Cronicario: Il denaro non fa la felicità (dei robot)


Proverbio del 10 aprile La pazienza ha radici molto amare e frutti dolcissimi

Numero del giorno: 1,9 Incremento % annuo della produzione industriale italiana

Sarà pure la primavera che s’insinua dolcemente fra gli ormoni, ma tutto d’un tratto gli imprenditori italiani sono diventati ottimisti. Ce lo racconta Bankitalia che ha pubblicato una delle sue rilevazioni secondo la quale molti si aspettano una ripresa degli investimenti in questo fortunato (si fa per dire) 2017.

La tabella qua sopra dice in sostanza che le imprese vedono una domanda più robusta – per lo più di provenienza estera – e perciò pensano di investire di più. E pure se le aspettative di inflazione rimangono bassine, ce n’è abbastanza per celebrare un ritorno di positività fra i nostri capitalisti, che evidentemente non temono le ubbie di Mister T, come invece sarebbe ragionevole fare. Peraltro tanto ottimismo s’intona con le ultime rilevazioni degli indici Oce, secondo i quali l’area è entrata in un clima positivo. E’ primavera, appunto.

Ma la notizia più bella, per noi che siamo di spirito sensibile, ce la regala la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che ha pubblicato un rapporto e un’analisi che si propongono di rispondere a una domanda che assilla tutti noi più o meno dalla nascita: il denaro fa davvero la felicità?

No davvero seguiteci perché la questione è dirimente. Partendo dal gap di felicità che ancora diversi paesi emergenti patiscono malgrado la crescita economica, la Banca si domanda se il successo in economia sia davvero sufficiente, oltre che necessario, a garantire un livello adeguato di felicità sociale e arriva alla conclusione che no: serve altro. Per essere realizzato un cittadino non ha bisogno solo di un tetto sulla testa, tre pasti al giorno, cure mediche e un paio di scarpe comode. No: gli serve un lavoro. L’effetto della disoccupazione sull’autostima è devastante. Avere denaro ma essere disoccupato – il famoso reddito di cittadinanza – non ci salva dall’infelicità.

Questa pregnante e insospettabile conclusione – una persona deve avere un senso nella vita e oggidì l’unico senso che trova è nel lavoro – fa a pugni con un’altra che sempre più insidia il nostro dibattito pubblico suscitando ansie e preoccupazioni: l’aumento straordinario dei robot.

Addirittura secondo alcuni cervelloni un robot in più ogni mille lavoratori diminuisce la popolazione lavorativa dello 0,18% e i salari dello 0,25%.

Ora, passi pure che i robot ci tolgano il denaro, che in fondo – ci dicono – non fa la felicità degli uomini ma magari quella dei proprietari dei robot sì, ma che facciamo col lavoro? Saremo felici di scoprirlo.

A domani.

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