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I consigli del Maître: L’Ue gigante economico e nano politico e la “vecchia” scuola italiana


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Due-tre cose da sapere sull’Europa. Il capo economista dell’Esm, il cosiddetto fondo salvastati, ha parlato pochi giorni fa a una conferenza e nella sua presentazione erano contenute diverse informazioni sull’Europa che è utile ricordare. La prima è che l’Eurozona è diventata quasi creditore netto, come Cina e il Giappone.

La seconda è che l’euro è sempre più utilizzato nei pagamenti internazionali, quindi ad esempio per le merci, mentre il dollaro ha una maggioranza schiacciante nei prestiti e nel debito internazionale.

La terza è che l’Eurozona è un campione delle esportazioni. Malgrado rappresenti il 16% del pil globale, esporta il 25% del totale. La Cina viene seconda con il 15%, gli Usa stanno intorno al 10%.

Cosa ci dice tutto questo questo? Che l’Ue è una potenza economica in fieri. Ma il nostro peso politico è alquanto scarso.

La ricchezza della terza età americana e la povertà dei giovani. La Fed di S.Louis ha svolto una interessante ricognizione basandosi sui dati del Census statunitense che fotografano un aumento della ricchezza per le famiglie nel 2016. La ricchezza mediana è aumentata parecchio, portandosi a oltre 59 mila dollari l’anno. La mediana però nasconde profonde differenze, che diventano più visibili se osserviamo la distribuzione della ricchezza per classi di età. Cominciamo dalla povertà.

Come è accaduto anche in altri paesi, compreso il nostro, rispetto agli anni ’60, sono gli anziani oggi ad avere il tasso di povertà più basso. Erano il 35% della popolazione nel 1959, oggi sono sotto il 10%. I giovani invece oggi rappresentano la popolazione con la quota più alta di persone in povertà. Per analogia tale andamento si rispecchia nell’andamento della mediana della ricchezza.

E’ notevole il fatto che la ricchezza mediana degli under 40 sia la stessa dei 40-61enni e sia più bassa dell’indice 100 che fa riferimento al 1989. Al contrario gli ultra 62enni hanno un indice 150. Andamento simile si osserva se guardiamo al reddito.

Evidentemente l’economia che gli Usa hanno costruito ha favorito gli anziani più dei giovani. Ma forse è andata un po’ ovunque così, almeno nei paesi avanzati.

La “vecchia” scuola italiana. Una interessante ricognizione di Eurostat ci consente di scoprire un altro primato italiano, non so quanto invidiabile, quello del numero più elevato di insegnanti più attempati d’Europa nelle scuole primarie e secondarie.

Si potrebbe pensare che l’età degli insegnanti conti poco nella valutazione dell’efficienza del sistema scolastico e probabilmente è vero. Ma l’efficienza del nostro sistema scolastico è nota – Ocse ci è tornata di recente – adesso sappiamo pure che è parecchio attempato.

Ma quanto spendiamo per l’istruzione. Il problema è che, oltre ad essere attempato, il nostro sistema scolastico è anche alquanto sottocapitalizzato. Ocse ha fatto i conti di quanto investono i diversi paesi dell’area nell’istruzione, primaria, secondari e terziaria. Come si può osservare siamo alquanto bassi in classifica.

Peraltro, come si può osservare il grosso della spesa procapite italiana è per l’istruzione primaria e da lì in poi gli investimenti sono davvero poca cosa. Dovremmo stupirci se poi l’Ocse dice che abbiamo pochi laureati e per giunta in media poco competenti? No, non dovremmo.

 

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I consigli del Maître: Il successo “fantasma” dell’eurozona e le rendite reali degli italiani


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato. Gli interventi in radio riprenderanno a settembre e quindi anche i nostri consigli del Maître.

Il successo “fantasma” dell’Eurozona. Alcuni dati recenti pubblicati dalla Bce e da Eurostat sull’Eurozona ci comunicano informazioni moto interessanti sullo stato di salute dell’area, che si presenta decisamente in ottima forma. Il conto corrente della bilancia dei pagamenti, ossia il dare e l’avere degli scambi con il resto del mondo, mostra un surplus superiore al 3% del Pil, che vuol dire che l’area è creditrice del resto del mondo. Da un punto di vista fiscale, l’area ha un deficit sul pil dello 0,9%, peraltro in calo, nel primo trimestre 2017, e un debito pubblico, in leggero rialzo ma comune fermo all’89,5%.

In più la disoccupazione è in calo e la crescita è prevista buona e persino il mercato immobiliare è cresciuto del 4% nel primo quarto del 2017. E’ tutto molto interessante, come direbbe Rovazzi. Peccato che l’eurozona esista solo nella contabilità di Eurostat e della Bce. Nella realtà ci sono 19 paesi ognuno con una storia diversa. Spesso divergente.

Tornano i prestiti in Cina. La Bis ha pubblicato le ultime statistiche bancarie che mostrano una robusta ripresa dei prestiti bancari internazionali verso la Cina. Nel primo quarto del 2017 si è battuto il record degli ultimi tre anni, contrassegnati da diversi trimestri in calo.

In realtà i prestiti sono cresciuti verso tutti i paesi emergenti, ma la Cina, anche in ragione della sua stazza fa la parte del leone. I mercati sembrano aver recuperato la fiducia nei confronti di questi paesi. Speriamo che duri.

Le rendite degli italiani. Bankitalia ha pubblicato gli ultimi dati sulla bilancia dei pagamenti che mostrano una interessante evoluzione dei nostri conti esteri. I pratica i redditi primari, che misurano il saldo fra ciò che incassiamo dall’estero e quello che paghiamo all’estero per gli investimenti di capitale e gli investimenti diretti, sono diventati positivi e anzi aiutano a sostenere i nostri attivi di conto corrente.

Per l’Italia è quasi un fatto storico ed è una probabile conseguenza del QE della banca centrale che, da un parte ha abbassato il costo degli interessi che paghiamo all’estero, a cominciare da quelli sul nostro debito pubblico detenuto da investitori stranieri, e dall’altra ha spinto gli italiani a investire sempre più all’estero, aumentando quindi gli incassi che da lì provengono. Cosa succederà quando finirà il QE? Cominciamo a pensarci su.

Riapre la lotteria delle pensioni. Il ministro Poletti ha annunciato che domani, 27 luglio, riceverà i sindacati per discutere di pensioni. Di solito finisce sempre nello stesso modo: il governo apre il borsellino e concede ai presenti vantaggi ai danni dei futuri. Il tema più caldo, non a caso, è il blocco dell’innalzamento automatico dell’età pensionabile che, in attesa che Istat aggiorni le tabelle, dovrebbe essere innalzato a 67 anni. Prospettiva che ha generato una pletora di lamentazioni e l’irritazione dei sindacati, malgrado sia stato spiegato che l’innalzamento serve a garantire l’equilibrio del sistema pensionistico, seriamente messo a rischio dalla nostra demografia. L’ossessione delle pensioni, d’altronde, è una caratteristica tutta italiana. Non a caso siamo fra i paesi con meno persone al lavoro dopo il 65 anni come mostra questo grafico preso dall’istituto statistico tedesco.

Dovremmo sempre ricordare che le pensioni sono un costo per la collettività e che solo in parte sono coperte dai contributi, che comunque sono tasse. Ma a quanto pare preferiamo dimenticarlo.

 

I consigli del Maître: La previdenza Ue e le vacanze degli europei


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Diseguaglianza in crescita si o no? Un centro studi ha pubblicato una ricognizione sull’andamento della diseguaglianza negli ultimi 40 anni e ha accertato che a livello globale la diseguaglianza è senz’altro diminuita, mentre è cresciuta all’interno dei singoli paesi.

Difficile perciò dare un giudizio su questa evoluzione economica. A godere dei vantaggi dello sviluppo economico, e quindi dei processi di globalizzazione, sono stati principalmente i paesi emergenti, che hanno visto crescere il ceto medio e uscire dalla povertà ampie sacche di popolazioni, Al contrario, molti paesi, anche avanzati, hanno sofferto gli effetti della delocalizzazione, subendo perciò la concorrenza dei lavoratori a basso costo dei paesi emergenti, e si sono impoveriti a vantaggio degli strati più elevati della società. Questo andamento non è irreversibile, ma probabilmente sbaglierebbe chi pensasse che si possa tornare indietro. Si può solo andare avanti. E sperare di migliorare.

L’Unione previdenziale europea.

Si è a lungo parlato di Piani individuali di risparmio (Pir) gli strumenti introdotti con la legge di Bilancio 2017 allo scopo di canalizzare il risparmio delle famiglie verso investimenti produttivi di lungo termine. I risparmiatori, persone fisiche, che indirizzano le loro risorse verso strumenti finanziari di imprese industriali e commerciali italiane ed europee radicate nel territorio italiano, beneficeranno dell’esenzione dalle imposte dei proventi derivanti da tali investimenti. È però necessario mantenere l’investimento per almeno cinque anni. Assai meno noti, ma simili per vocazione sono i PEPP che però sono uno strumento europeo. La settimana scorsa a Bruxelles è stato presentato un progetto della Commissione Ue per creare uno strumento previdenziale unico, quindi valido e uguale in tutto il territorio europeo per consentire ai risparmiatori di investire sul cosiddetto terzo pilastro della previdenza, ossia quello che si aggiunge alla previdenza obbligatoria e a quella integrativa di secondo livello. L’iniziativa è stata salutata come una rivoluzione e non a torto. Uno strumento previdenziale comune, che implica anche una certa armonizzazione fiscale, è un ottimo cavallo di Troia per iniziare a parlare di fisco comune. d’altronde dopo l’unione monetaria e quella bancaria, passando per la nascente unione dei capitali, rimane solo il fisco. La cosa più difficile.

Chi usa l’euro a parte gli europei? La Bce ha rilasciato il suo rapporto annuale sull’uso internazionale dell’euro che conferma il saldo ruolo di seconda moneta mondiale dopo il dollaro.

Come si osserva l’uso della valuta europea è diversa a seconda di cosa si osservi. Come valuta di riserva, infatti, l’euro copre il 19,7% della domanda a fronte del 64% del dollaro, mentre l’euro si avvicina alla quota usa nel settore dei pagamenti internazionali, quindi ad esempio quelli che vengono fatti per il commercio estero. E’ interessante osservare che è cresciuto l’uso dell’euro per le emissioni obbligazionarie. Molti emittenti, anche negli Usa trovano conveniente emettere debito in euro perché le condizioni monetarie sono più accomodanti. In ogni caso l’euro ormai è una componente importante di tutti i portafogli internazionali. Difficile pensare possa sparire.

Vacanze: Mezzogiorno non pervenuto. Eurostat ha pubblicato nuovi dati sulle località turistiche e la spesa per vacanze degli europei. Quanto a questa è utile sapere che quasi l’85% degli europei spende i suoi soldi per le vacanze in Europa.

 

E di questi il 58% nel proprio paese. Quanto alle località più gettonate, ecco l’elenco.

Come si può osservare, le regioni italiane a maggiore afflusso turistico sono il Veneto, la Toscana, la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Lazio e la provincia di Bolzano. Il nostro Mezzogiorno è praticamente assente. E questo la dice lunga sulla nostra capacità di attrarre turismo.

I consigli del Maître: Il risparmio italiano e i telefilm di Facebook


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Chi è il primo produttore di petrolio? Anche questa settimana vale la pena dedicare qualche minuto all’andamento del mercato petrolifero, che negli ultimi giorni della settimana scorsa ha mostrato una certa tendenza al recupero, pure se rimanendo ben lontano dal livello  dei 50 dollari raggiunto alla fine dell’anno scorso. Gli analisti temono che la spinta propulsiva del taglio deciso da Opec sia terminata e abbia finito col prevalere quella che tende a deprimere il mercato, pure se l’offerta e la domanda dei prezzi sono abbastanza in equilibrio secondo le stime dell’IEA. Proprio l’Agenzia dell’energia, che ha diffuso un mese fa l’ultimo Oil market report, ci consente però di effettuare un’osservazione che ha dello storico.

Come si può osservare la produzione globale statunitense ha superato quella di Russia e Arabia Saudita, portandosi oltre i 12 milioni di barili al giorno, grazie soprattutto allo shale oil. Pensate che appena due siti in Texas producono più del Kuwait. Ebbene, questa situazione sta determinando una gran sommovimento nel mercato del petrolio. Cosa succederà se, come ha detto di recente anche Trump, l’America arriverà all’indipendenza energetica? Al momento gli Usa consumano poco più di 19 milioni di barili al giorno e ne producono oltre 12, esportandone pure circa un milione. Se i giacimenti shale continuano a pompare e l’amministrazione Usa partirà alla ricerca di nuovi giacimenti questo traguardo storico potrà essere raggiunto e nulla sarà più come prima.

Che fine ha fatto il risparmio delle famiglie italiane? La relazione annuale di Bankitalia contiene una tabella che ci consente di avere alcuni informazioni interessanti sull’andamento del nostro risparmio nazionale, che è la somma algebrica fra il risparmio del settore pubblico e quello del settore privato, suddiviso fra il risparmio delle famiglie e quello delle imprese.

Fonte: Bankitalia

La cosa che salta all’occhio è che l’Italia ha ancora un livello molto basso di investimenti rispetto alla media storica. Ma soprattutto si nota il notevole dimagrimento della quota di risparmio nazionale delle famiglie sul totale del reddito nazionale lordo disponibile. Nel decennio degli anni ’80, quando il settore pubblico provocava in media deficit per il 6,6 del reddito nazionale lordo disponibile, le famiglie risparmiavano uno quota pari al 20% di questa grandezza. Nel 2016 siamo appena al 5,7%. Che fine ha fatto il risparmio delle famiglie italiane? Facile: una parte l’hanno guadagnato le imprese, che hanno visto crescere il risparmio dall’8,8% medio degli anni ’80 a oltre il 13%. Un’altra parte è sparita perché lo stato ha ridotto i suoi deficit, divenuti ormai un attivo. Dal 2000, infatti, il settore pubblico ha avuto una quota positiva, pure se variabile, di percentuale di risparmio sul totale del reddito. Le famiglie risparmiavano tanto perché lo stato spendeva tanto. Oggi non più.

Vacanze al risparmio. L’Istituto tedesco di statistica ha confrontato il costo medio delle vacanze di alcuni paesi rispetto a quello tedesco, considerando quanto bisogna spendere per la base di ogni vacanza, ossia vitto e alloggio.

Come si vede dalla tabella, la destinazione più cara è la Danimarca, dove queste cose arrivano a costare il 50% in più rispetto al livello dei prezzi della Germania. Quella meno cara invece è la Bulgaria, dove si arriva a spendere fino al 56% in meno. Certo, gli importi non dicono nulla della qualità dei servizi offerti né tantomeno della bellezza dei territori. Però, al netto di tutto questo è interessante osservare che anche l’Italia risulta più cara della Germania, sempre in media. In ogni caso i prezzi spiegano molto del successo di una località. Eurostat ha classificato le destinazioni più gettonati dei turisti europei.

Come si può vedere in testa c’è la Spagna, che costa in media il 12% meno della Germania e quindi il 22 meno dell’Italia, che comunque arriva seconda, mentre in Bulgaria in pratica non va nessuno. Significherà pure qualcosa…

Anche Facebook vuole entrare nel business della tv. La Reuters, riportando un articolo del WSJ, ha scritto qualche giorno fa che Facebook starebbe discutendo con alcuni studi di Hollywood per produrre insieme show televisivi di qualità. Come sanno bene i lettori di Crusoe, la nostra newsletter di approfondimenti socioeconomici, questa tendenza sta letteralmente esplodendo fra i grandi provider di informazioni nati dalla rete. Secondo quanto riporta la Reuters, Facebook avrebbe come target i 13-14 enni, ossia la fascia della popolazione che più di altre solletica i desideri del padroni della rete, ma senza trascurare i 17-30enni, che sono quelli che possono (dovrebbero) spendere di più. In sostanza, il totale entertainment per l’adolescente infinito della nostra industria culturale. L’obiettivo è chiaro: farci stare su Facebook e commentare in diretta mentre magari si guarda un telefilm da 3 milioni a puntata, che poi è quanto Facebook sarebbe disposto a spendere per tenerci incollati davanti ai suoi prodotti. Rimane da chiedersi cosa ci guadagni. E cosa costa a noi.

I consigli del Maître: I padroni del debito europeo e i migliori mercati esteri per l’Italia


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Chi detiene il debito pubblico europeo? Eurostat ha pubblicato una interessante ricognizione sulla titolarità dei debiti pubblici dei paesi europei, accertando che per la metà degli stati membri Ue questo debito è detenuto da non residenti. L’Italia fa eccezione. Da noi oltre il 60% dei debiti è in mano a istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni, eccetera) e circa il 30% è all’estero. Tuttavia noi abbiamo una quota rilevante di debito pubblico, fra il 10 e il 15%, che ha scadenza inferiore all’anno e che quindi deve essere costantemente rinnovato. Parliamo di una cifra che, sul totale di 2.270 miliardi di euro, vale almeno 240-250 miliardi in media. Abbiamo poco debito all’estero, ma dobbiamo sempre sperare che lo rinnovino. Specie una volta che la Bce smetterà di comprarlo. A tal proposito è utile ricordare, come è riportato nell’ultimo bolletino della banca centrale, che fra marzo 2015 e marzo 2017, l’Eurosistema ha acquistato sul mercato secondario oltre mille miliardi di titoli pubblici. In cima ai venditori ci stanno proprio i non residenti, che ne hanno ceduto per oltre 490 miliardi, e poi le banche, per circa 280. E questo serve anche a capire le tendenze dei mercati finanziari.

 

I mercati esteri prioritari per l’Italia. La settimana scorsa è stato presentato a Milano l’ultimo rapporto annuale della Sace, la società pubblica che aiuta le imprese italiane nel loro processo di internazionalizzazione. Il rapporto contiene molte informazioni interessanti, e anche previsioni incoraggianti sul nostro commercio internazionale che si vede in progresso fino al 2020 a un tasso di circa il 4%. Almeno due cose vale la pena ricordarle qui. La prima è il contributo dei vari settori produttivi al successo del nostro export che, come viene ricordato nel rapporto, è l’unica componente macroeconomica positiva di questi anni e ha sostanzialmente tenuto in piedi l’Italia.

La seconda è l’osservazione su quali siano i mercati esteri sui quali dovremmo concentrare la nostra attenzione nei prossimi anni, sempre ricordando che non esauriscono le nostre relazioni commerciali.

Come si vede, i primi due sono gli Usa e la Cina. Mercati difficili, specie di questi tempi che il protezionismo è tornato di moda.

Dove abita il protezionismo. Si parla molto di tentazioni protezioniste e della straordinaria crescita delle restrizioni commerciali di vario genere che rendono il commercio sempre più complicato. Un dato, contenuto sempre nell’ultimo rapporto annuale Sace, fa riflettere: gli Usa dal 2008 hanno introdotto in media una restrizione commerciale ogni quattro giorni. Alcune si limitano a obbligare i produttori a utilizzare roduttori locali per parte della loro merce. Altri sono più stringenti. Ma certo non sono gli Usa il paese più protezionista. Una tabella prodotta dal Peterson Institute, un pensatoio che si occupa fra le altre cose di commercio internazionale, consente di osservare che in cima ai paesi che usano aggressivamente i dazi ci sta il Brasile, seguito dall’India e dalla Cina. Tutti paesi con i quali noi italiani siamo costretti a confrontarci per il nostro commercio internazionale. E questo non è certo un buon viatico.

 

L’Ue al top dell’export di motoveicoli, gli Usa al top dell’import. Eurostat ha prodotto un approfonfidmento che mostra come l’Ue sia il più grande esportatore di motoveicoli, dalle auto ai trattori, fino a comprendere parti e accessori, al mondo. Nel 2016 ha portato fuori dai suoi confini 192 miliardi di merci, seguita dal Giappone con 127 e gli Usa con 109. Questi ultimi però, oltre a godere del terzo posto per l’export, sono saldamente in cima nella classifica delle importazioni, con 254 miliardi totali. L’Ue vende agli Usa il 25% delle sue esportazioni, la Cina il 16%, seguita dalla Turchia con il 7% e poi dalla Svizzera, il 5% come anche il Giappone, col 5%. E’ interessante sapere che il 20 dell’import di motoveicoli che l’Ue importa arriva dalla Turchia, che evidentemente ospita stabilimenti esteri, e dal Giappone, con 19%, e il 14% dagli Usa. Eurostat ricorda che le esportazioni e le importazioni si riferiscono a dove si produce, non alla nazionalità di chi produce. In questo caso – e il caso turco lo prova – le statistiche sarebbe diverse.

I consigli del Maître: I successi di Netflix e del bacino Permiano


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’incredibile successo di Netflix. Un istituto di ricerca ha pubblicato alcuni dati che mostrano lo straordinario successo ottenuto da Netflix nei confronti dei competitori tradizionali, ossia le piattaforma di tv via cavo. Il confronto è riferito agli Usa, ma è sufficiente a dare un’idea dell’importanza del fenomeno.

Come si può osservare, non è tanto il fatto che Netflix abbia superato di più di due milioni il numero degli abbonati della cable tv, ma quanto la circostanza che ha più che raddoppiato i suoi abbinati nello spazio di appena un quinquennio, passando da 23 milioni a oltre 50. Ancora più interessante osservare che l’industria tradizionale ha perso solo circa quattro milioni di abbonati. Quindi non c’è stato un semplice travaso, ma la creazione di una nuova domanda. Lo dicevano i classici che l’offerta crea la propria domanda. E il caso di Netflix ne è una chiara dimostrazione. Sulle ragioni di questo successo si sprecano le analisi. La mia idea è che vince per semplicità, economicità e modernità. In una parola: è nativo digitale.

L’America Saudita, parte II. Qualche settimana fa avevamo parlato dell’incredibile aumento di produzione di petrolio che si sta registrando negli Stati Uniti grazie allo sviluppo dello Shale Oil che i recenti rialzi petroliferi, trasformatisi in recentissimi ribassi, hanno stimolato anche in ragione del robusto calo dei costi di produzione statunitensi. Lo shale, insomma, rimane competitivo anche ai livelli attuali, a differenza di molta produzione tradizionale. Un aggiornamento sulla produzione è arrivato dalla Fed di Dallas, che ha pubblicato di recente un approfondimento.

Come si può osservare a far la parte del leone è il bacino Permiano, centro della produzione di shale oil in Texas, che in pratica è più che raddoppiata dal 2010 e che ormai svetta verso i 2,5 milioni di barili al giorno. Solo nel mese di maggio il Permian Basin ha aumentato la produzione di altri 53.400 barili, portandosi a 2,34 milioni. Ma come si può osservare di recente si è rianimato anche l’Eagle Ford, una vasta area di produzione petrolifera di Shale che ha visto crescere la sua produzione per il quarto mese consecutivo (+33 mila barili al giorno) portandosi a 1,29 milioni complessivi. Sulle due aree ci sono circa 450 impianti di estrazione attivi. Interessante osservare come l’aumento di produzione abbia fatto schizzare in alto l’export.

Gli Usa hanno venduto all’estero 926 mila barili a maggio, in crescita rispetto ai 733 mila di aprile. Da quando gli Usa, a dicembre 2015, hanno rimosso il ban contro le esportazioni di greggio gli Usa sono diventati competitivi, anche se non sono certo l’Arabia Saudita. Non ancora almeno.

La ripresa del commercio Cinese. L’Istituto di studi economici della Banca di Finlandia che studia le economia emergenti ha pubblicato una interessante rappresentazione degli andamenti più recenti del commercio cinese, che nel 2017 sembra aver ripreso vigore dopo i risultati fiacchi degli ultimi due anni.

Come si può osservare da inizio anno c’è una decisa ripresa delle esportazioni dell’Ue verso la Cina, mentre sono leggermente diminuite quelle Usa. Se guardiamo al nostro commercio estero – di recente Istat ha pubblicato i dati relativi ad aprile, osserviamo che la Cina è in effetti per noi un partner molto interessante.

Infatti è il terzo per incremento dopo Russia e Giappone. In tal senso l’aumento della domanda cinese, che come vediamo dall’analisi si dirige in buona parte verso l’Ue, è per noi una ottima notizia. Sempre che riusciamo a intercettarla. E dovremmo fare del nostro meglio per riuscirci, viste le complessità con le quali dobbiamo fare i conti per gestire la nostra bilancia commerciale, dove la componente energetica continua significativamente a pesare.

Toglietemi tutto, ma non l’automobile. La settimana scorsa si è chiusa con alcuni dati del settore auto in Europa, cresciuto del 7,7% su base annua a maggio, con FCA addirittura a sovraperformare con l’11,9% . Il settore, insomma, sembra aver recuperato la salute, tanto che gli osservatori stimano che tornerà al livello pre crisi, quando – era il 2007 – il settore chiudeva l’anno con 15 milioni 574 mila vetture vendute. Il 2017 promette bene, siamo già a una crescita nei primi cinque mesi dell’anno del 5,3%. Ma a ben vedere, era prevedibile che il settore avrebbe ritrovato la sua dinamicità. E per capirlo non serve conoscere l’economia industriale, ma la semplice statistica. Eurostat ha diffuso i dati sul possesso di automobili in Europa.

Il Lussemburgo primeggia, con 661 auto per 1.000 abitanti. Noi italiani siamo terzi dopo Malta, con 610. Quindi se consideriamo il 61% di 60 milioni di persone, abbiamo un’idea di quante auto girino nel nostro paese. E perciò di quanti spazi di mercato ci siano per i venditori. E’ solo questione di tempo.

I consigli del Maître: Le armi europee e la guerra italiana alla disoccupazione


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il mestiere europeo delle armi. La Commissione Ue ha pubblicato la settimana scorsa un reflection paper sul futuro della difesa europea che fra le altre cose contiene un interessante paragone fra il livello di spesa militare dell’Ue e quello degli Stati Uniti, che è molto eloquente.

Queste grandi differenze, che sono la spia economica di una differenza assai più profonda, ossia il peso specifico sullo scacchiere internazionale, si replica anche all’interno dell’Ue a 28. La spesa militare, infatti, non è uguale in tutti i paesi, come ci mostra Eurostat.

Molti si sorprenderanno nello scoprire che la Grecia è il paese che ha la spesa militare più alta d’Europa, nonostante la sua condizione economica sia sicuramente la peggiore, mentre al contrario il Lussemburgo è quello che spende meno pure avendo una economia fra le migliori. Un’altra dimostrazione che la logica della spesa per le armi è tutt’altro che quella dell’economia.

 L’Outlook di Ocse. L’Ocse ha pubblicato il suo ultimo economic Outlook con le previsioni più aggiornate, che spiegano bene il titolo scelto per la pubblicazione: meglio ma non abbastanza. L’istituto parigino, infatti, vede un’economia che cresce ma lentamente.

Ma non c’è solo questo, ovviamente. L’outlook contiene anche diverse informazioni sul nostro paese, che viene tratteggiato per i suoi soliti annosi problemi: alto debito pubblico, rigidità strutturali, alta disoccupazione, eccetera. Ma fra i tanti stimoli di riflessione offerti da Ocse, vale la pena segnalarne uno, che è centrale perché riguarda il mercato del lavoro e quindi sostanzialmente il nostro benessere.

Come si può osservare dal grafico le perdite di impiego maggiore l’ha subita la classe dei lavoratori mediamente qualificati. Né i low skilled né gli high skilled, che bene o male nel ventennio considerato, ossia fra il 1995 e il 2015, sono cresciuti. Il crollo della classe media, che così tanti fiumi di inchiostro ha generato, è il crollo della professionalità media. Al mercato queste persone evidentemente non servono più.

Bitcoin vs Ethereum. Nei giorni scorsi ha fatto molto scalpore la notizia che bitcoin, la cripto valuta che viene distribuita in rete tramite la tecnologia della blockchain ha superato i 2.700 dollari di quotazione a fronte dei 6-700 di un anno fa. Meno osservato, ma egualmente clamoroso, il boom registrato da Ethereum, un’altra cripto valuta basata su una rete che non solo scambia moneta, ma anche obbligazioni nella forma di smart contract, ossia scambi di prestazioni fra i soggetti che vengono denominati in Ether, l’unità di conto di queste prestazioni che possono essere le più svariate. Ebbene, un Ether valeva appena 8,5 dollari meno di un anno fa e dall’inizio di quest’anno ha conosciuto una crescita di circa trenta volte: la settimana scorsa ha superato i 250 dollari. Gli esperti dicono che questa crescita è la prova che la domanda di blockchain, ossia di sistemi di distribuzione delle informazioni su rete criptata, è in costante crescita. Ma quando sento queste storie mi viene in mente quell’aneddoto sulla crisi del ’29, forse apocrifo ma credibile, che racconta di quel banchiere che decise di disfarsi delle sue azioni pochi giorni prima del crash perché aveva sentito il suo barbiere fare ragionamenti su ipotesi di vendite allo scoperto. Mi è accaduto un fatto simile proprio di recente. Mi ha chiamato una parente, che non ha nessuna conoscenza finanziaria, chiedendomi se poteva essere una buona scelta investire sulle cripto valute. Le ho suggerito di regalarsi una serata al casinò.

Le ultime sull’occupazione italiana. Pochi giorni fa Istat ha rilasciato gli ultimi dati sul mercato del lavoro 2017 nel primo trimestre del 2017. L’occupazione mostra una crescita sul trimestre precedente (+52 mila, 0,2%), dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+78 mila, +0,4%) – soprattutto a termine (+51 mila, 2,1%) – mentre tornano a calare gli indipendenti (-26 mila, -0,5%). Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti rispetto al trimestre precedente. I dati mensili più recenti (aprile 2017) mostrano, al netto della stagionalità, un consistente aumento degli occupati (+0,4% rispetto a marzo, corrispondente a +94 mila unità), che riguarda sia i dipendenti sia gli indipendenti.

 

Su base annua, invece, ci sono 326 mila occupati in più (+1,5%) che riguarda soltanto i dipendenti, in più di due terzi dei casi a termine, a fronte della diminuzione degli indipendenti. L’incremento, in termini assoluti, è più consistente per gli occupati a tempo pieno, e il tempo parziale aumenta esclusivamente nella componente volontaria. La crescita dell’occupazione interessa entrambi i generi e tutte le ripartizioni, coinvolgendo anche i 15-34enni oltre alle persone con 50 anni e più. Quanto ai primi il tasso di disoccupazione scende al 22,7%. Ma sono i secondi quelli che registrano il trend migliore come si può vedere dalla tabella.

Al contrario la classe 35-49enni ha perso occupazione. E trattandosi di una classe centrale questo non è esattamente un segnale positivo per i consumi. La grande avanzata degli ultracinquantenni è una probabile conseguenza dell’eliminazione delle pensioni di anzianità.

I consigli del Maître: Opportunità dalla Cina ed eccellenze italiane


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

I saldi declinanti e i debiti crescenti dei cinesi. L’attivo di conto corrente della bilancia dei pagamenti cinesi, che misura il saldo dei pagamenti verso l’estero e gli incassi dall’estero, diventa sempre più piccolo. Nel primo quarto del 2017 l’attivo si è ridotto a 19 miliardi di dollari, 45 miliardi in meno rispetto all’ultimo quarto del 2016. Su base annua il saldo è ammontato a 170 miliardi, pari all’1,5% del pil, un livello storicamente basso che riflette il calo dell’export cinese nel mondo e l’aumento della domanda cinese nel mondo, a cominciare dalla spesa per turismo. I cinesi sono diventati viaggiatori instancabili e in generale grandi utilizzatori di beni e servizi dall’estero. E questo rappresenta di sicuro una ottima opportunità per i paesi come il nostro che hanno una ricca e composita offerta turistica, a patto di sapere intercettare la nuova domanda. Per i cinesi invece ciò ha contribuito all’aumento del loro già notevole livello di indebitamento. La Bce, nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria ha osservato che oramai i debiti privati dei cinesi, imprese non finanziarie e famiglie, hanno superato il 200% del Pil,quando appena trenta anni fa erano un terzo.  Pochi giorni fa Moody’s ha declassato il rating cinese.

Notizia dal fronte del debito pubblico. Ocse ha pubblicato il suo outlook sull’andamento del debito sovrano, ossia il debito pubblico degli stati, relativo al 2017 con interessanti previsioni su quanto gli stati dovranno richiedere quest’anno e analisi su come ciò andrà a impattare non solo sul sistema finanziario globale, ma anche sui singoli stati. I dati generale mostrano una sostanziale stabilizzazione dei livelli di debito sovrano, dopo il picco di rialzi registrato fra il 2007 e il 2015, quando il debito pubblico globale sul pil schizzò dal 49,8 al 74,6% del pil. Si stima arriverà al 73% quest’anno, di sicuro favorito sia dal livello ancora basso dei tassi, ma che comunque rimane un livello storicamente elevato che nasconde profonde diversità fra i singoli paesi. Si calcola che circa 10 trilioni di debito pubblico siano remunerati a tassi negativi – sia dai processi di correzione che vari stati hanno messo in campo nel passato.

Quest’anno si aspetta che i fabbisogni di finanziamento per i roll over globali ammontino a 9,5 trilioni, simile a quanto fu necessario l’anno scorso. Ocse nota pure che fra il 2006 e il 2016 soo triplicate le emissioni di bond ultra lunghi, ossia di durata superiore a 50 anni, che evidentemente cercano di sfruttare la congiuntura dei tassi bassi il più possibile. Ma la verità, nuda e semplice, è che questo livello di debito sovrano dovremo tenercelo. A lungo.

Cosa da sapere sul nostro commercio extra Ue. L’Italia è un forte esportatore e dobbiamo sempre ricordarcelo. Il nostro commercio si rivolge in buona parte all’interno dell’Ue, ma una quota rilevante della nostra esportazioni va fuori dall’Europa, così come anche molte importazioni – si pensi ad esempio al petrolio – arrivano fuori dall’Ue. Perciò è sempre utile ricordare l’andamento di questi flussi commerciali. Ci aiuta a capire meglio anche la nostra diplomazia.

La tabella, estratta dall’ultima release Istat sul commercio extra Ue di aprile 2017 – i dati non sono stati buoni, come si può vedere – mostrano la grande importanza che hanno per noi i mercati euroasiatici, Russia e Cina in testa, sia sul versante dell’export che su quelli dell’import. Gli Stati Uniti, sono anch’essi un partner importantissimo, anche perché siamo eccedentari per una trentina di miliardi, ma buona parte dei nostri redditi da commercio arrivano dall’Asia. Le esportazioni nei confronti della Cina sono cresciute del 20% fra il primo trimestre 2016 e quello 2017, esattamente come quelle per la Russia, dalla quale peraltro importiamo molto, mentre dalla Cina le importazioni sono rimaste stagnanti. Ce n’è abbastanza per ricordare che abbiamo il cuore in America, e il portafogli in Asia.

L’Italia che mangia bene. Una delle eccellenze del nostro paese che non dovremo mai dimenticare è il nostro settore agroalimentare, che tutto il mondo ci invidia e imita, che però altro non è che la conseguenza non solo delle nostre risorse naturali e della dislocazione del nostro territorio, ma anche il frutto della nostra cultura della (buona) alimentazione che tramandiamo da secoli. Quanto al primo è utile ricordare l’ultima release sull’economia agricola rilasciata da Istat.

A fronte di questi dati, che mostrano luci e ombre – siamo sempre fra i primi tre paesi europei per produzione agricola – osserviamo un interessante rovescio della medaglia nei dati diffusi da Ocse sull’obesità nel mondo.

Il tasso di obesità italiano, il 9,8% è il più basso dei paesi Ocse dopo quello del Giappone e della Corea. La nostra tradizione alimentare e la nostra produzione agricola ci garantiscono uno stile di vita più sano. Al contrario gli Usa hanno un tasso di obesità del 38,2%. Mangiar bene e mangiare prodotti di qualità sono eccellenze gemelle che fanno bene alla salute e alla spesa sanitaria. Anche questo dobbiamo ricordarcelo.

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I consigli del Maître: Le ultime schiave e le pensioni d’argento


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Le ultime schiave. La settimana scorsa Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale che consente di osservare molte peculiarità del nostro paese, sia di tipo economico che sociale. La prima che abbiamo scelto riguarda le donne. Più volte abbiamo riportato delle osservazioni, le ultime erano di Ocse, circa la condizione delle donne italiane costrette a sobbarcarsi una straordinaria quantità di lavoro. Istat ha quantificato il lavoro delle cosiddette casalinghe, ossia le donne che lavorano in casa.

Parliamo di 50 ore a settimana di lavoro in casa, quindi ben al di sopra di un normale orario di lavoro, che non generano retribuzione né contribuzione. Si tratta di una moderna forma di schiavismo, che viene perpetrata giocando sul buon cuore di tantissime donne. Un comportamento indegno di un paese civile, che invece dovrebbe riconoscere a queste lavoratrici non soltanto un potere d’acquisto, ma anche una qualche forma di contribuzioni. E’ profondamente ingiusto che una donna che lavora così tanto debba pure chiedere i soldi per comprarsi qualsiasi cosa, come accadeva un secolo fa.

La meglio vecchiaia. Un’altra interessante ricognizione che caratterizza la nostra società, sempre contenuta nel rapporto annuale Istat, riguarda l’articolazione recente dei nostri gruppi sociali. Istat nel ha definiti nove.

Come si vede dal grafico, i gruppi numericamente più importante sono quello delle famiglie degli operai in pensione, che conta 10 milioni e mezzo di persone, e quello delle famiglie di impiegati che ne conta circa 12 milioni. I primi sono anziani  con età media di 72 anni con hanno una situazione reddituale inferiore alla media. Gli altri hanno età media di 46 anni e un reddito superiore alla media col quale, almeno la metà di loro, deve anche mantenere un figlio. La classe più interessante però è quella dei pensionati d’argento.

Si tratta di oltre 5 milioni di persone, con reddito elevato ed età media di 65 anni che hanno consumi culturali ampi e differenziati. Dalla meglio gioventù alla meglio vecchiaia.

The day after Jobs Act. Molti osservatori hanno sottolineato l’andamento decrescente dei contratti a tempo indeterminato dopo la fine degli incentivi del Jobs Act. I dati in effetti confermano in parte questa tendenza.

I numeri ci dicono che nel primo trimestre 2015 i contratti complessivi erano 334.879, divenuti 248.319 nel primo trimestre 2016 e poi 296.855 nel primo trimestre 2017, quindi in lieve ripresa. Ma se si guarda in profondità si osserva che la ripresa è guidata esclusivamente dai contratti a termine. Quelli a tempo indeterminato infatti sono crollati dai 220.765 dei primi mesi del 2015 a poco più di 17 mila. Evidentemente l’incentivo economico, una volta esaurito, ha esaurito anche la sua spinta. Forse il governo dovrebbe riflettere sul fatto che se il mercato premia i rapporti a termine ha più senso investire più che sugli sgravi fiscali per chi assume sul sostegno al reddito e alla formazione quando queste assunzioni terminano.

 I soldi (all’estero) degli italiani. Bankitalia ha rilasciato gli ultimi dati di bilancia dei pagamenti che fotografano una situazione estera in notevole miglioramento per gli italiani. Il nostro saldo di conto corrente, un indicatore che misura la somma algebrica fra le nostre uscite verso l’estero e i nostri incassi dall’estero segna un surplus di 42,4 miliardi, nei dodici mesi terminati a marzo 2017.

E’ interessante osservare che a concorrere al nostro saldo, molto migliorato rispetto a un anno fa, sia stata la voce dei redditi primari. In sostanza gli investimenti all’estero degli italiani, cresciuti notevolmente, hanno fruttato più di quanto abbiamo speso per ripagare gli interessi sugli investimenti dei non residenti in Italia, che peraltro sono molto diminuite. Un’inversione storica, di sicuro favorita anche dalle politiche monetarie della Bce. Interessante notare anche che nell’anno concluso a marzo 2017 i non residenti hanno venduto 84 miliardi di attività italiane. Dovremmo ricordarcelo quando parliamo di avventure politico-monetarie.

I consigli del Maître: Più bistecche per i cinesi, ma ancora poco welfare


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Una bistecca per i cinesi. Qualcuno si sarà sorpreso, leggendo le cronache dell’accordo raggiunto fra gli Usa e la Cina su alcune questioni commerciali, primo esito visibile dell’incontro fra Trump e il presidente cinese Xi, delle settimane scorse, il notevole spazio dedicato alla questione della carne Usa, che finalmente potrà varcare le frontiere cinesi. Ricorderete che del problema dei cinesi con la bistecca Usa avevamo già parlato agli inizi di aprile quando era trapelata una lettera mandata dai grandi produttori di carne Usa, al presidente, con un accorato appello a fare ogni sforzo per riuscire a penetrare il mercato cinese della carne. Nella lettera del 27 marzo scorso i produttori avevano chiesto a Trump di trovare il modo di rendere più permeabile il mercato cinese alla carne di manzo – nelle carne suina gli Usa sono già eccedentari nei confronti dei cinesi a causa della scarsa competitività degli allevamenti locali – che era rimasta esclusa a causa di un bando simile a quello europeo, che da diversi anni oppone gli Usa all’Ue e che di recente, lo ricorderete, è stato addotto a pretesto per il rialzo di alcuni dazi imposto dagli Usa ai prodotti europei, fra i quali la Vespa. Il mercato cinese della carne, secondo le stime contenute nella lettera dei produttori Usa, vale 2,6 miliardi di dollari, e non è soltanto la quantità a solleticare i produttori. E’ anche il fatto che dietro questa produzione c’è tutto un mondo molto strutturato – anche lobbisticamente – di produttori che ha radici antiche e grande potere di contratto. E si vede.

Lavoro offresi. L’Istat ha rilasciato il tasso di posti vacanti nel primo trimestre del 2017. L’indicatore, che si ottiene dividendo il numero dei posti vacanti per la somma di posti vacanti e posti occupati, serve ad avere una tendenza su come stia evolvendo l’offerta di lavoro da parte delle imprese. Un tasso di posti vacanti più elevato, infatti, si potrebbe interpretare come un segno di vitalità del mercato del lavoro, visto che i posti vacanti misurano le ricerche di personale che nell’ultimo giorno del trimestre considerato sono già iniziate e non ancora concluse. Si tratta di posti di lavoro retribuiti che siano nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato adatto al di fuori dell’impresa interessata e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo. Il tasso registrato a marzo 2017 è stato dello 0,8%, sostanzialmente uguale a quello dell’ultimo trimestre 2016, ma migliore di quello dei due trimestri precedenti.

In sostanza ci sono più posti di lavoro disponibili di quanti ce ne fossero un anno fa. Il problema è trovarli.

Welfare al lumicino per gli italiani con figli Eurostat ha pubblicato i dati della spesa sociale europea per benefit dedicati alla famiglia e ai bambini. Nel 2014, anno cui fanno riferimento i dati, l’Ue ha speso 330 miliardi per queste categorie, rappresentando l’8,9% della spesa per il welfare europeo, terzo classificato, ma ben distinto quanto a importanza, dopo la spesa per “Old age and survivors”, quindi sostanzialmente la previdenza, che vale il 45,9% e la spesa sanitaria, che pesa il 36,5%. A fronte di questo stanziamento globale, che non è certo esorbitante, considerando i tassi di natalità europei, esistono pure corpose differenze fra i singoli stati relativamente alla percentuale di spesa che dedicano a questa voce di bilancio.

Come si vede dal grafico, il Lussemburgo è in testa, con il 15,6% del suo budget sociale dedicato a famiglie e figli, mentre l’Olanda è fanalino di coda, dopo Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, quart’ultima. Ovviamente i differenti tassi di natalità e la quantità di bambini sul totale della popolazione influenza questo dato. I paesi che fanno pochi figli e quindi hanno pochi bambini, spende meno per loro. Ma come si capisce facilmente, è un circolo vizioso.

Se l’Asia inizia a spendere sul Welfare. Qualcuno ha detto che l’Europa, ma in generale i paesi avanzati, non si possono più permettere il welfare di trent’anni fa. Questa vulgata ha condotto a dolorosi tentativi di far rientrare la spesa sociale ce però non hanno raggiunto i risultati sperati. Nei paesi Ocse, complice anche l’invecchiamento della popolazione che trascina la spesa sociale con particolare gravosità, si spende comune di più (dato 2013-14) rispetto al 2000. Il costo medio oscilla fra il 21 e il 22% del pil.

Tolto il Giappone, che è un paese avanzato e guida la classifica (probabilmente anche perché ha una popolazione fra le più anziane al mondo) il resto dell’Asia è ancora molto indietro rispetto agli standard europei. La Cina, che pure ha raddoppiato la sua spesa negli ultimi anni portando da poco pià del 4 all’8% del Pil, è ancora ben lungi dall’offrire ai suoi concittadini una protezione sociale di tipo europeo o giapponese. Ciò ha un effetto anche sulle strategie di risparmio dei cittadini. I cinesi risparmiano molto per prepararsi alla vecchiaia, e quindi i consumi ne risentono, ritardando quel processo di riequilibrio della crescita cinese dagli investimenti al consumo interno, che da anni la politica sta perseguendo. Sarà pure vero che noi europei non ci possiamo più permettere il welfare di trent’anni fa. Ma i cinesi si. E forse gli conviene pure.

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