Se le banche UK perdono il passaporto


Il nuovo governo che sarà scelto dai britannici dopo le elezioni del prossimo 8 giugno si troverà di fronte a uno scenario sostanzialmente definito quanto ai tempi di codifica della Brexit – che si prevede divenga operativa alla fine di marzo del 2019 – mentre rimane sostanzialmente oscuro il quadro negoziale che si andrà a comporre una volta che il nuovo governo Uk si siederà al tavolo con l’Ue. Si prevede che la prima riunione arrivi già questo mese, ma sarà interessante capire quali saranno gli orientamenti del nuovo governo britannico sul tipo di intesa per la quale si andrà a negoziare.

La vicenda riguarda in primo piano il popolo del Regno Unito, com’è noto, ma anche noi che con loro abbiamo notevoli interessi in comune. Noi italiani meno di altri, come di recente ha mostrato Bankitalia in uno dei suoi bollettini economici, ma comunque rilevanti sia sul versante commerciale che finanziario. In teoria si possono immaginare quattro tipi di scenario per l’UK: aderire allo spazio economico europeo, partecipare a una unione doganale, siglare intese bilaterali oppure non fare nessun accordo. In questo caso varrebbero le regole del WTO che prevedono l’applicazione di tariffe bilaterali sulla base della clausola di nazione più favorita. Senonché, spiega Bankitalia in un approfondimento contenuto nella sua ultima Relazione annuale, “la lettera di notifica del governo britannico, nell’indicare quale obiettivo per il Regno Unito il mantenimento di un rapporto speciale con la UE attraverso il raggiungimento di un accordo bilaterale di ampia portata sul commercio di beni e servizi, esclude tuttavia l’ipotesi di una partecipazione allo spazio economico europeo o all’unione doganale. Restano pertanto aperte solo le ultime due possibilità sopra descritte”. Ricordo ai meno appassionati che lo spazio economico europeo è costituito dagli Stati membri della UE insieme a Liechtenstein, Norvegia e Islanda, ed estende a questi tre paesi il mercato unico dell’Unione e le sue quattro libertà fondamentali (libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone). L’unione doganale, a sua volta, è un fondamento essenziale della UE e del mercato unico. Il principio fondamentale è non esistono dazi alle frontiere interne della UE, mentre alle importazioni dall’esterno si applica una tariffa doganale comune. All’unione doganale della UE partecipano anche Turchia, Andorra e San Marino.

Il Consiglio europeo, il 29 aprile scorso, ha recepito la notifica di recesso del governo britannico, e ha adottato gli orientamenti di base che compongono il mandato affidato alla Commissione per negoziare l’uscita. E mentre la priorità dell’UK è quella di arrivare a un accordo commerciale, quella dell’Ue è quella di arrivare a “un’uscita ordinata dalla UE, definendo tra l’altro garanzie reciproche per salvaguardare i diritti dei cittadini europei e britannici interessati dal recesso e la liquidazione di tutte le obbligazioni finanziarie per il Regno Unito derivanti dal periodo della sua appartenenza all’Unione”.

Ma il problema è il futuro, incerto di suo e ancor di più a fronte del cambiamento del quadro di regole che finora ha retto le relazioni fra Ue e Uk. Bankitalia osserva che finora il referendum non ha sortito gli effetti temuti sull’economia britannica, che ha probabilmente beneficiato degli allentamenti monetari. Non c’è stata nessuna crisi di fiducia e la svalutazione, che c’è stata e robusta, ha finito con il favorire le dinamiche inflazionistiche. Secondo la BoE i prezzi al consumo accelereranno al 2,8% nel quarto trimestre di quest’anno. Rimane il problema che definire il quadro di regole avrà necessariamente un impatto sull’interscambio di merci e servizi che sarà differente a seconda del contesto che si andrà a definire. Bankitalia fa un esempio. “Se si ipotizzasse ad esempio l’adozione da parte del Regno Unito di un sistema di tariffe identico a quello applicato dalla UE nei confronti dei paesi terzi, le esportazioni britanniche, tenendo conto della composizione settoriale dell’interscambio commerciale, sarebbero assoggettate a un dazio medio del 3,9 per cento”.

Ma soprattutto “il recesso del Regno Unito potrebbe avere un impatto estremamente significativo nel settore dei servizi finanziari, particolarmente rilevante per l’economia britannica”. Un mancato accordo, infatti, condurrà alla revoca del cosiddetto passaporto unico, in base al quale le banche autorizzate a operare in uno stato membro lo sono anche in tutti gli altri dell’Ue. E poiché oggi molti gruppi bancari operano a Londra attraverso le proprie filiali, con la perdita del passaporto unico ognuna di queste filiali dovrà contrattare singolarmente con gli stati membri per proseguire la propria operatività. “Un’altra questione rilevante per la piazza
finanziaria londinese – sottolinea – riguarda eventuali pressioni per lo spostamento dell’attività di compensazione degli strumenti finanziari denominati in euro, attualmente eseguita in larga parte, soprattutto per i derivati over-the-counter, presso controparti centrali insediate nel Regno Unito”. Insomma, vengono messe in discussione banche e finanza, il cuore pulsante dell’UK. E’ questo che c’è in gioco con la Brexit. Assai più che il commercio di beni.

 

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