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I consigli del Maître: I successi di Netflix e del bacino Permiano


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’incredibile successo di Netflix. Un istituto di ricerca ha pubblicato alcuni dati che mostrano lo straordinario successo ottenuto da Netflix nei confronti dei competitori tradizionali, ossia le piattaforma di tv via cavo. Il confronto è riferito agli Usa, ma è sufficiente a dare un’idea dell’importanza del fenomeno.

Come si può osservare, non è tanto il fatto che Netflix abbia superato di più di due milioni il numero degli abbonati della cable tv, ma quanto la circostanza che ha più che raddoppiato i suoi abbinati nello spazio di appena un quinquennio, passando da 23 milioni a oltre 50. Ancora più interessante osservare che l’industria tradizionale ha perso solo circa quattro milioni di abbonati. Quindi non c’è stato un semplice travaso, ma la creazione di una nuova domanda. Lo dicevano i classici che l’offerta crea la propria domanda. E il caso di Netflix ne è una chiara dimostrazione. Sulle ragioni di questo successo si sprecano le analisi. La mia idea è che vince per semplicità, economicità e modernità. In una parola: è nativo digitale.

L’America Saudita, parte II. Qualche settimana fa avevamo parlato dell’incredibile aumento di produzione di petrolio che si sta registrando negli Stati Uniti grazie allo sviluppo dello Shale Oil che i recenti rialzi petroliferi, trasformatisi in recentissimi ribassi, hanno stimolato anche in ragione del robusto calo dei costi di produzione statunitensi. Lo shale, insomma, rimane competitivo anche ai livelli attuali, a differenza di molta produzione tradizionale. Un aggiornamento sulla produzione è arrivato dalla Fed di Dallas, che ha pubblicato di recente un approfondimento.

Come si può osservare a far la parte del leone è il bacino Permiano, centro della produzione di shale oil in Texas, che in pratica è più che raddoppiata dal 2010 e che ormai svetta verso i 2,5 milioni di barili al giorno. Solo nel mese di maggio il Permian Basin ha aumentato la produzione di altri 53.400 barili, portandosi a 2,34 milioni. Ma come si può osservare di recente si è rianimato anche l’Eagle Ford, una vasta area di produzione petrolifera di Shale che ha visto crescere la sua produzione per il quarto mese consecutivo (+33 mila barili al giorno) portandosi a 1,29 milioni complessivi. Sulle due aree ci sono circa 450 impianti di estrazione attivi. Interessante osservare come l’aumento di produzione abbia fatto schizzare in alto l’export.

Gli Usa hanno venduto all’estero 926 mila barili a maggio, in crescita rispetto ai 733 mila di aprile. Da quando gli Usa, a dicembre 2015, hanno rimosso il ban contro le esportazioni di greggio gli Usa sono diventati competitivi, anche se non sono certo l’Arabia Saudita. Non ancora almeno.

La ripresa del commercio Cinese. L’Istituto di studi economici della Banca di Finlandia che studia le economia emergenti ha pubblicato una interessante rappresentazione degli andamenti più recenti del commercio cinese, che nel 2017 sembra aver ripreso vigore dopo i risultati fiacchi degli ultimi due anni.

Come si può osservare da inizio anno c’è una decisa ripresa delle esportazioni dell’Ue verso la Cina, mentre sono leggermente diminuite quelle Usa. Se guardiamo al nostro commercio estero – di recente Istat ha pubblicato i dati relativi ad aprile, osserviamo che la Cina è in effetti per noi un partner molto interessante.

Infatti è il terzo per incremento dopo Russia e Giappone. In tal senso l’aumento della domanda cinese, che come vediamo dall’analisi si dirige in buona parte verso l’Ue, è per noi una ottima notizia. Sempre che riusciamo a intercettarla. E dovremmo fare del nostro meglio per riuscirci, viste le complessità con le quali dobbiamo fare i conti per gestire la nostra bilancia commerciale, dove la componente energetica continua significativamente a pesare.

Toglietemi tutto, ma non l’automobile. La settimana scorsa si è chiusa con alcuni dati del settore auto in Europa, cresciuto del 7,7% su base annua a maggio, con FCA addirittura a sovraperformare con l’11,9% . Il settore, insomma, sembra aver recuperato la salute, tanto che gli osservatori stimano che tornerà al livello pre crisi, quando – era il 2007 – il settore chiudeva l’anno con 15 milioni 574 mila vetture vendute. Il 2017 promette bene, siamo già a una crescita nei primi cinque mesi dell’anno del 5,3%. Ma a ben vedere, era prevedibile che il settore avrebbe ritrovato la sua dinamicità. E per capirlo non serve conoscere l’economia industriale, ma la semplice statistica. Eurostat ha diffuso i dati sul possesso di automobili in Europa.

Il Lussemburgo primeggia, con 661 auto per 1.000 abitanti. Noi italiani siamo terzi dopo Malta, con 610. Quindi se consideriamo il 61% di 60 milioni di persone, abbiamo un’idea di quante auto girino nel nostro paese. E perciò di quanti spazi di mercato ci siano per i venditori. E’ solo questione di tempo.

I consigli del Maître: Le armi europee e la guerra italiana alla disoccupazione


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il mestiere europeo delle armi. La Commissione Ue ha pubblicato la settimana scorsa un reflection paper sul futuro della difesa europea che fra le altre cose contiene un interessante paragone fra il livello di spesa militare dell’Ue e quello degli Stati Uniti, che è molto eloquente.

Queste grandi differenze, che sono la spia economica di una differenza assai più profonda, ossia il peso specifico sullo scacchiere internazionale, si replica anche all’interno dell’Ue a 28. La spesa militare, infatti, non è uguale in tutti i paesi, come ci mostra Eurostat.

Molti si sorprenderanno nello scoprire che la Grecia è il paese che ha la spesa militare più alta d’Europa, nonostante la sua condizione economica sia sicuramente la peggiore, mentre al contrario il Lussemburgo è quello che spende meno pure avendo una economia fra le migliori. Un’altra dimostrazione che la logica della spesa per le armi è tutt’altro che quella dell’economia.

 L’Outlook di Ocse. L’Ocse ha pubblicato il suo ultimo economic Outlook con le previsioni più aggiornate, che spiegano bene il titolo scelto per la pubblicazione: meglio ma non abbastanza. L’istituto parigino, infatti, vede un’economia che cresce ma lentamente.

Ma non c’è solo questo, ovviamente. L’outlook contiene anche diverse informazioni sul nostro paese, che viene tratteggiato per i suoi soliti annosi problemi: alto debito pubblico, rigidità strutturali, alta disoccupazione, eccetera. Ma fra i tanti stimoli di riflessione offerti da Ocse, vale la pena segnalarne uno, che è centrale perché riguarda il mercato del lavoro e quindi sostanzialmente il nostro benessere.

Come si può osservare dal grafico le perdite di impiego maggiore l’ha subita la classe dei lavoratori mediamente qualificati. Né i low skilled né gli high skilled, che bene o male nel ventennio considerato, ossia fra il 1995 e il 2015, sono cresciuti. Il crollo della classe media, che così tanti fiumi di inchiostro ha generato, è il crollo della professionalità media. Al mercato queste persone evidentemente non servono più.

Bitcoin vs Ethereum. Nei giorni scorsi ha fatto molto scalpore la notizia che bitcoin, la cripto valuta che viene distribuita in rete tramite la tecnologia della blockchain ha superato i 2.700 dollari di quotazione a fronte dei 6-700 di un anno fa. Meno osservato, ma egualmente clamoroso, il boom registrato da Ethereum, un’altra cripto valuta basata su una rete che non solo scambia moneta, ma anche obbligazioni nella forma di smart contract, ossia scambi di prestazioni fra i soggetti che vengono denominati in Ether, l’unità di conto di queste prestazioni che possono essere le più svariate. Ebbene, un Ether valeva appena 8,5 dollari meno di un anno fa e dall’inizio di quest’anno ha conosciuto una crescita di circa trenta volte: la settimana scorsa ha superato i 250 dollari. Gli esperti dicono che questa crescita è la prova che la domanda di blockchain, ossia di sistemi di distribuzione delle informazioni su rete criptata, è in costante crescita. Ma quando sento queste storie mi viene in mente quell’aneddoto sulla crisi del ’29, forse apocrifo ma credibile, che racconta di quel banchiere che decise di disfarsi delle sue azioni pochi giorni prima del crash perché aveva sentito il suo barbiere fare ragionamenti su ipotesi di vendite allo scoperto. Mi è accaduto un fatto simile proprio di recente. Mi ha chiamato una parente, che non ha nessuna conoscenza finanziaria, chiedendomi se poteva essere una buona scelta investire sulle cripto valute. Le ho suggerito di regalarsi una serata al casinò.

Le ultime sull’occupazione italiana. Pochi giorni fa Istat ha rilasciato gli ultimi dati sul mercato del lavoro 2017 nel primo trimestre del 2017. L’occupazione mostra una crescita sul trimestre precedente (+52 mila, 0,2%), dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+78 mila, +0,4%) – soprattutto a termine (+51 mila, 2,1%) – mentre tornano a calare gli indipendenti (-26 mila, -0,5%). Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti rispetto al trimestre precedente. I dati mensili più recenti (aprile 2017) mostrano, al netto della stagionalità, un consistente aumento degli occupati (+0,4% rispetto a marzo, corrispondente a +94 mila unità), che riguarda sia i dipendenti sia gli indipendenti.

 

Su base annua, invece, ci sono 326 mila occupati in più (+1,5%) che riguarda soltanto i dipendenti, in più di due terzi dei casi a termine, a fronte della diminuzione degli indipendenti. L’incremento, in termini assoluti, è più consistente per gli occupati a tempo pieno, e il tempo parziale aumenta esclusivamente nella componente volontaria. La crescita dell’occupazione interessa entrambi i generi e tutte le ripartizioni, coinvolgendo anche i 15-34enni oltre alle persone con 50 anni e più. Quanto ai primi il tasso di disoccupazione scende al 22,7%. Ma sono i secondi quelli che registrano il trend migliore come si può vedere dalla tabella.

Al contrario la classe 35-49enni ha perso occupazione. E trattandosi di una classe centrale questo non è esattamente un segnale positivo per i consumi. La grande avanzata degli ultracinquantenni è una probabile conseguenza dell’eliminazione delle pensioni di anzianità.

I consigli del Maître: Opportunità dalla Cina ed eccellenze italiane


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

I saldi declinanti e i debiti crescenti dei cinesi. L’attivo di conto corrente della bilancia dei pagamenti cinesi, che misura il saldo dei pagamenti verso l’estero e gli incassi dall’estero, diventa sempre più piccolo. Nel primo quarto del 2017 l’attivo si è ridotto a 19 miliardi di dollari, 45 miliardi in meno rispetto all’ultimo quarto del 2016. Su base annua il saldo è ammontato a 170 miliardi, pari all’1,5% del pil, un livello storicamente basso che riflette il calo dell’export cinese nel mondo e l’aumento della domanda cinese nel mondo, a cominciare dalla spesa per turismo. I cinesi sono diventati viaggiatori instancabili e in generale grandi utilizzatori di beni e servizi dall’estero. E questo rappresenta di sicuro una ottima opportunità per i paesi come il nostro che hanno una ricca e composita offerta turistica, a patto di sapere intercettare la nuova domanda. Per i cinesi invece ciò ha contribuito all’aumento del loro già notevole livello di indebitamento. La Bce, nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria ha osservato che oramai i debiti privati dei cinesi, imprese non finanziarie e famiglie, hanno superato il 200% del Pil,quando appena trenta anni fa erano un terzo.  Pochi giorni fa Moody’s ha declassato il rating cinese.

Notizia dal fronte del debito pubblico. Ocse ha pubblicato il suo outlook sull’andamento del debito sovrano, ossia il debito pubblico degli stati, relativo al 2017 con interessanti previsioni su quanto gli stati dovranno richiedere quest’anno e analisi su come ciò andrà a impattare non solo sul sistema finanziario globale, ma anche sui singoli stati. I dati generale mostrano una sostanziale stabilizzazione dei livelli di debito sovrano, dopo il picco di rialzi registrato fra il 2007 e il 2015, quando il debito pubblico globale sul pil schizzò dal 49,8 al 74,6% del pil. Si stima arriverà al 73% quest’anno, di sicuro favorito sia dal livello ancora basso dei tassi, ma che comunque rimane un livello storicamente elevato che nasconde profonde diversità fra i singoli paesi. Si calcola che circa 10 trilioni di debito pubblico siano remunerati a tassi negativi – sia dai processi di correzione che vari stati hanno messo in campo nel passato.

Quest’anno si aspetta che i fabbisogni di finanziamento per i roll over globali ammontino a 9,5 trilioni, simile a quanto fu necessario l’anno scorso. Ocse nota pure che fra il 2006 e il 2016 soo triplicate le emissioni di bond ultra lunghi, ossia di durata superiore a 50 anni, che evidentemente cercano di sfruttare la congiuntura dei tassi bassi il più possibile. Ma la verità, nuda e semplice, è che questo livello di debito sovrano dovremo tenercelo. A lungo.

Cosa da sapere sul nostro commercio extra Ue. L’Italia è un forte esportatore e dobbiamo sempre ricordarcelo. Il nostro commercio si rivolge in buona parte all’interno dell’Ue, ma una quota rilevante della nostra esportazioni va fuori dall’Europa, così come anche molte importazioni – si pensi ad esempio al petrolio – arrivano fuori dall’Ue. Perciò è sempre utile ricordare l’andamento di questi flussi commerciali. Ci aiuta a capire meglio anche la nostra diplomazia.

La tabella, estratta dall’ultima release Istat sul commercio extra Ue di aprile 2017 – i dati non sono stati buoni, come si può vedere – mostrano la grande importanza che hanno per noi i mercati euroasiatici, Russia e Cina in testa, sia sul versante dell’export che su quelli dell’import. Gli Stati Uniti, sono anch’essi un partner importantissimo, anche perché siamo eccedentari per una trentina di miliardi, ma buona parte dei nostri redditi da commercio arrivano dall’Asia. Le esportazioni nei confronti della Cina sono cresciute del 20% fra il primo trimestre 2016 e quello 2017, esattamente come quelle per la Russia, dalla quale peraltro importiamo molto, mentre dalla Cina le importazioni sono rimaste stagnanti. Ce n’è abbastanza per ricordare che abbiamo il cuore in America, e il portafogli in Asia.

L’Italia che mangia bene. Una delle eccellenze del nostro paese che non dovremo mai dimenticare è il nostro settore agroalimentare, che tutto il mondo ci invidia e imita, che però altro non è che la conseguenza non solo delle nostre risorse naturali e della dislocazione del nostro territorio, ma anche il frutto della nostra cultura della (buona) alimentazione che tramandiamo da secoli. Quanto al primo è utile ricordare l’ultima release sull’economia agricola rilasciata da Istat.

A fronte di questi dati, che mostrano luci e ombre – siamo sempre fra i primi tre paesi europei per produzione agricola – osserviamo un interessante rovescio della medaglia nei dati diffusi da Ocse sull’obesità nel mondo.

Il tasso di obesità italiano, il 9,8% è il più basso dei paesi Ocse dopo quello del Giappone e della Corea. La nostra tradizione alimentare e la nostra produzione agricola ci garantiscono uno stile di vita più sano. Al contrario gli Usa hanno un tasso di obesità del 38,2%. Mangiar bene e mangiare prodotti di qualità sono eccellenze gemelle che fanno bene alla salute e alla spesa sanitaria. Anche questo dobbiamo ricordarcelo.

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I consigli del Maître: Le ultime schiave e le pensioni d’argento


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Le ultime schiave. La settimana scorsa Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale che consente di osservare molte peculiarità del nostro paese, sia di tipo economico che sociale. La prima che abbiamo scelto riguarda le donne. Più volte abbiamo riportato delle osservazioni, le ultime erano di Ocse, circa la condizione delle donne italiane costrette a sobbarcarsi una straordinaria quantità di lavoro. Istat ha quantificato il lavoro delle cosiddette casalinghe, ossia le donne che lavorano in casa.

Parliamo di 50 ore a settimana di lavoro in casa, quindi ben al di sopra di un normale orario di lavoro, che non generano retribuzione né contribuzione. Si tratta di una moderna forma di schiavismo, che viene perpetrata giocando sul buon cuore di tantissime donne. Un comportamento indegno di un paese civile, che invece dovrebbe riconoscere a queste lavoratrici non soltanto un potere d’acquisto, ma anche una qualche forma di contribuzioni. E’ profondamente ingiusto che una donna che lavora così tanto debba pure chiedere i soldi per comprarsi qualsiasi cosa, come accadeva un secolo fa.

La meglio vecchiaia. Un’altra interessante ricognizione che caratterizza la nostra società, sempre contenuta nel rapporto annuale Istat, riguarda l’articolazione recente dei nostri gruppi sociali. Istat nel ha definiti nove.

Come si vede dal grafico, i gruppi numericamente più importante sono quello delle famiglie degli operai in pensione, che conta 10 milioni e mezzo di persone, e quello delle famiglie di impiegati che ne conta circa 12 milioni. I primi sono anziani  con età media di 72 anni con hanno una situazione reddituale inferiore alla media. Gli altri hanno età media di 46 anni e un reddito superiore alla media col quale, almeno la metà di loro, deve anche mantenere un figlio. La classe più interessante però è quella dei pensionati d’argento.

Si tratta di oltre 5 milioni di persone, con reddito elevato ed età media di 65 anni che hanno consumi culturali ampi e differenziati. Dalla meglio gioventù alla meglio vecchiaia.

The day after Jobs Act. Molti osservatori hanno sottolineato l’andamento decrescente dei contratti a tempo indeterminato dopo la fine degli incentivi del Jobs Act. I dati in effetti confermano in parte questa tendenza.

I numeri ci dicono che nel primo trimestre 2015 i contratti complessivi erano 334.879, divenuti 248.319 nel primo trimestre 2016 e poi 296.855 nel primo trimestre 2017, quindi in lieve ripresa. Ma se si guarda in profondità si osserva che la ripresa è guidata esclusivamente dai contratti a termine. Quelli a tempo indeterminato infatti sono crollati dai 220.765 dei primi mesi del 2015 a poco più di 17 mila. Evidentemente l’incentivo economico, una volta esaurito, ha esaurito anche la sua spinta. Forse il governo dovrebbe riflettere sul fatto che se il mercato premia i rapporti a termine ha più senso investire più che sugli sgravi fiscali per chi assume sul sostegno al reddito e alla formazione quando queste assunzioni terminano.

 I soldi (all’estero) degli italiani. Bankitalia ha rilasciato gli ultimi dati di bilancia dei pagamenti che fotografano una situazione estera in notevole miglioramento per gli italiani. Il nostro saldo di conto corrente, un indicatore che misura la somma algebrica fra le nostre uscite verso l’estero e i nostri incassi dall’estero segna un surplus di 42,4 miliardi, nei dodici mesi terminati a marzo 2017.

E’ interessante osservare che a concorrere al nostro saldo, molto migliorato rispetto a un anno fa, sia stata la voce dei redditi primari. In sostanza gli investimenti all’estero degli italiani, cresciuti notevolmente, hanno fruttato più di quanto abbiamo speso per ripagare gli interessi sugli investimenti dei non residenti in Italia, che peraltro sono molto diminuite. Un’inversione storica, di sicuro favorita anche dalle politiche monetarie della Bce. Interessante notare anche che nell’anno concluso a marzo 2017 i non residenti hanno venduto 84 miliardi di attività italiane. Dovremmo ricordarcelo quando parliamo di avventure politico-monetarie.

I consigli del Maître: Più bistecche per i cinesi, ma ancora poco welfare


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Una bistecca per i cinesi. Qualcuno si sarà sorpreso, leggendo le cronache dell’accordo raggiunto fra gli Usa e la Cina su alcune questioni commerciali, primo esito visibile dell’incontro fra Trump e il presidente cinese Xi, delle settimane scorse, il notevole spazio dedicato alla questione della carne Usa, che finalmente potrà varcare le frontiere cinesi. Ricorderete che del problema dei cinesi con la bistecca Usa avevamo già parlato agli inizi di aprile quando era trapelata una lettera mandata dai grandi produttori di carne Usa, al presidente, con un accorato appello a fare ogni sforzo per riuscire a penetrare il mercato cinese della carne. Nella lettera del 27 marzo scorso i produttori avevano chiesto a Trump di trovare il modo di rendere più permeabile il mercato cinese alla carne di manzo – nelle carne suina gli Usa sono già eccedentari nei confronti dei cinesi a causa della scarsa competitività degli allevamenti locali – che era rimasta esclusa a causa di un bando simile a quello europeo, che da diversi anni oppone gli Usa all’Ue e che di recente, lo ricorderete, è stato addotto a pretesto per il rialzo di alcuni dazi imposto dagli Usa ai prodotti europei, fra i quali la Vespa. Il mercato cinese della carne, secondo le stime contenute nella lettera dei produttori Usa, vale 2,6 miliardi di dollari, e non è soltanto la quantità a solleticare i produttori. E’ anche il fatto che dietro questa produzione c’è tutto un mondo molto strutturato – anche lobbisticamente – di produttori che ha radici antiche e grande potere di contratto. E si vede.

Lavoro offresi. L’Istat ha rilasciato il tasso di posti vacanti nel primo trimestre del 2017. L’indicatore, che si ottiene dividendo il numero dei posti vacanti per la somma di posti vacanti e posti occupati, serve ad avere una tendenza su come stia evolvendo l’offerta di lavoro da parte delle imprese. Un tasso di posti vacanti più elevato, infatti, si potrebbe interpretare come un segno di vitalità del mercato del lavoro, visto che i posti vacanti misurano le ricerche di personale che nell’ultimo giorno del trimestre considerato sono già iniziate e non ancora concluse. Si tratta di posti di lavoro retribuiti che siano nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato adatto al di fuori dell’impresa interessata e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo. Il tasso registrato a marzo 2017 è stato dello 0,8%, sostanzialmente uguale a quello dell’ultimo trimestre 2016, ma migliore di quello dei due trimestri precedenti.

In sostanza ci sono più posti di lavoro disponibili di quanti ce ne fossero un anno fa. Il problema è trovarli.

Welfare al lumicino per gli italiani con figli Eurostat ha pubblicato i dati della spesa sociale europea per benefit dedicati alla famiglia e ai bambini. Nel 2014, anno cui fanno riferimento i dati, l’Ue ha speso 330 miliardi per queste categorie, rappresentando l’8,9% della spesa per il welfare europeo, terzo classificato, ma ben distinto quanto a importanza, dopo la spesa per “Old age and survivors”, quindi sostanzialmente la previdenza, che vale il 45,9% e la spesa sanitaria, che pesa il 36,5%. A fronte di questo stanziamento globale, che non è certo esorbitante, considerando i tassi di natalità europei, esistono pure corpose differenze fra i singoli stati relativamente alla percentuale di spesa che dedicano a questa voce di bilancio.

Come si vede dal grafico, il Lussemburgo è in testa, con il 15,6% del suo budget sociale dedicato a famiglie e figli, mentre l’Olanda è fanalino di coda, dopo Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, quart’ultima. Ovviamente i differenti tassi di natalità e la quantità di bambini sul totale della popolazione influenza questo dato. I paesi che fanno pochi figli e quindi hanno pochi bambini, spende meno per loro. Ma come si capisce facilmente, è un circolo vizioso.

Se l’Asia inizia a spendere sul Welfare. Qualcuno ha detto che l’Europa, ma in generale i paesi avanzati, non si possono più permettere il welfare di trent’anni fa. Questa vulgata ha condotto a dolorosi tentativi di far rientrare la spesa sociale ce però non hanno raggiunto i risultati sperati. Nei paesi Ocse, complice anche l’invecchiamento della popolazione che trascina la spesa sociale con particolare gravosità, si spende comune di più (dato 2013-14) rispetto al 2000. Il costo medio oscilla fra il 21 e il 22% del pil.

Tolto il Giappone, che è un paese avanzato e guida la classifica (probabilmente anche perché ha una popolazione fra le più anziane al mondo) il resto dell’Asia è ancora molto indietro rispetto agli standard europei. La Cina, che pure ha raddoppiato la sua spesa negli ultimi anni portando da poco pià del 4 all’8% del Pil, è ancora ben lungi dall’offrire ai suoi concittadini una protezione sociale di tipo europeo o giapponese. Ciò ha un effetto anche sulle strategie di risparmio dei cittadini. I cinesi risparmiano molto per prepararsi alla vecchiaia, e quindi i consumi ne risentono, ritardando quel processo di riequilibrio della crescita cinese dagli investimenti al consumo interno, che da anni la politica sta perseguendo. Sarà pure vero che noi europei non ci possiamo più permettere il welfare di trent’anni fa. Ma i cinesi si. E forse gli conviene pure.

Dal 2012 The Walking Debt ha regalato oltre 1.000 articoli e diversi libri a tutti coloro che hanno avuto la cortesia di seguirci. Adesso stiamo lavorando al progetto Crusoe e vi chiediamo di continuare a seguirci partecipando alla sua crescita e al suo sviluppo. Sostenere Crusoe significa sostenere l’idea di informazione basata sul rapporto con le persone e senza pubblicità. Per sostenerci basta molto poco, e si può fare tanto. Tutte le informazioni le trovi qui.

I consigli del Maître: L’America Saudita e l’estinzione dell’Occidente


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

La Brexit e noi. La Commissione Europea ha presentato al Consiglio europeo lo schema per l’avvio delle procedure di negoziazione con il Regno Unito che, una volta approvato con maggioranza qualificata autorizzerà i negoziatori a sedersi attorno al tavolo dove si decideranno le modalità del divorzio fra l’Europa e l’UK. La prima riunione si terrà con tutta probabilità a giugno ed è previsto che le negoziazioni si concludano entro il 29 marzo 2019, salvo la possibilità di prorogare i negoziati altri due anni qualora ci sia unanimità dei paesi coinvolti. Ma che significa la Brexit per l’Italia? Ne ha discusso in Parlamento qualche tempo fa il vice direttore generale di Banca d’Italia Luigi Signorini. Il succo si può riepilogare grazie a questa tabella.

Come si vede i rapporti fra Italia e Uk ci sono ma non sono così rilevanti. Sul versante commerciale, che poi è quello sui cui si concentrano molti interessi, l’Italia ha un saldo commerciale attivo per lo 0,7% del Pil, quindi circa 10 miliardi, mentre sono più rilevante sul versante del conto finanziario, ma assai meno di Germania e Francia. Che quindi baderanno al sodo molto più di noi. Tanto per capire chi terrà il timone delle negoziazioni.

L’America Saudita. L’IEA ha pubblicato alcuni dati che fotografano la profonda crisi in cui si agita il settore petrolifero tradizionale, che ha tagliato drasticamente gli investimenti con la conseguenza che le esplorazioni sono crollati al livello di 70 anni fa e la produzione del 2016 di nuovo petrolio è stata di 2,4 miliardi di barile a fronte della media di nove degli ultimi quindici anni.

Fonte: IEA

A fronte di questa situazione, provocata dal ribasso dei corsi petroliferi che adesso sembra essere ripartito, ci sono i nuovi petrolieri dello shale oil che aumentano la produzione e gli investimenti. Per lo più dislocati negli Usa, questi imprenditori sono riusciti a contenere il costo di produzione a 40-45 dollari al barile, quindi hanno potuto far ripartire la produzione che secondo alcuni analisti ha contribuito al calo recente delle quotazioni. I vecchi petrolieri pompano ancora 69 milioni di barili al giorno, lo shale circa sei. E si prevede che arriverà a superare gli otto nel 2022. La strada per l’America Saudita è ancora lunga, ma è stata tracciata.

Meglio inattivi o disoccupati? A inizio del mese Istat ha rilasciato le stime su occupati e disoccupati nel nostro paese dalle quali si evince una diminuzione degli inattivi, ossia coloro che non risultavano né disoccupati né occupati, e un contestuale aumento della disoccupazione.

Significa in pratica che a fronte dell’aumentata disponibilità a partecipare al mercato del lavoro, quest’ultimo non è stato in grado di assorbire la nuova offerta, con la conclusione che i nuovi richiedenti sono finiti nelle liste di disoccupazione. Insomma, una buona notizia a metà. D’altronde il mercato sembra ancora poco capace di assorbire lavoro. I dati mostrano un calo di 70 mila unità fra i lavoratori indipendenti su base annua, e un aumento dei dipendenti, 41 mila permanenti e 22 mila a termine.

L’estinzione dell’Occidente. Eurostat la settimana scorsa ha celebrato la settimana della gioventù rilasciando alcune informazioni sui nostri giovani che è utile ricordare. La prima riguarda il numero degli under 20 nei vari paesi europei, che vede gli irlandesi in testa con circa il 28% della popolazione e i tedeschi fanalino di coda con circa il 18%. Noi siamo terz’ultimi.

La situazione demografica della Germania, infatti, è molto critica e di recente la Banca centrale tedesca ne ha parlato sul suo bollettino mensile, sottolineando che l’invecchiamento della popolazione rischia di far perdere 2,5 milioni di persone in età da lavoro al paese, con conseguenze esiziali per la produttività e la crescita. Ma è tutto l’Occidente che si è infilato nella trappola mortale della demografia avversa. Di recente il Canada ha celebrato un suo momento storico: gli ultra 65enni sono diventati di più degli under 15. Invertire un trend del genere è molto difficile.

Dal 2012 The Walking Debt ha regalato oltre 1.000 articoli e diversi libri a tutti coloro che hanno avuto la cortesia di seguirci. Adesso stiamo lavorando al progetto Crusoe e vi chiediamo di continuare a seguirci partecipando alla sua crescita e al suo sviluppo. Sostenere Crusoe significa sostenere l’idea di informazione basata sul rapporto con le persone e senza pubblicità. Per sostenerci basta molto poco, e si può fare tanto. Tutte le informazioni le trovi qui.

I consigli del Maître: La diseguaglianza cinese e la ricchezza europea


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Cinesi meno poveri, ma più diseguali. Il Fmi ha pubblicato la settimana scorsa il Fiscal monitor che contiene una interessante ricognizione sull’economia cinese che in qualche modo racconta la storia degli ultimi trent’anni.

In sostanza in Cina la politica fiscale non è riuscita a compensare la crescita della diseguaglianza che è stata notevole, malgrado 850 milioni di cinesi siano usciti dalla povertà e il reddito pro capite sia aumentato di quasi dieci volte in trent’anni.

I cinesi sono meno poveri ma più diseguali. Una sorte comune a tutto il mondo.

L’Europa mai così ricca (e povera). La Bce ha pubblicato i dati della bilancia dei pagamenti di febbraio da dove si evince che il surplus di conto corrente, ossia il saldo dei nostri scambi con l’estero di beni, servizi e rendite, è risultato positivo per oltre 37 miliardi di euro, un piccolo record per l’eurozona.

Nei dodici mesi terminati a febbraio 2017 il surplus è arrivato a 360 miliardi di euro, che valgono il 3,4% del Pil dell’eurozona. Un risultato notevole che conferma il buon momento che sta vivendo l’economia della zona euro e l’intera Europa. Una controprova è offerta dal calo dei tassi di povertà.

Ciò malgrado ci sono circa 39 milioni di europei che vivono condizioni economiche difficili, fra i quali primeggiano oltre 7 milioni di italiani e tre milioni di tedeschi. Forse se l’Europa investisse in casa propria i denari dei suoi attivi anziché prestarli all’estero questi poveri sarebbero meno poveri.

Come stanno le vittime della crisi immobiliare negli Usa? La Fed di Chicago ha svolto un’interessante ricognizione per monitorare lo stato di salute finanziario dei cittadini che sono finito sotto foreclosure, ossia a rischio di vendita coatta dell’abitazione da parte della banca che aveva concesso loro il mutuo, dopo che avevano cessato i pagamenti. L’analista della banca ha stimato che fra il 2007 e il 2010 ci siano stati circa 3,8 milioni di questi procedimenti. E’ interessante osservare che se prima della crisi le foreclosure riguardavano in gran parte i debitori subprime, dopo la crisi l’ondata di procedure coatte ha riguardato una stragrande maggioranza di debitori prime, ossia dotati di buone garanzie e potenzialmente molto solvibili, che evidentemente sono stati completamente spiazzati dalla crisi, forse in ragione dell’ammontare elevato dei prestiti contratti.

Dopo quasi sette anni da quegli anni, adesso la situazione sembra essersi normalizzata. Ma fino a un certo punto. Mentre i subprime sono tornati al credit score antecedenti all’aumento di insolvenza post crisi, circa il 15% dei debitori prime non hanno ancora recuperato il loro merito di credito. La fiducia dei creditori, una volta persa, è difficile recuperarla. Chi ne aveva poca riesce facilmente. Chi ne aveva tanta evidentemente no.

Le costruzioni in Europa. Eurostat ha rilasciato i dati sulla produzione nel settore delle costruzioni, ce come è noto ha un’importanza strategica in tutte le economie e nell’eurozona ancor di più, visto che ancora l’area euro non riesce a recuperare il livello pre-crisi malgrado una crescita della produzione superiore al 7% nell’anno terminato a febbraio 2017.

Come si può osservare dal grafico, mentre l’Ue a 28 ha raggiunto il livello 100 del 2010, comunque parecchio inferiore a quello pre crisi (circa 125), l’EZ rimane ancora qualche punto percentuale sotto, e ciò malgrado alcuni paesi importanti come la Germania abbiano registrato un notevole progresso nel settore (+11,6%), come anche la Francia (+9,3%). L’Italia, sempre su base annuale ha registrato un +1,6%. La strada è ancora molto lunga.