La scomunica definitiva delle criptovalute rischia di renderle simpatiche


Un bel paper della Bis, corredato da uno speech insieme argomentato e tremendamente chiaro nelle conclusioni del direttore generale Augustin Carstens, sembrano dire le parole definitive sulla moda delle criptovalute, a cominciare da Bitcoin, che ha agitato i sogni finanziari di mezzo mondo negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi mesi, durante i quali si sono moltiplicati gli allarmi contro i rischi di questa tecnologia da parte delle banche centrali, di pezzi grossi della finanza e dei governi, mentre il Bitcoin raggiungeva record inusitati di quotazione sul dollaro.

Ora che dai 20.000 dollari per un Bitcoin di pochi mesi fa si è arrivati sotto i 6.000 i materiali diffusi dalla Bis di Basilea pochi giorni fa rivestono un’importanza ancora maggiore perché forse qualcuno vorrà sul serio provare a capire, leggendoli, di cosa si tratta prima di comprare questa roba. E soprattutto comprenderà perché i signori dei piani alti del credito e della moneta vedano questa tecnologia come il fumo negli occhi. Basta ascoltare Carstens, che ha parlato con toni fin troppo chiari per gli standard un banchiere centrale: ” Il Bitcoin, sebbene sia stato forse concepito come un sistema di pagamento alternativo che non necessita dell’intervento del governo, si è ora trasformato in una bolla, uno schema Ponzi e un disastro ambientale”. Parole che risuonano particolarmente importanti in un momento in cui tutto il mondo della finanza è scosso da un momento ribassista che sta mettendo a dura prova l’ottimismo di molti osservatori.

In tal senso la Bis, analizzando i fondamenti teorici, con piacevoli incursioni in eventi storici sulle disavventure monetarie accadute in epoche diverse in posti fra loro molto differenti come la Germania della Guerra dei trent’anni del XVII secolo, gli Usa all’epoca del free banking ante Fed, e nel Messico durante la rivoluzione d’inizio XX secolo, arriva a conclusioni che per certi versi è ovvio aspettarsi da chi rappresenta l’élite del central banking. “L’ascesa fulminea delle criptovalute non dovrebbe farci dimenticare l’importante ruolo che le banche centrali hanno in quanto depositarie della fiducia pubblica”, dice il direttore generale della Bis. Ciò in quanto “affinché la moneta mantenga il suo valore, deve essere sostenuta da istituzioni affidabili che godono della fiducia dei cittadini. Ecco perché le banche centrali hanno un ruolo chiave”. Detto in soldoni: la scomunica delle valute digitali della punta di lancia delle banche centrali verso le monete digitali appare definitiva e senza possibilità di appello. Almeno in parte: “Le nuove tecnologie sono molto promettenti, ad esempio per quanto riguarda una maggiore efficienza dei sistemi di pagamento. Ma per questo non c’è bisogno delle nuove valute”. E inoltre “le autorità hanno il dovere di assicurarsi che i progressi tecnologici non siano usati per legittimare profitti derivanti da attività illegali nonché quello di educare e proteggere gli investitori e i consumatori. Devono inoltre garantire che le criptovalute non si consolidino e non rappresentino un rischio per la stabilità finanziaria”.

Se questa è l’aria che si respira ai piani alti del credito e della moneta quando ci si avventura nei territori ancora troppo esotici (e perciò pericolosi) delle valute digitali, allora si comprende che il vero rischio è che Main street, che ormai odia sempre di più Wall street, interpreti questi moniti come la dimostrazione che “loro” hanno paura di Bitcoin perché rischia di metterli fuori gioco. Sparare contro le valute virtuali con tanta potenza di fuoco rischia insomma di fare il contrario di quel che i banchieri centrali, i finanzieri e i governi, si propongono di fare. Rischia di rendere simpatici i Bitcoin.

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