I consigli del Maître: Il salasso degli italiani e l’America Saudita


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il salasso immobiliare degli italiani. Istat ha pubblicato i dati aggiornati al 2016 della ricchezza patrimoniale dei settori istituzionali italiani, dallo stato ai privati. Emerge che il totale della ricchezza non finanziaria è di poco superiore ai 9.500 miliardi, gran parte della quale è rappresentata da abitazioni. Queste ultime hanno concorso in larga parte al dimagrimento di tale ricchezza, che superava i 10.200 miliardi nel 2011. Gran parte del calo, infatti, si è concentrato sul settore residenziale, che ha perso oltre 500 miliardi, con le famiglie a subire la gran parte di questa perdita, per circa 350.

Tuttavia, malgrado il notevole calo, il saldo rimane ampiamente positivo. Istat ha calcolato che rispetto al 2001, quando inizia la serie, il valore delle abitazione è comunque cresciuto del 76%. Siamo in media più ricchi, anche se il nostro mercato immobiliare non mostra segni di ripresa. Forse dipende anche dai redditi, che sono più bassi di quanto non fossero nel 2003.

Il costo della pace. Gli economisti della Fed di S.Louis hanno calcolato il costo. Dal 2009, quando fu promulgato, al 2016 dell’American Recovery and Reinvestment Act, il maxi piano di stimolo varato da Obama poco dopo la sua elezione per rimettere in piedi l’economia Usa ancora in grave affanno dopo la crisi del 2008. Questo piano seguì quello di salvataggio del sistema finanziario, denominato Tarp, troubled asset relief program, per il quale furono stanziati dall’amministrazione Bush 700 miliardi, anche se poi ne furono impiegati solo circa 450. Se a questi aggiungiamo gli 840 miliardi spesi per il piano di stimolo, viene fuori che il governo Usa ha dovuto spende quasi 1.300 miliardi per tenere in piedi l’economia Usa. Come termine di paragone può essere interessante notare che per la guerra in Iraq, dal 2002 al 2014 sono stati spesi solo 815 miliardi.

La pace costa più della guerra, tendiamo sempre a dimenticarlo.

L’euro va forte perché l’Europa va bene. Il timore di guerre valutarie, magari alimentate dall’amministrazione Usa che tende a svalutare il dollaro con l’intento di irrobustire la sua bilancia commerciale, tende a sottovalutare alcune evidenze messe in rilievo in un recente studio di un pensatoio di stanza a Bruxelles collegato alla Commissione Ue: i fondamentali dell’Europa a 27 sono notevolmente migliorati e questo spiega la forza dell’euro, aldilà delle ragioni della debolezza voluta o indotta del dollaro. Alcuni elementi lo mostrano con chiarezza.

L’euro peraltro è sempre più concorrente del dollaro come valuta per i pagamenti internazionali, quotando il 36% del totale, che sono denominati in euro, con il 39% del dollaro. Insomma, ci sono ragioni sostanziali dietro la forza della valuta europea. Questo certo non impedisca che la ragion politica ci metta lo zampino.

L’ufficializzazione dell’America Saudita. L’IEA, agenzia internazionale per l’energia prevede che da qui al 2040 il ruolo degli Stati Uniti nel settore della produzione di gas e petrolio sarà sempre più rilevante. Addirittura viene paragonato alla grande espansione della produzione di petrolio osservata in Arabia Saudita negli anni ’60-70, mentre quella del gas viene paragonata alla grande espansione nella produzione osservata nell’ex Unione Sovietica. La grande variabile che cambia il gioco e inaugura l’ufficializzazione dell’America Saudita è ovviamente lo shale.

Già oggi la produzione Usa di petrolio ha superato quella dell’Arabia Saudita. Capirete perché Trump nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione ha sottolineato la circostanza che l’America sia diventata esportatrice di petrolio. Un evento che cambia il gioco dell’energia e dai risvolti ancora poco comprensibili.

 

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