La retromarcia globale della competitività


Poiché ci ripetono ogni giorno che dobbiamo essere competitivi, ho avuto un principio di panico quando mi sono finite sotto gli occhi le ultime statistiche dell’Ocse sul costo unitario del lavoro (ULC) che fotografano un suo aumento dello 0,5% in tutta l’area, nel primo quarto 2015, ma soprattutto confermano il trende crescente di questo indicatore.

Ricordo che l’ULC è uno degli indici con i quali si misura la competitività. Non è l’unico, e neanche quello ritenuto più autenticamente informativo. Ma rimane il fatto che è l’indicatore in base al quale la Bce, per dirne una, fa le sue valutazioni sullo stato di salute di questa o quella economia.

Quindi se l’ULC aumenta, vuol dire che le condizioni di competitività di un’economia sono peggiorate. E ciò basta a spaventarmi, visto che aderisco con compostezza alla vulgata che ci vuole perennemente sul ciglio del burrone.

Certo, l’ULC aggregato dell’OCSE nasconde profonde differenze fra i vari paesi, che peraltro l’istituto parigino analizza con gran dispendio di grafici e analisi.

Ma per apprezzarli dobbiamo ancora fare un piccolo passo in avanti e comprendere meglio cosa sia esattamente l’ULC.

La nota Ocse, a tal proposito è estremamente utile. Mi riferisco in particolare alla nota scritta in piccolo sotto il grafico che analizza l’andamento congiunturale e tendenziale dell’ULC. L’Ocse scrive che “Il tasso di cambiamento nel costo unitario del lavoro è approssimativamente uguale alla differenza fra il tasso di crescita delle retribuzioni per dipendente e il tasso di crescita del Pil per dipendente”.

In sostanza, se le retribuzioni crescono e il pil non aumenta o rimane costante, vuol dire che l’ULC aumenta. Se le retribuzioni crescono ma il pil cresce ancor di più allora l’ULC cala. E ciò, nel paradigma offertista che regge questa impalcatura teorica, vuol dire che è aumentata la mia competitività sul lato del costi.

Pur glissando sull’altra metà del cielo, ossia che serve pur sempre una domanda capace di apprezzare la convenienza della mia offerta, la metodologia per la costruzione dell’indicatore porta con sé che un’economia in stasi o in recessione sia una naturale candidata alla perdite della competitività. A meno che non intervenga in maniera sostanziale sulla crescita dei salari.

Se osserviamo l’andamento dell’ULC nell’eurozona nel periodo 2000-2015, osserviamo che fatto 100 l’indice del 2010, Grecia, Spagna e Portogallo sono ancora sotto quel livello di ULC nel primo quarto del 2015. Ma notiamo altresì che questi stessi paesi hanno visto parecchio crescere l’indicatore dagli anni 2000.

La Grecia, giusto per riferirisi al paese più di moda in questi giorni, partiva da un livello inferiore di poco a 70 nel 2000, ed è arrivata a 100 in 10, ossia ha visto crescere il suo ULC di quasi il 50% in un decennio. La retrocessione dell’ULC greco, e quindi il complementare aumento di competitività, inizia nel 2012 e in due anni l’indice viene riportato sotto il livello ’90, da dove è risalito, dalla seconda parte del 2014, verso quota 90.

Della Germania si osserva invece che aveva l’ULC più elevato nel 2000 e così è rimasto fino al 2005, quando è stata superata da diversi paesi. Fino a quando fra il 2011 e il 2012 l’indice è tornato a primeggiare e oggi sta sopra tutti, esattamente come era nel 2000.

Se ricordate come è stato costruito l’indicatore, ciò può voler dire che in Germania, sono cresciute le retribuzioni più della produttività (misurata come quota pro capite dei dipendenti del prodotto). E in effetti se guardiamo alla tabella Ocse si vede che per tutto il 2014 la crescita dell’ULC è stata positiva perché la crescita delle retribuzioni è stata sempre maggiore della produttività.

La cosa interessante è che questo trend non ha risparmiato praticamente nessuno. Nel confronto primo quarto 2014/primo quarto 2015, l’ULC è stato negativo, ossia è diminuito, solo in Australia, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia. In tutti gli altri paesi è aumentato. Ergo, sono diventati meno competitivi.

In particolare nel primo quarto 2015, nota Ocse, c’è stata una robusta accelerazione dell’ULC negli Usa (+1,3%), guidata dal calo della produttività (-0,8%), cui si è aggiunto l’aumento delle retribuzioni (+0,5%), pure se inferiore rispetto al quarto precedente.

La produttività del lavoro cala anche in Gran Bretagna (-0,3%), dove però il calo delle retribuzioni (-1%) ha portato lULC in basso (-0,7%). Al contrario in Giappone, sempre nel primo quarto, la crescita del prodotto (+0,8%) ha condotto a un calo dello 0,9% dell’ULC.

Nell’eurozona si segnala il notevole aumento dell’ULCc in Grecia (+1,8%) e soprattutto del Portogallo (+4,3%) “guidato dall’accelerazione delle retribuzioni”. Il livello più alto dal 2009.

Quindi i paesi che più hanno ridotto l’ULC dopo la crisi sono gli stessi dove adesso la competitività peggiora.

E ciò ci porta alla conclusione: la compressione dei costi per aumentare la competitività è un percorso che difficilmente può essere protratto a lungo.

A un certo punto, il ciclo si inverte.

 

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  1. Jean-Charles

    Nel 2014, la Francia ha pagato circa 45 miliardi d’interessi su un debito di circa 2000 miliardi.

    L’Italia, con un debito di circa 2200 miliardi, 10% in più di quello francese, e stesso tasso d’interesse unitario francese, avrebbe pagato circa 50 miliardi anziché circa 78!

    Aumentare le tasse senza tagliare troppo nella spesa pubblica, sottrae risorse ai cittadini che comperano ancora meno.

    Crolla il PIL e sale la disoccupazione.

    Per garantire al sistema finanziario la sua rendita.

    L’ULC è uno strumento utilizzato per battere sul chiodo.

    Ma per costruire che cosa?

    Mi piace

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