Deglobalizzazione: vincono gli Usa, perde la Germania


C’è un evidente paradosso nell’ultimo Global Outlook dell’Ocse rimasto sotto traccia nel dibattito pubblico: da un lato l’appello agli stati a fare politiche espansive, meglio se in coordinamento globale. Dall’altro la constatazione che da anni il commercio internazionale, che è la cartina tornasole dell’autentica volontà che hanno gli stati di collaborare, è  in costante rallentamento dopo l’incredibile aumento delle restrizioni che gli stati hanno inflitto l’uno all’altro.

Questo paradosso ha finito con l’incarnarsi nel nuovo presidente statunitense. Trump è al contempo l’uomo politico che promette di rilanciare gli investimenti pubblici in infrastrutture, ossia ciò che l’Ocse propone, e insieme rilascia fra le sue prime dichiarazioni pubbliche la promessa di uscire dal TPP, il trattato con i paesi del Pacifico, dopo aver detto per tutta la campagna elettorale che l’accordo Nafta, stipulato con Canada e Messico, era una sciagura. Se è ancora prematuro parlare di vocazione isolazionista della nuova amministrazione Usa, sarebbe poco saggio sottovalutare i segnali. Le parole sono pietre, specie quando vengono pronunciate da uno degli uomini più potenti del mondo.

In attesa di vedere come si svilupperanno le politiche reali, è interessante partire dalle simulazioni Ocse circa la crescita potenziale che un’espansione fiscale coordinata potrebbe generare a livello globale. La situazione è illustrata in questo grafico. Come si vede, il grosso dell’aumento della crescita globale, che complessivamente pesa circa un punto in più di pil reale, si deve allo stimolo fiscale cinese e poi, dal 2017 in poi, a quello Usa, che dovrebbe esprimere il suo picco massimo l’anno dopo. Notate il contributo striminzito che arriva dall’eurozona.

Ma questo scenario deve essere contemplato insieme con quello immaginato da quest’altro grafico che misura l’effetto a medio termine delle restrizioni commerciali, che peraltro abbiamo già visto in notevole crescita negli ultimi anni. Secondo la simulazione, l’adozioni di politiche commerciali che facilitino gli scambi genera sul prodotto un effetto espansivo di oltre un punto e mezzo, mentre l’ipotesi contraria una perdita altrettanto pronunciata. E’ utile sottolineare che, sempre secondo questa simulazione, la perdita più grossa, quasi il 2%, la subirebbe un’economia avanzata che immettesse tali restrizioni, con effetti di contagio che valgono circa mezzo punto in meno di prodotto per gli altri.

Stando così le cose, insomma, la via migliore per espandere il prodotto sarebbe quella di favorire i commerci e insieme fare espansione fiscale, mentre il saldo rischia di essere negativo qualora all’espansione fiscale seguano restrizioni commerciali. Se volessimo fare un parallelo con la storia, potremmo ricordare che negli anni ’30 la notevole espansione fiscale decisa da Roosevelt negli Usa per uscire dalle secche della crisi del ’29 non bastò a fare uscire l’economia statunitense dalla crisi, probabilmente anche in ragione del fatto che nel frattempo era divenuta di moda l’autarchia e il commercio internazionale era decisamente collassato. Tale collasso fu favorito notevolmente dalla politiche di restrizioni che tutti gli stati adottarono, Usa in testa, e dalla crisi della Germania, che era uno dei pilastri del commercio internazionale. Se è vero che la storia non si ripete, non è certo saggio trascurarne gli insegnamenti, specie quando si notano alcune somiglianze, la principale delle quali è il ruolo centrale che gioca anche al giorno d’oggi la Germania negli scambi globali, e il peso specifico che tale posizione ha all’interno della Germania stessa.

Quest’ultimo è facilmente osservabile in questo grafico, che misura la quantità di lavoratori che in qualche modo sono collegati al settore industriale tedesco a vocazione export. Come si vede, il mercato del lavoro tedesco è quello che soffrirebbe di più da un raffreddarsi del commercio internazionale, al contrario di quello Usa, che è quello meno coinvolto.

Sarebbe ingenuo pensare che i politici decidano guardando i grafici. Però queste simulazioni Ocse permettono di dedurre una semplice congettura. Gli Usa possono permettersi la deglobalizzazione, e possono anche risultare vincitori in uno scenario di dissolvimento del commercio internazionale. La Germania no. Se la deglobalizzazione fosse un’arma, la Germania sarebbe certamente nel mirino. Gli Usa dalla parte del grilletto.

(2/fine)

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  1. Cinemastino

    Domanda da profano: deglobalizzare vuol dire anche trasformare le multinazionali in “nazionali”, ceh dovrebbero pagare le tasse e avere gli stabilimenti di produzione in un solo paese (tipo l’america)? Cosa sarebbe la Nike, per esempio, senza la Cina e l’Indocina? Trump e gli americani ce l’hanno tanto con gli stranieri che “rubano le risorse” agli “autoctoni” (e “gli americani” cosa sono, se non ex europei che hanno tolto la terra agli “indios”?), ma in realtà sono loro stessi che, comprando il made in china (dal cibo all’elettronica ai vestiti) a basso prezzo non favoriscono il made in USA. Se deglobalizzazione vuol dire anche questo, non so quanti americani sarebbero disposti ad accettarla 😀

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      quando parlo di deglobalizzazione mi riferisco sostanzialmente alla disgregazione del commercio internazionale, della regolamentazione internazionale, e, in generale, delle relazioni che legano uno stato agli altri. lei ha ragione quando dice che molti di quelli che odiano la globalizzazione sono gli stessi che comprano i prodotti cinesi, così come molti di quelli che odiano le banche si comprano lo smartphone a rate, ma questa contraddizione non deve stupirla: appartiene al nostro temperamento di uomini dire una cosa e farne un’altra. O almeno al temperamento di molti di noi. la mia sensazione è che lo spirito del tempo sia deglobalizzante, o che almeno masse sempre crescenti di popolazioni nei paesi avanzati vivano questa tentazione come risposta sostanzialmente emotiva a un disagio del quale spesso non si riconoscono le autentiche cause. l’età del tedio, come l’ho chiata altrove, il tedioevo, implica una sorta di medievo economico, l’istinto curtense come estremo di una soggettività esasperata. qui mi limito solo ad osservare alcuni segnali, senza pretese ulteriore a quella della testimonianza. ma credo che molti vedano quello che vedo io, ognuno a suo modo.
      grazie per il commento

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