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I consigli del Maître: Le ultime schiave e le pensioni d’argento


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Le ultime schiave. La settimana scorsa Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale che consente di osservare molte peculiarità del nostro paese, sia di tipo economico che sociale. La prima che abbiamo scelto riguarda le donne. Più volte abbiamo riportato delle osservazioni, le ultime erano di Ocse, circa la condizione delle donne italiane costrette a sobbarcarsi una straordinaria quantità di lavoro. Istat ha quantificato il lavoro delle cosiddette casalinghe, ossia le donne che lavorano in casa.

Parliamo di 50 ore a settimana di lavoro in casa, quindi ben al di sopra di un normale orario di lavoro, che non generano retribuzione né contribuzione. Si tratta di una moderna forma di schiavismo, che viene perpetrata giocando sul buon cuore di tantissime donne. Un comportamento indegno di un paese civile, che invece dovrebbe riconoscere a queste lavoratrici non soltanto un potere d’acquisto, ma anche una qualche forma di contribuzioni. E’ profondamente ingiusto che una donna che lavora così tanto debba pure chiedere i soldi per comprarsi qualsiasi cosa, come accadeva un secolo fa.

La meglio vecchiaia. Un’altra interessante ricognizione che caratterizza la nostra società, sempre contenuta nel rapporto annuale Istat, riguarda l’articolazione recente dei nostri gruppi sociali. Istat nel ha definiti nove.

Come si vede dal grafico, i gruppi numericamente più importante sono quello delle famiglie degli operai in pensione, che conta 10 milioni e mezzo di persone, e quello delle famiglie di impiegati che ne conta circa 12 milioni. I primi sono anziani  con età media di 72 anni con hanno una situazione reddituale inferiore alla media. Gli altri hanno età media di 46 anni e un reddito superiore alla media col quale, almeno la metà di loro, deve anche mantenere un figlio. La classe più interessante però è quella dei pensionati d’argento.

Si tratta di oltre 5 milioni di persone, con reddito elevato ed età media di 65 anni che hanno consumi culturali ampi e differenziati. Dalla meglio gioventù alla meglio vecchiaia.

The day after Jobs Act. Molti osservatori hanno sottolineato l’andamento decrescente dei contratti a tempo indeterminato dopo la fine degli incentivi del Jobs Act. I dati in effetti confermano in parte questa tendenza.

I numeri ci dicono che nel primo trimestre 2015 i contratti complessivi erano 334.879, divenuti 248.319 nel primo trimestre 2016 e poi 296.855 nel primo trimestre 2017, quindi in lieve ripresa. Ma se si guarda in profondità si osserva che la ripresa è guidata esclusivamente dai contratti a termine. Quelli a tempo indeterminato infatti sono crollati dai 220.765 dei primi mesi del 2015 a poco più di 17 mila. Evidentemente l’incentivo economico, una volta esaurito, ha esaurito anche la sua spinta. Forse il governo dovrebbe riflettere sul fatto che se il mercato premia i rapporti a termine ha più senso investire più che sugli sgravi fiscali per chi assume sul sostegno al reddito e alla formazione quando queste assunzioni terminano.

 I soldi (all’estero) degli italiani. Bankitalia ha rilasciato gli ultimi dati di bilancia dei pagamenti che fotografano una situazione estera in notevole miglioramento per gli italiani. Il nostro saldo di conto corrente, un indicatore che misura la somma algebrica fra le nostre uscite verso l’estero e i nostri incassi dall’estero segna un surplus di 42,4 miliardi, nei dodici mesi terminati a marzo 2017.

E’ interessante osservare che a concorrere al nostro saldo, molto migliorato rispetto a un anno fa, sia stata la voce dei redditi primari. In sostanza gli investimenti all’estero degli italiani, cresciuti notevolmente, hanno fruttato più di quanto abbiamo speso per ripagare gli interessi sugli investimenti dei non residenti in Italia, che peraltro sono molto diminuite. Un’inversione storica, di sicuro favorita anche dalle politiche monetarie della Bce. Interessante notare anche che nell’anno concluso a marzo 2017 i non residenti hanno venduto 84 miliardi di attività italiane. Dovremmo ricordarcelo quando parliamo di avventure politico-monetarie.

I consigli del Maître: Più bistecche per i cinesi, ma ancora poco welfare


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Una bistecca per i cinesi. Qualcuno si sarà sorpreso, leggendo le cronache dell’accordo raggiunto fra gli Usa e la Cina su alcune questioni commerciali, primo esito visibile dell’incontro fra Trump e il presidente cinese Xi, delle settimane scorse, il notevole spazio dedicato alla questione della carne Usa, che finalmente potrà varcare le frontiere cinesi. Ricorderete che del problema dei cinesi con la bistecca Usa avevamo già parlato agli inizi di aprile quando era trapelata una lettera mandata dai grandi produttori di carne Usa, al presidente, con un accorato appello a fare ogni sforzo per riuscire a penetrare il mercato cinese della carne. Nella lettera del 27 marzo scorso i produttori avevano chiesto a Trump di trovare il modo di rendere più permeabile il mercato cinese alla carne di manzo – nelle carne suina gli Usa sono già eccedentari nei confronti dei cinesi a causa della scarsa competitività degli allevamenti locali – che era rimasta esclusa a causa di un bando simile a quello europeo, che da diversi anni oppone gli Usa all’Ue e che di recente, lo ricorderete, è stato addotto a pretesto per il rialzo di alcuni dazi imposto dagli Usa ai prodotti europei, fra i quali la Vespa. Il mercato cinese della carne, secondo le stime contenute nella lettera dei produttori Usa, vale 2,6 miliardi di dollari, e non è soltanto la quantità a solleticare i produttori. E’ anche il fatto che dietro questa produzione c’è tutto un mondo molto strutturato – anche lobbisticamente – di produttori che ha radici antiche e grande potere di contratto. E si vede.

Lavoro offresi. L’Istat ha rilasciato il tasso di posti vacanti nel primo trimestre del 2017. L’indicatore, che si ottiene dividendo il numero dei posti vacanti per la somma di posti vacanti e posti occupati, serve ad avere una tendenza su come stia evolvendo l’offerta di lavoro da parte delle imprese. Un tasso di posti vacanti più elevato, infatti, si potrebbe interpretare come un segno di vitalità del mercato del lavoro, visto che i posti vacanti misurano le ricerche di personale che nell’ultimo giorno del trimestre considerato sono già iniziate e non ancora concluse. Si tratta di posti di lavoro retribuiti che siano nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato adatto al di fuori dell’impresa interessata e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo. Il tasso registrato a marzo 2017 è stato dello 0,8%, sostanzialmente uguale a quello dell’ultimo trimestre 2016, ma migliore di quello dei due trimestri precedenti.

In sostanza ci sono più posti di lavoro disponibili di quanti ce ne fossero un anno fa. Il problema è trovarli.

Welfare al lumicino per gli italiani con figli Eurostat ha pubblicato i dati della spesa sociale europea per benefit dedicati alla famiglia e ai bambini. Nel 2014, anno cui fanno riferimento i dati, l’Ue ha speso 330 miliardi per queste categorie, rappresentando l’8,9% della spesa per il welfare europeo, terzo classificato, ma ben distinto quanto a importanza, dopo la spesa per “Old age and survivors”, quindi sostanzialmente la previdenza, che vale il 45,9% e la spesa sanitaria, che pesa il 36,5%. A fronte di questo stanziamento globale, che non è certo esorbitante, considerando i tassi di natalità europei, esistono pure corpose differenze fra i singoli stati relativamente alla percentuale di spesa che dedicano a questa voce di bilancio.

Come si vede dal grafico, il Lussemburgo è in testa, con il 15,6% del suo budget sociale dedicato a famiglie e figli, mentre l’Olanda è fanalino di coda, dopo Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, quart’ultima. Ovviamente i differenti tassi di natalità e la quantità di bambini sul totale della popolazione influenza questo dato. I paesi che fanno pochi figli e quindi hanno pochi bambini, spende meno per loro. Ma come si capisce facilmente, è un circolo vizioso.

Se l’Asia inizia a spendere sul Welfare. Qualcuno ha detto che l’Europa, ma in generale i paesi avanzati, non si possono più permettere il welfare di trent’anni fa. Questa vulgata ha condotto a dolorosi tentativi di far rientrare la spesa sociale ce però non hanno raggiunto i risultati sperati. Nei paesi Ocse, complice anche l’invecchiamento della popolazione che trascina la spesa sociale con particolare gravosità, si spende comune di più (dato 2013-14) rispetto al 2000. Il costo medio oscilla fra il 21 e il 22% del pil.

Tolto il Giappone, che è un paese avanzato e guida la classifica (probabilmente anche perché ha una popolazione fra le più anziane al mondo) il resto dell’Asia è ancora molto indietro rispetto agli standard europei. La Cina, che pure ha raddoppiato la sua spesa negli ultimi anni portando da poco pià del 4 all’8% del Pil, è ancora ben lungi dall’offrire ai suoi concittadini una protezione sociale di tipo europeo o giapponese. Ciò ha un effetto anche sulle strategie di risparmio dei cittadini. I cinesi risparmiano molto per prepararsi alla vecchiaia, e quindi i consumi ne risentono, ritardando quel processo di riequilibrio della crescita cinese dagli investimenti al consumo interno, che da anni la politica sta perseguendo. Sarà pure vero che noi europei non ci possiamo più permettere il welfare di trent’anni fa. Ma i cinesi si. E forse gli conviene pure.

Dal 2012 The Walking Debt ha regalato oltre 1.000 articoli e diversi libri a tutti coloro che hanno avuto la cortesia di seguirci. Adesso stiamo lavorando al progetto Crusoe e vi chiediamo di continuare a seguirci partecipando alla sua crescita e al suo sviluppo. Sostenere Crusoe significa sostenere l’idea di informazione basata sul rapporto con le persone e senza pubblicità. Per sostenerci basta molto poco, e si può fare tanto. Tutte le informazioni le trovi qui.

I consigli del Maître: L’America Saudita e l’estinzione dell’Occidente


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

La Brexit e noi. La Commissione Europea ha presentato al Consiglio europeo lo schema per l’avvio delle procedure di negoziazione con il Regno Unito che, una volta approvato con maggioranza qualificata autorizzerà i negoziatori a sedersi attorno al tavolo dove si decideranno le modalità del divorzio fra l’Europa e l’UK. La prima riunione si terrà con tutta probabilità a giugno ed è previsto che le negoziazioni si concludano entro il 29 marzo 2019, salvo la possibilità di prorogare i negoziati altri due anni qualora ci sia unanimità dei paesi coinvolti. Ma che significa la Brexit per l’Italia? Ne ha discusso in Parlamento qualche tempo fa il vice direttore generale di Banca d’Italia Luigi Signorini. Il succo si può riepilogare grazie a questa tabella.

Come si vede i rapporti fra Italia e Uk ci sono ma non sono così rilevanti. Sul versante commerciale, che poi è quello sui cui si concentrano molti interessi, l’Italia ha un saldo commerciale attivo per lo 0,7% del Pil, quindi circa 10 miliardi, mentre sono più rilevante sul versante del conto finanziario, ma assai meno di Germania e Francia. Che quindi baderanno al sodo molto più di noi. Tanto per capire chi terrà il timone delle negoziazioni.

L’America Saudita. L’IEA ha pubblicato alcuni dati che fotografano la profonda crisi in cui si agita il settore petrolifero tradizionale, che ha tagliato drasticamente gli investimenti con la conseguenza che le esplorazioni sono crollati al livello di 70 anni fa e la produzione del 2016 di nuovo petrolio è stata di 2,4 miliardi di barile a fronte della media di nove degli ultimi quindici anni.

Fonte: IEA

A fronte di questa situazione, provocata dal ribasso dei corsi petroliferi che adesso sembra essere ripartito, ci sono i nuovi petrolieri dello shale oil che aumentano la produzione e gli investimenti. Per lo più dislocati negli Usa, questi imprenditori sono riusciti a contenere il costo di produzione a 40-45 dollari al barile, quindi hanno potuto far ripartire la produzione che secondo alcuni analisti ha contribuito al calo recente delle quotazioni. I vecchi petrolieri pompano ancora 69 milioni di barili al giorno, lo shale circa sei. E si prevede che arriverà a superare gli otto nel 2022. La strada per l’America Saudita è ancora lunga, ma è stata tracciata.

Meglio inattivi o disoccupati? A inizio del mese Istat ha rilasciato le stime su occupati e disoccupati nel nostro paese dalle quali si evince una diminuzione degli inattivi, ossia coloro che non risultavano né disoccupati né occupati, e un contestuale aumento della disoccupazione.

Significa in pratica che a fronte dell’aumentata disponibilità a partecipare al mercato del lavoro, quest’ultimo non è stato in grado di assorbire la nuova offerta, con la conclusione che i nuovi richiedenti sono finiti nelle liste di disoccupazione. Insomma, una buona notizia a metà. D’altronde il mercato sembra ancora poco capace di assorbire lavoro. I dati mostrano un calo di 70 mila unità fra i lavoratori indipendenti su base annua, e un aumento dei dipendenti, 41 mila permanenti e 22 mila a termine.

L’estinzione dell’Occidente. Eurostat la settimana scorsa ha celebrato la settimana della gioventù rilasciando alcune informazioni sui nostri giovani che è utile ricordare. La prima riguarda il numero degli under 20 nei vari paesi europei, che vede gli irlandesi in testa con circa il 28% della popolazione e i tedeschi fanalino di coda con circa il 18%. Noi siamo terz’ultimi.

La situazione demografica della Germania, infatti, è molto critica e di recente la Banca centrale tedesca ne ha parlato sul suo bollettino mensile, sottolineando che l’invecchiamento della popolazione rischia di far perdere 2,5 milioni di persone in età da lavoro al paese, con conseguenze esiziali per la produttività e la crescita. Ma è tutto l’Occidente che si è infilato nella trappola mortale della demografia avversa. Di recente il Canada ha celebrato un suo momento storico: gli ultra 65enni sono diventati di più degli under 15. Invertire un trend del genere è molto difficile.

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I consigli del Maître: La diseguaglianza cinese e la ricchezza europea


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Cinesi meno poveri, ma più diseguali. Il Fmi ha pubblicato la settimana scorsa il Fiscal monitor che contiene una interessante ricognizione sull’economia cinese che in qualche modo racconta la storia degli ultimi trent’anni.

In sostanza in Cina la politica fiscale non è riuscita a compensare la crescita della diseguaglianza che è stata notevole, malgrado 850 milioni di cinesi siano usciti dalla povertà e il reddito pro capite sia aumentato di quasi dieci volte in trent’anni.

I cinesi sono meno poveri ma più diseguali. Una sorte comune a tutto il mondo.

L’Europa mai così ricca (e povera). La Bce ha pubblicato i dati della bilancia dei pagamenti di febbraio da dove si evince che il surplus di conto corrente, ossia il saldo dei nostri scambi con l’estero di beni, servizi e rendite, è risultato positivo per oltre 37 miliardi di euro, un piccolo record per l’eurozona.

Nei dodici mesi terminati a febbraio 2017 il surplus è arrivato a 360 miliardi di euro, che valgono il 3,4% del Pil dell’eurozona. Un risultato notevole che conferma il buon momento che sta vivendo l’economia della zona euro e l’intera Europa. Una controprova è offerta dal calo dei tassi di povertà.

Ciò malgrado ci sono circa 39 milioni di europei che vivono condizioni economiche difficili, fra i quali primeggiano oltre 7 milioni di italiani e tre milioni di tedeschi. Forse se l’Europa investisse in casa propria i denari dei suoi attivi anziché prestarli all’estero questi poveri sarebbero meno poveri.

Come stanno le vittime della crisi immobiliare negli Usa? La Fed di Chicago ha svolto un’interessante ricognizione per monitorare lo stato di salute finanziario dei cittadini che sono finito sotto foreclosure, ossia a rischio di vendita coatta dell’abitazione da parte della banca che aveva concesso loro il mutuo, dopo che avevano cessato i pagamenti. L’analista della banca ha stimato che fra il 2007 e il 2010 ci siano stati circa 3,8 milioni di questi procedimenti. E’ interessante osservare che se prima della crisi le foreclosure riguardavano in gran parte i debitori subprime, dopo la crisi l’ondata di procedure coatte ha riguardato una stragrande maggioranza di debitori prime, ossia dotati di buone garanzie e potenzialmente molto solvibili, che evidentemente sono stati completamente spiazzati dalla crisi, forse in ragione dell’ammontare elevato dei prestiti contratti.

Dopo quasi sette anni da quegli anni, adesso la situazione sembra essersi normalizzata. Ma fino a un certo punto. Mentre i subprime sono tornati al credit score antecedenti all’aumento di insolvenza post crisi, circa il 15% dei debitori prime non hanno ancora recuperato il loro merito di credito. La fiducia dei creditori, una volta persa, è difficile recuperarla. Chi ne aveva poca riesce facilmente. Chi ne aveva tanta evidentemente no.

Le costruzioni in Europa. Eurostat ha rilasciato i dati sulla produzione nel settore delle costruzioni, ce come è noto ha un’importanza strategica in tutte le economie e nell’eurozona ancor di più, visto che ancora l’area euro non riesce a recuperare il livello pre-crisi malgrado una crescita della produzione superiore al 7% nell’anno terminato a febbraio 2017.

Come si può osservare dal grafico, mentre l’Ue a 28 ha raggiunto il livello 100 del 2010, comunque parecchio inferiore a quello pre crisi (circa 125), l’EZ rimane ancora qualche punto percentuale sotto, e ciò malgrado alcuni paesi importanti come la Germania abbiano registrato un notevole progresso nel settore (+11,6%), come anche la Francia (+9,3%). L’Italia, sempre su base annuale ha registrato un +1,6%. La strada è ancora molto lunga.

I consigli del Maître: Il boom degli antidepressivi e quello del mattone


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Poveri ma sani. La settimana scorsa, in occasione del World Health day, diversi istituti hanno rilasciato alcune informazioni interessanti che servono anche a sfatare alcuni luoghi comuni. Una di queste, rilasciata da Eurostat, dice che Grecia e Cipro sono i paesi con il maggior numero di cittadini che dice di avere una salute buona o molto buona, pari all’85% dei 15-64enni.

Come si vede dal grafico, anche noi italiani siamo messi abbastanza bene, a conferma del fatto che le difficoltà economiche – e la Grecia e Cipro ne hanno viste assai peggiori delle nostre – non sempre – o almeno non subito – hanno impatti sul benessere autentico della popolazione. Sempre la Grecia, ad esempio, si segnala per un numero moto basso, il 4,7%, di persone che soffrono di depressione e sta in coda alla classifica preparata da Ocse per il consumo di antidepressivi. In testa ci stanno gli Islandesi.

Il boom del mattone in Europa. Eurostat ha rilasciato i dati dell’andamento del mercato immobiliare nell’euro area e nell’Ue nell’ultimo quarto del 2016. Su base annuale i prezzi sono cresciuti  del 4,1%, ma come sempre con grandi differenze fra i vari paesi. In Italia, ad esempio, la crescita è stata appena dello 0,1%, il primo dato positivo da diversi e dopo un calo dell’indice dei prezzi di oltre il 14% dal 2010. Ma la vera sorpresa è la Germania, dove i prezzi sono cresciuti del 6,7% su base annua, più dell’UK, con poco del 5% e dell’Olanda, dove i prezzi sono molto tirati (+6,4%) da diverso tempo. Si segnalano prezzi molto caldi anche nella parte orientale dell’Europa. Insomma, la ripresa del mattone sembra essersi avviata sul serio, ma è ancora presto per capire quanto sarà duratura e soprattutto sostenibile.

Si cresce grazie a consumi e investimenti. L’Ocse ha rilasciato una interessante ricognizione che fa il punto sulle varie componenti che hanno contributo alla cresciuta del pil nell’intera area nei vari trimestri dall’ultimo del 2014.

Si osserva chiaramente che, specie nell’ultimo quarto, uno degli impatti più rilevante, dopo il consumo privato, è arrivato dagli investimenti, che hanno contribuito per oltre 0,3 punti alla crescita dello 0,7 registrata rispetto al trimestre precedente. E’ interessante osservare che l’export netto. Al contrario, ha offerto un contributo negativo. Il segnale è interessante perché mette in secondo piano le esportazioni rispetto all’autentico driver della crescita, ossia il consumo privato e poi gli investimenti. Sarà per questo che pochi giorni fa dalla Bce è arrivato l’invito a fare aumentare i salari, la via più facile per fare aumentare i consumi e l’inflazione. Ma non è detto che sia anche la migliore. Chi ha la memoria lunga lo sa bene.

L’età del mattone. Gli andamenti demografici sono i migliori previsori del tasso di investimento nel settore residenziale. Così almeno conclude la Banca di Francia una ricognizione pubbicata la settimana scorsa dove si esamina l’andamento dei tassi di investimento residenziali rispetto al Pil nella zona euro e si mette in correlazione con l’andamento demografico. Come si osserva nella zona considerata il tasso di investimenti residenziali, dall’esplodere della crisi, è stato regolarmente inferiore alla crescita del pil. E secondo gli studiosi la chiave per comprendere questo andamento è il ciclo demografico. Contrariamente a quanto si crede, scrivono, non è la variabile finanziaria a fare la differenza, quindi la disponibilità di credito o il livello dei tassi, ma l’età. In particolare un aumento dell’1% nel numero delle persone di età compresa fra i 20 e i 49 anni è correlato con un aumento dell’1% del tasso di investimento nel settore immobiliare.

Fonte: Banca di Francia

Con i nostri tassi di crescita della popolazione c’è poco da stare allegri. L’immobiliare in futuro rischia di rimanere stagnante a lungo.

I consigli del Maître: I cinesi stressati dal debito privato, gli Usa dal deficit pubblico


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

I cinesi stressati. Moody’s ha lanciato un ragionato allarme sullo stato del debito privato cinese, che potrebbe finire sotto pressione in caso di downturn del mercato immobiliare. L’allarme fa seguito ad altri già rilasciati dall’agenzia di rating. La novità è che lo stato dei conti monitorato risulta essere peggiore di prima. Secondo le stime degli analisti, infatti, circa il 25-30% dell’economia nazionale è collegato alla domanda finale espressa dal settore delle costruzioni che perciò si conferma essere come una delle principali fonti di rischio dell’economia del gigante asiatico. Uno degli indicatori scelti per mostrare lo stato di stress dei bilanci privati cinesi è il debito delle famiglie, anch’esso in gran parte collegato al settore immobiliare.

Come si può osservare dal grafico, nell’arco di un settennio la quota di debito sul pil del debito delle famiglie è più che raddoppiata, portandolo praticamente al livello delle famiglie italiane che sono note per essere quelle con la quota di debito privato più basso fra i paesi avanzati. Il fatto però è che la Cina è un paese emergente il paragone con i suoi pari mostra che la situazione cinese è ben al dilà del normale. Brasile, Russia, India, infatti, hanno un livello di debito privato delle famiglie all’incirca al livello in cui stano i cinesi nel 2010. E questo dice molto del boom cinese, sul mattone, tanto per cominciare. E sui rischi che porta con sé.

Gli Usa fra dieci anni. La Fed di S. Louis ha svolto una proiezione, sulla base dei trend attuali e i dati disponibili, sulla situazione del bilancio pubblico statunitense da qui al 2027.

Come si può osservare, gli economisti della Fed stimano una quota crescente di deficit e debito pubblico, motivato in larga parte dalla circostanza che le entrate previste sono stagnanti mentre le uscite sono in crescita. A far la parte del leone sono le spese connesse alla sicurezza sociale, che dovrebbe aumentare di oltre un punto di pil nel decennio (circa 160 miliardi) e quella sanitaria, prevista in crescita per circa 200 miliardi di dollari. Tutte spese in qualche modo collegate all’invecchiamento della popolazione. E’ interessante osservare che anche la spesa per gli interessi sul debito è in accelerazione. La Fed infatti la vede quasi raddoppiata dall’1,7% del pil di oggi al 2,4: l’aumento relativo maggiore, collegato stavolta come è evidente alla sostenuta crescita del debito pubblico. Quest’ultimo, relativamente alla quota detenuta dal pubblico arriverà a sfiorare l’89% del pil. Ma se consideriamo anche quello detenuto dalle istituzioni governative saremo abbondantemente sopra il 100%, mentre il deficit svetterà verso il 5% del pil. Per fortuna gli Usa non stanno nell’Ue.

La guerra della bistecca con la Cina. La guerra della bistecca è tornata agli onori della cronaca dopo che la settimana scorsa i giornali Usa avevano fatto trapelare che l’amministrazione Usa potrebbe metter dazio fino al 100% su alcuni prodotti europei come rappresaglia per il costante rifiuto dell’Ue di concedere l’ingresso della carne americana nei nostri mercati. L’oggetto della discordia è la circostanza che i produttori di carne Usa utilizzano gli ormoni nella loro tecnica di allevamento, cosa che agli europei piace poco. Sicché la ritorsione, vera o presunta che sia, si inquadra in questo scontro che dura da diversi anni e che ha pure condotto a una vertenza di fronte al Wto. Meno conosciuta, ma solo perché recente, è un’altra guerra delle bistecca che sta maturando sempre fra gli Usa, grandi produttori di carne, non solo bovina ma anche suina, e i cinesi e che i produttori Usa si sono premurati di ricordare al presidente Trump con una lettera speditagli lo scorso 27 marzo. Nel documento i produttori, ricordando l’imminente incontro fra Trump e il presidente cinese Xi previsto per domani, sottolineano che l’apertura del mercato cinese alla loro produzione è essenziale, cubando il mercato cinese circa 2,6 miliardi di dollari. I cinesi infatti l’anno scorso hanno alzato un divieto di importazione sulla carne bovina Usa, proprio come gli europei, per cui i cinesi sono rimasti a secco di bistecca, almeno di bistecca made in Usa. Difficilmente la bistecca di manzo bandita troverà spazio nei colloqui fra i due premier, ma di sicuro aggiungerà frizioni fra due paesi ognuno dei quali rimprovera all’altro i propri egoismi nazionali. E alla fine dovranno trovare un’intesa.

Il Brasile torna in pista? Da quando ha cambiato presidente con l’elezione di Michael Temer sembra che il sereno sia tornato sul cielo del Brasile, alle prese con una dura recessione. Gli analisti finanziari parlano di nuovo ottimismo, sottolineando come il programma di riforme annunciate abbia riportato a un livello più normale i CDS sul debito brasiliano, ossia la quotazione delle assicurazioni sui rischi di default sovrano.

Come si osserva, lo spread sui CDS è tornato ai livelli del 2015, la metà di un anno fa. E il governo ha potuto emettere obbligazioni decennali con un tasso del 6% che il mercato sembra avere gradito. Insomma, il superamento della crisi politica, che aveva condotto alla crisi presidenziale e alle accuse al presidente uscente di corruzione, unita al programma di riforme economiche e fiscali sembra aver giovato al credito del Paese, ma è ancora troppo presto per cantare vittoria. Basta ricordare che il Brasile rimane strettamente dipendente dal commercio con gli Usa, che sono uno dei suoi principali partner. E di questi tempi commerciare con gli Stati Uniti non è semplicissimo.

 

I consigli del Maître: Il secolo asiatico dell’Hi tec e i tassi ancora bassi della Fed


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il secolo asiatico dell’Hi tec. Ocse ha pubblicato un interessante studio per monitorare l’andamento del rilascio di brevetti a livello internazionale relativi all’ICT, ossia information and communication tecnologies, che mostra come nell’ultimo decennio ci sia stata un sostanziale trasferimento di leadership dall’Occidente all’Oriente.

Come si può osservare, tolti gli Stati Uniti, che mantengono il secondo posto nella classifica dei brevetti relativi all’ICT, l’Ue a 28 è stata surclassata dalla Corea del Sud e la Cina ha scalato diverse posizioni raddoppiando il numero di brevetti registrati e lasciandosi alle spalle il Regno Unito, la Francia e la Germania. Il secolo dell’Hi tec è decisamente asiatico. E sarebbe strano il contrario vista la fioritura di compagnie che producono semiconduttori alla quale si sta assistendo nell’estremo oriente, e in particolare in Cina e a Taiwan. L’Europa, in questa rivoluzione. Appare sempre più marginale.

L’inesorabile lentezza della demografia. Il World economic forum ha pubblicato una interessante rilevazione che serve a comprendere come i processi demografici, che stanno alla base dei processi economici, anche se pochi ci dedicano la dovuta attenzione, abbiano la sgradevole abitudine di procedere con estrema lentezza e altrettanta inesorabilità. Una volta che una tendenza si è innescata è molto difficile invertirla e, in ogni caso, ciò richiede molto tempo. La storia riguarda il declino della popolazione in età lavorativa negli Stati Uniti, problema comune a molte economie, che dal 2035, secondo le ultime stime, avrebbe culminato in un declino dei lavoratori disponibili se, nel contempo, non gli immigrati – si noti – ma i figli degli immigrati, quindi i nati negli Usa, non fossero entrati in età lavorativa.

La curva mostra con chiarezza che sono gli immigrati di seconda generazione che gioveranno all’economia americana, non i loro padri.

Perciò quando si parla di immigrazione come meccanismo di compensazione economico del declino demografico dobbiamo sempre ricordare che la demografia ha tempi molto lunghi, mentre l’economia ha come orizzonte l’anno solare e la politica quello elettorale. Le tre cose difficilmente trovano una composizione.

Casa dolce casa. Eurostat ha pubblicato i dati sulla percentuale di cittadini europei che vive in case di proprietà. La media è del 70%, con noi italiani poco al di sopra, e i tedeschi ultimi in classifica come poco più del 50%.

E’ interessante osservare che i paesi con maggiore percentuale di case di proprietà sono tutti paesi dell’ex orbita sovietica, che evidentemente hanno goduto di condizioni che hanno favorito il possesso della casa di abitazione che, giova ricordarlo, è un importante fattore di stabilità economica. Al tempo stesso però bisogna tenere conto di  altri fattori che possono spiegare questi numeri, a cominciare dal sistema fiscale, che può incentivare o meno la proprietà,  per finire  con l’età media della popolazione. Un popolazione più anziana è probabile abbia più case di proprietà rispetto a una più giovane. E il fatto che in Europa la meda sia del 70% dice molto sulla composizione della nostra popolazione.

Cara Fed. La Fed ha alzato nuovamente i tassi portandoli nell’intervallo 0,75-1 per cento e il mercato ha salutato con entusiasmo questa decisione, probabilmente perché la interpreta come il segno di una ritrovata salute per l’economia Usa. Quest’anno peraltro, sono in programma altri due rialzi e peraltro non è neanche detto che sarebbero sufficienti. La Fed di Atlanta ha svolto una simulazione che mostra come l’applicazione della Taylor Rule, una regola automatica per la determinazione dei tassi di sconto, richiederebbe tassi ben più elevati di quelli attuali per essere coerenti con una politica monetaria “normale”.

Tutto ciò lascia capire che gli spazi per ulteriore e più ampi rialzi ci sono. E questo non potrà che far piacere alle banche che sul margine di interesse lucrano una quota rilevante dei loro profitti. Un dato, calcolato dal Financial Times, servirà a farsi un’idea. L’ultimo rialzo dei tassi costerà a chi ha debiti sulle carte di credito almeno 1,6 miliardi di dollari in più di interessi, visto che in questo settore i rialzi dei tassi ufficiali si trasferiscono pressoché automaticamente. Il denaro cheap, quando diventa caro, può essere un grosso problema per chi ha debiti sulle spalle.