importanti, sono assai esposti.

In questo agitato fare che s’ingegna di non fare il Messico è una perfetta metafora dello stallo nel quale s’agita l’economia globale, che corre come su un tapis roulant, cumulando indicatori statistici tesi allo spasimo per rappresentare ciò che evidentemente non è: uno stato di salute. Ciò al fine di generare per le misteriose vie della psicologia quello stato di fiducia, che sola potrebbe innescare una decisa ricostruzione dei prodotti nazionali, che non riesce alle banche centrali, malgrado le generose provvidenze, né agli stati, autorizzati e invitati solo a diminuire le spese per alleviare il peso di debiti ormai insostenibili.

Leggo perciò con un senso di scampato pericolo, poiché conosco i collegamenti internazionali dell’economia messicana, l’ultima allocuzione di Manuel Sanchez, vice governatore della banca del Messico, che risale al settembre scorso, dove si dice che l’economia, nel 2014 è in decisa ripresa, replicando sostanzialmente la performance dei vicini Usa, dopo i risultati non proprio incoraggianti di un anno fa.

Il Messico ha goduto della ripresa della domanda esterna, per lo più dagli Stati Uniti, e anche di una ripresa di quella interna, dove però ha giocato un ruolo assai rilevante l’espansione creditizia, e in particolare quella dei crediti al consumo. Sicché oggi il Messico si trova a dover fare i conti col rischio che la crescita delle sofferenze, assai concreto, impatti su quella del prodotto.

Timore talmente fondato che il Fmi, nell’ultimo staff report dedicato al Messico dello scorso novembre, ha pure quantificato, calcolando che un aumento delle sofferenze  di un punto percentuale, condurrebbe a un calo del prodotto dello 0,8%, ossia un quarto della crescita stimata per l’anno scorso.

Giova notare che gran parte di queste sofferenze si sono concentrato nel settore delle costruzioni, dove gli NPLs si sono raddoppiati al 6% rispetto alla quota del 2012. Ma in realtà sono cresciuti molto di più se si estende la serie storica a prima del 2008. Dai 50 miliardi di pesos del 2007, infatti, si è passati ai 350 miliardi del 2013.

Ma è evidente come i rischi cui il Messico deve far fronte siano sistemici. Nella sua allocuzione, nella quale Sanchez rileva il miglioramento dell’economia messicana, il banchiere non trascura di osservare che “l’economia ha beneficiato del continuato afflusso di capitali (circa il 4% del Pil nel 2013, ndr), nonostante alcuni recenti episodi di volatilità. Tuttavia un cambio nel market sentiment può generare l’inversione di questa bonanza finanziaria in ogni momento. E nonostante il Messico goda di robusti fondamentali macroeconomici, i rischi finanziari devono essere tuttora monitorati”.

E non sono rischi da poco. Il Messico è un diretto competitore della Cina per l’export negli Usa, pesando il totale dei beni esportati circa il 12% del totale dell’import Usa, che corrisponde al 71% delle esportazioni messicane, a fronte del 23% cinese. Gli Usa inoltre pesano il 50% del totale dei debiti di portafoglio e degli investimenti diretti messicani, una quota crescente dei quali sono finiti in mano al Regno Unito (10%), Giappone, Spagna (il 13%), Canada e Germania. Lato bancario è utile sottolineare che il 10% del sistema bancario fa riferimento al Santader, un altro 18% alla spagnola BBVA e un altro 7% all’inglese HSBC. Ciò implica che uno scossone messicano avrebbe importanti ripercussioni anche sulle banche spagnole, già note ballerine di samba, per tacere del resto dell’Europa, già alle prese con i suoi tormenti bancari,

In più, l’internazionalizzazione dei bond statali ha segnato l’ingresso del Messico nel mercato internazionale delle obbligazioni pubbliche, con un volume giornaliero di titoli trattati che quota 135 miliardi di dollari. Il che ha trasformato il paese sudamericano in uno splendido luogo di contagio globale. Il click, che potrebbe partire dagli Usa, via aumento dei tassi, ci metterebbe poco a tramutare lo stallo messicano in una di quelle sparatorie totali che hanno reso celebri i film di Tarantino.

A fronte di questo impegnativo monte di obbligazioni, ci sono un sistema bancario relativamente in salute, che pesa circa il 60% dell’intero sistema finanziario, mentre il restante 40% è in mano a istitutizioni finanziarie non bancarie dove fondi pensione e assicurativi pesano per i due terzi. Lato esterno, poi, il Paese deve fare i conti con un deficit di conto corrente che nel 2015 dovrebbe arrivare al 2%, dopo il -1,7% del 2013, con un debito estero lordo, in gran parte pubblico, che dai 195 miliardi del 2009 è arrivato ai previsti 372 miliardi del 2013 e si intravede ancora in crescita fino ai 458 del 2018. Il che aggiunge ulteriori complicazioni al deficit fiscale, atteso che tali debiti devono essere remunerati, che si è collocato nel 2013 intorno al 4%, a fronte di un debito pubblico lordo di meno del 40%, che però era il 10% nel 2007.

Tutto ciò si inserisce in un contesto inflazionario, dove il target del 3% viene costantemente sforato (al momeno l’indice dei prezzi supera il 4%) e dove le aspettative sono ancorate al rialzo, atteso che nel paese di discute dell’intenzione di rialzare i salari minimi, con grande preoccupazione del Fmi.

Impegnato nel suo difficile percorso di riforma dello stato, insomma, finalizzato – dicono – a rendere più stabile l’economia il Messico deve pregare che tutto continui ad andar bene affinché tutto vada bene e seguire a sorridere agli amici vicini e lontani.

Esattamente come fanno Usa e eurozona.