L’Italia è poco competitiva? Dipende…


Nel gran discorrere che si spreca sul bisogno che abbiamo ognuno di noi d’esser maggiormente competitivi, si trascura di osservare che di competitività non ce n’è solo una, ma almeno due.

O almeno così ci spiega Bankitalia nella sua relazione annuale, dove la questione della competitività dei nostri produttori viene analizzata secondo due variabili, che poi sono quelle della competitività sui prezzi alla produzione e la competitività sul versante del costo del lavoro.

Quest’ultima è quella a cui fanno riferimento le analisi della Bce, quando ci collocano nelle parti basse della competitività globale e come è facilmente immaginabile su di essa svolge ruolo preponderante il disallineamento fra l’andamento delle retribuzioni e la produttività.

Questo per dire che, gira e rigira sempre lì torniamo: il costo di lavoro per unità di prodotto italiano segue l’andamento della curva degli aumenti retributivi, divergendo sempre più visibilmente da quella della produttività.

Bankitalia sintetizza così: “Nell’industria l’accelerazione del costo unitario del lavoro è stata particolarmente marcata: dall’1,9 al 3,6%. In questo settore, dall’avvio della crisi dei debiti sovrani, il CLUP è cresciuto di circa il 7 per cento, come in Germania dove, a differenza dell’Italia, la produttività è aumentata, sebbene meno delle retribuzioni. In Francia e in Spagna la crescita del CLUP è stata invece più lenta, principalmente per effetto di una migliore evoluzione della produttività conseguita, soprattutto in Spagna, mediante una forte contrazione dell’input di lavoro”.

Da tale asserzione deduco due cose: la prima è che anche in Germania la produttività inizia a crescere meno delle retribuzioni. La seconda che la correzione spagnola si deve soprattutto all’aumentata disoccupazione, che ha sortito l’effetto di comprimere i salari.

Ma c’è una terza circostanza che i grafici di Bankitalia mettono in evidenza. Ossia che la crescita del CLUP è stata più sostenuta nelle imprese non esportatrici rispetto a quelle esportatrici. L’indice infatti, si colloca, fatto 100 il livello 2011, a quota 110 per le seconde e a circa 115 per le prima.

Ciò si deve, secondo quanto riporta Bankitalia, al fatto che “a partire dal 2011 le aziende industriali più
dipendenti dalla domanda interna hanno visto crescere il CLUP in misura superiore rispetto a quelle più orientate ai mercati internazionali, nelle quali, grazie alla crescita della domanda, la produttività è aumentata in misura maggiore”.

Ossia: la produttività è aumentata perché tirata dalla domanda internazionale. Quindi si è prodotto di più e ciò ha migliorato il peso relativo del CLUP.

E questo apre il secondo capitolo della nostra riflessione sulla competitività italiana: quella sui prezzi alla produzione.

Su quest’ultima ha giocato un ruolo anche l’andamento valutario. “Il deprezzamento dell’euro – scrive Bankitalia –  particolarmente marcato nei primi tre mesi del 2015, si è riflesso in un rapido miglioramento degli indicatori di competitività basati sui prezzi alla produzione rispetto alla fine del 2014, con guadagni stimati tra il 3 e il 4 per cento per i quattro maggiori paesi dell’area”.

La notazione interessante è che “tra il 1999 e il 2014 la competitività sui mercati internazionali, sempre sulla base dei prezzi alla produzione, è migliorata per le imprese tedesche e francesi, principalmente in virtù degli scambi con gli altri paesi dell’area dell’euro; è invece fortemente peggiorata per quelle spagnole. Nel nostro paese si è attestata, nella media del 2014, sui livelli dell’inizio dell’Unione monetaria“.

Ancora più interessante è notare come “il divario accumulato dall’Italia rispetto alla Francia e, soprattutto,
alla Germania, risulta decisamente maggiore se misurato con gli indicatori di competitività basati sui costi unitari del lavoro, elaborati dalla BCE”. Con l’avvertenza tuttavia che “analisi empiriche indicano tuttavia
che per l’Italia gli indicatori di competitività basati sui prezzi, tra cui quelli alla produzione, spiegano meglio l’andamento delle esportazioni di beni rispetto a quelli basati sui costi unitari del lavoro, che risultano distorti dal processo di globalizzazione”.

Insomma: se guardiamo alla competitività sul versante dei costi del lavoro, stiamo messi maluccio. Se guardiamo alla stessa cosa, ma sul versante dei costi alla produzione, siamo ai livelli pre-euro.

Dipende, tutto dipende…

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  1. Ruggero Meli

    Questo argomento è interessante ma andrebbe approfondito meglio visto che non mi torna qualcosa. Come è possibile che i due indicatori diano risultati diversi? ci deve essere qualche inghippo o nel mondo in cui sono costruiti oppure se i due sono tra di loro coerenti l’unica speigazione per giustificare i bassi prezzi alla prodzione è che le aziende operino in perdita rimettendoci di tasca o comunque molto vicine alla perdita.

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    • Maurizio Sgroi

      i due indicatori danno risultati diversi perché sono costruiti su presupposti diversi. Nella relazione bankitalia trova tutte le specifiche tecniche se vuole approfondire e anche un po’ di bibliografia.
      E’ evidente, per fare un esempio, che i prezzi alla produzione siano più sensibili agli andamenti valutari. se ad esempio lei è un produttore italiano, perché il suo prodotto sia attrattivo all’estero non è necessario che lei tagli i margini, ma basta che l’acquirente estero trovi conveniente il prezzo relativamente alla sua valuta. E’ solo un esempio, ma credo serva a spiegare.
      Grazie per il commento

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      • Ruggero Meli

        Esattamente quello che intendo qundo dico “coerenti”. Sinceramente ho sempre pensato che questi report delle grandi istituzioni in realtà non dicano niente perchè vogliono dire troppo. Probabilmente non hanno il tempo di apporfondire le cose stesse che scrivono e a volte citano tutte le possibili teorie economiche per mettersi al sicuro da critiche, rendendo indigeribili i documenti che producono.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        in realtà sono letture molto interessanti ed estremamente accurate, piene di dati, stimoli di riflessione e spunti di analisi. a me hanno insegnato parecchio e per questo le leggo sempre con attenzione e con piacere. d’altronde se non disponessimo di queste fonti, su cosa potremmo ragionare?
        faccia un tentativo. a breve uscirà il rapporto annuale della bis, istituzione internazionale più antica e autorevole del mondo finanziario. peraltro è l’unica istituzione di quel calibro che pubblica anche in italiano, se non ha voglia di leggere in inglese. provi a dare un’occhiata, se non l’ha mai fatto. magari le piace.
        grazie per il commento

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  2. Ruggero Meli

    Comunque voglio farle i complimenti. Ho letto per la prima volta i sui articoli su fomiche e quando ho visto il grafico che ha sull’account twitter non ho dovuto neanche leggere una riga del sito per metterla nella mia lista rss, avevo capito che vediamo il mondo nello stesso modo. Ora per curiosità ho cliccato sul link del suo nome e leggo: “Ragionevolmente convinto che siamo a un tornante della Storia “…ecco ora ne sono sicuro che ragioniamo allo stesso modo. Lei non mi conosce, ma io si perchè posso leggerla e mi fa molto piacere seguire i suoi articoli, soprattuto perchè lei fa parte della categoria di “quelli che hanno capito e sapranno capire”, è forse una questione di struttura cerebrale, non lo so, ma è quasi un destino visto che esistono quelli che “non hanno capito e non sapranno capire”, e mi creda sono la maggioranza. Quellla sottospecie di persone che fanno entrare la loro testa nelle idee piuttosto che fare entrare le idee nella loro testa.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      la ringrazio per l’apprezzamento e l’attenzione, che spero di meritare anche in futuro.
      non so se appartengo alla categoria che dice lei oppure no. io credo di essere solotanto una persona ragionevolmente ignorante e curiosa allo stesso tempo. la consapevolezza dell’ignoranza e la voglia di conoscere sono un ottimo viatico per chi scrive. qualunque cosa scriva.
      Grazie per il commento

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