Il tramonto degli investimenti


Pure i più distratti avranno sentito qualcuno lamentare che il grande problema dell’economia globale è il calo degli investimenti. Quest’espressione dà per scontato ciò che non è: ossia che tutti sappiano cosa significhi. E non mi riferisco solo al significato tecnico della parola investimento, ma al senso più ampio che tale concetto porta con sé e che ha a che fare con il senso del futuro che una società, o più semplicemente un individuo, coltiva nel suo intimo.

Si pensa, erroneamente, che gli investimenti siano un problema che riguarda gli imprenditori, ma non è così, o almeno non solo. Ognuno di noi fa investimenti. Ad esempio quando decide di comprare casa, con o senza un mutuo, o quando si iscrive a un master per perfezionare la sua formazione. In entrambi i casi, prevale una visione ottimistica del futuro: pensiamo, vale a dire, che la scelta di oggi che pure comporta una spesa e quindi un sacrificio, valga la resa di domani. Chi investe crede, oltre che in se stesso e nella sua buona fortuna, a un orizzonte positivo degli eventi futuri. Ovviamente ciò vale ancor di più per un imprenditore, che deve produrre beni o servizi nella prospettiva di venderli.

In tal senso il declino degli investimenti al quale assistiamo dall’esplodere della crisi del 2008 è la spia migliore dell’oscuramento della nostra visione del futuro. Il tramonto dell’Occidente, per ricordare un grande libro scritto quasi 100 anni fa, oggi si declina nella ritrosia dei suoi cittadini a credere che domani sarà migliore di oggi, e quindi nell’accumulare ricchezza finanziaria, chi può, a fronte di una mole crescente di debiti che aggiunge spinte recessive a un motore ingolfato.

Essendo un processo complesso, le variabili sono tante e questo spiega il fiorire di studi e analisi che tirano in ballo concetti come la stagnazione secolare, teoria economica che risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando il mondo conobbe una terribile depressione più volte evocata ai giorni nostri. C’entra il fatto che le popolazioni nei paesi avanzati invecchiano, ovviamente, ma non solo. C’entrano pratiche produttive obsolete, interventi più o meno dissennati dei governi, abitudini sociali che si stanno dimostrando sempre meno sostenibili – pensate all’idea della pensione, nata appena 150 anni fa e ormai in crisi clamorosa – e soprattutto pesa la montagna di debiti che abbiamo cumulato fino al 2008 e specialmente dopo. Contrariamente a quanto si possa credere, il debito globale è aumentato all’indomani della crisi, e questo ha diminuito le possibilità di intervento da parte dei governi e soprattutto da parte delle banche centrali, che hanno visto crescere a livelli storicamente inusitati i loro bilanci.

Ma soprattutto c’entra la variabile economica per eccellenza che, per colmo di paradosso, non si può misurare se non con metodi assolutamente empirici: la fiducia.  Senza fiducia non ci sono investimenti.

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