Il vero dualismo italiano: quello generazionale


In ogni epoca ci sono vincitori e vinti che alimentano le narrazioni lungo le quali si articola il discorso sociale. Nel nostro tempo, ove tutto è ridotto all’economico, questa dialettica si è ridotta a quella fra ricchi e poveri, ma pure questa caratterizzazione è andata modificandosi. Una volta i ricchi erano i cosiddetti possidenti – grandi proprietari terrieri – poi sono diventati i padroni del vapore, quando il mondo si innamorò delle ferrovie, e oggi, che il mondo ha perso la testa per la realtà digitale, sono i padroni dell’hi tech. Per converso, una volta i poveri erano i contadini, poi divenuti manovali, e oggi eserciti di persone più o meno alfabetizzate che devono concorrere a suon di costosissime competenze per ricavarsi uno strapuntino che si affacci lungo l’arena dei servizi in un mondo sempre più digitalizzato. Questa dinamica sociale cela una interessante evoluzione probabilmente senza precedenti nelle società, frutto della notevole crescita che si è sviluppata a partire dal secondo dopoguerra e che ha nutrito come mai prima nella storia un’intera generazione – quella nata fra il 1940 e il 1950 circa – a suon di opportunità e diritti. Questa tendenza storica ha generato che per la prima volta oggi non sono gli anziani la fascia sociale più a rischio povertà, ma le nuove generazioni. E questo non è successo solo in Italia, ma anche in paesi molto diverso dal nostro, come gli Stati Uniti.

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