Il risparmio previdenziale europeo servirà a farci somigliare agli Usa


Il piano della Commissione Europea di arrivare nel tempo di pochi anni a una completa unione del mercato dei capitali (CMU) trova nel risparmio previdenziale uno degli strumenti attraverso i quali allargare la base alla quale attingere per le esigenze di finanziamento dell’economia. Nel paper di aprile scorso, che contiene un focus proprio sull’impatto della Cmu sulla finanza europea, viene sponsorizzata l’idea che “i fondi pensione possano diventare una più ampia e importante fonte di finanziamento a lungo termine per l’economia, favorendo lo sviluppo del mercato dei capitali nell’Ue”.

Per motivare questa affermazione gli economisti provano a rispondere alla domanda se “i fondi pensione e le riserve delle pensioni pubbliche possono spiegare la differenza di taglia dei mercato dei capitali fra i singoli paesi”, vale a dire “se i fondi pensione e le riserve delle pensioni pubbliche hanno un impatto sullo sviluppo del mercato dei capitali”. Il retropensiero, pare di capire, è che i circa dieci trilioni che i fondi pensioni gestiscono insieme alle assicurazioni possano diventare il carburante capace di condurre a quella tanto ambita quanto difficile transumanza dal mondo bancocentrico, ove ancora abita l’economia europea, a quello del mercato dei capitali quale fonte primaria di finanziamento per le imprese, ricalcando sostanzialmente quanto avviene nel mercato statunitense. Obiettivo, vale ricordarlo, che sta nella parte alta dell’agenda dei regolatori europei.

Teoricamente fondi pensioni e assicurazioni – i cosiddetti investitori istituzionali – hanno le carte in regola per candidarsi a questo ruolo di “attivatori” di finanziamenti, anche perché in parte lo fanno già. Queste entità investono in diverse classi di asset: dal mercato obbligazionari, all’equity, al mercato immobiliare fino agli organismi di investimento collettivo (Undertakings for the Collective Investment in Transferable
Securities, UCITS). Poiché solitamente questi organismi investono sul lungo termine, sono di fatto gli interlocutori ideali per progetti che garantiscono ritorni certi e stabili, anche se bassi, rispetto a quelli più rischiosi e quindi più remunerativi. Sono (o potrebbero essere) perciò degli stabilizzatori di un sistema potenzialmente instabile.

Aldilà della teoria, tuttavia, ci sono le questioni pratiche con le quali bisogna fare i conti. La prima è che la distribuzione delle risorse di questi potenziali investitori è estramamente diseguale fra i paesi europei, come si può vedere da questa tabella estratta dallo studio.  Alcuni paesi, come la Danimarca, la Finlandia, l’Olanda o il Regno Unito, esibiscono un vasto mercato per i fondi pensione privati. Quelli pubblici sono ancora più ridotti.

Il paragone con gli Usa è scoraggiante. Laggiù i fondi pensione privati hanno asset per il 73,8% del Pil, quelli pubblici pari al 16,5%. E ciò lascia ipotizzare che il maggior sviluppo dei mercati di capitale americano trovi nella maggior dotazione di risorse di queste entità la sua ragion d’essere. Per dimostrarlo la Commissione ha svolto un’analisi su 67 paesi che consente di ricavare un indice (Financial Development Index) che ha un range da 1 a 7. Gli Usa si collocano a 5,3. “C’è una relazione significativa fra la grandezza dei fondi pensione, pubblici e privati, e quella dei mercati finanziari”, osservano gli studiosi. Non solo: “C’è anche un relazione positiva fra la grandezza dei fondi pensione e il mercato dei bond privati”.

L’analisi diventa interessante quando la Commissione svolge una simulazione per provare a calcolare quanto i fondi pensione potrebbero contribuire allo sviluppo finanziario se il mercato dei capitali europeo somigliasse a quello statunitense. Quindi fosse, coerentemente con quanto previsto dalla CMU, unificato. I risultati sono illustrati in un grafico assai eloquente. I risultati mostrano che “sia l’eurozona che l’Ue hanno una capitalizzazione di mercato azionario sotto quello che potrebbe essere stante l’attuale livello dei fondi pensione e di FDI, mentre gli Usa sono al di sopra”. Le stime calcolano che portando gli asset dei fondi pensione al livello degli Usa aumenterebbe la capitalizzazione di borsa del 31% e del 26% del Pil nell’euroarea e nell’Ue. Se poi si migliorassero gli altri fattori che influenzano gli sviluppi finanziari e si portasse il FDI al 5,3 (livello Usa) dall’attuale 4,3, la capitalizzazione aumenterebbe di un addizionale 23 e 21% per le due aree europee. In pratica arriveremmo al livello degli Stati Uniti.

E questo in fondo è l’obiettivo. Avere un mercato europeo unificato che sia paragonabile a quello Usa. A questo serviranno i soldi dei lavoratori.

(2/fine)

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