L’Eurozona riscopre la sua vocazione da rentier


Non mancano i soldi in Europa. Quello che manca è la voglia di spenderli, o almeno di investirli in casa. Al contrario, gli europei preferiscono l’estero. Questa tendenza era nota, ma ormai è una caratteristica costante che ha condotto l’eurozona a essere il primo creditore globale del mondo. Questa conclusione viene confermata dall’esame degli ultimi dati della bilancia dei pagamenti pubblicati dalla Bce. A gennaio 2017 l’eurozona ha registrato un surplus di conto corrente di 24,1 miliardi. Vuol dire, in pratica, che ha ricevuto dall’estero più denaro di quanto ne abbia ceduto. In particolare, 24,1 miliardi sono arrivati dall’attivo del conto delle merci, che fa il saldo di import ed export di beni, altri 3,5 miliardi dal conto dei servizi e 12,1 miliardi dal conto dei redditi primari, che misura le rendite dei nostri investimenti esteri al netto dei pagamenti che facciamo agli investitori esteri per i loro, mentre abbiamo registrato un deficit da 15,5 miliardi nel conto dei redditi secondari che riguardano diverse partite fra le quali la più rilevante è quella delle rimesse degli immigrati.

Se allunghiamo lo sguardo agli ultimi 12 mesi, quindi da gennaio 2016 a gennaio 2017, il trend non è solo confermato, ma risulta crescente. In questo periodo infatti il surplus globale del conto corrente – che somma merci, servizi e redditi – è arrivato a 357,9 miliardi, pari al 3,3% del pil dell’eurozona, in crescita rispetto ai 321,6 miliardi (3,1% del pil) dei dodici mesi conclusi a gennaio 2016. In valori assoluti la crescita è dovuta in gran parte all’aumento del surplus sul conto delle merci, passato da 346,8 miliardi a 366,6, ma in valore relativo la parte del leone la fanno i redditi primari, passati da 42,5 miliardi a 59,3, segnando un incremento del 40%, assai superiore all’incremento registrato dalle merci (+5%) e dei servizi, passati da 58,6 miliardi a 68,5 (+16%). I redditi secondari hanno generato un deficit di 136,3 miliardi. La somma algebrica ci porta al saldo.

In sostanza, la novità del 2016 è stata la notevole performance delle rendite estere. che denotano anche una chiara preferenza degli investitori europei. Se tutto il surplus del conto corrente di un anno fosse impiegato in investimenti produttivi all’interno dell’area, non ci sarebbe neanche stato bisogno del piano Juncker, che vale all’incirca una cifra simile. Ma evidentemente gli europei preferiscono fare i redditieri. Una tendenza che ormai sembra essersi consolidata, al crescere dell’attivo di conto corrente.

Il surplus infatti cresce dal 2013, passando da poco più dell’1% del pil al 3,3%, seguendo l’andamento delle linee che misurano gli investimenti di portafoglio e quelli diretti. I primi riguardano azioni e obbligazioni a fini di investimento finanziario, i secondi riguardano acquisizioni estere in aziende o asset solitamente a scopi produttivi. Si osserva chiaramente che la curva degli investimenti di portafoglio, arrivata a valere il 5% del pil dell’area, è più inclinata rispetto a quella degli investimenti diretti. E’ del tutto naturale perciò domandarsi dove si dirigano questi surplus, visto che fra investimenti diretti e di portafoglio l’Eurozona, nei dodici mesi conclusi a gennaio 2017, ha cumulato attivi esteri netti per oltre 700 miliardi. Per rispondere a questa domanda ci viene in aiuto l’ultimo bollettino Bce.

I dati fanno riferimento all’acquisto di obbligazioni, quindi una sottocategoria degli investimenti di portafoglio, ma comunque sono un indicatore per capire le preferenze degli investitori europei. A fine 2016 risultava che il 46% di questi investimenti si era diretto verso gli Stati Uniti, seguiti dal Regno Unito col 17% , da altri stati dell’Ue per il 13% e poi il Canada col 4%. I cosiddetti Bric non arrivano all’1% dello stock e questo meglio di ogni altro argomento dà la misura della fiducia che riscuotono fra gli abitanti dell’eurozona. L’esposizione verso Usa e Uk, e in particolare verso quest’ultima, è cresciuta dal momento del referendum sulla Brexit. In comune tutti questi investitori hanno il fatto che preferiscono portare i soldi fuori piuttosto che investirli nell’eurozona e la maggioranza preferisce prestarli a Usa e UK. Questo dovrebbe sollevare più di un interrogativo.

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