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I consigli del Maître: I dazi di Trump e il futuro del petrolio iraniano


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il boom dei dividendi americani. Una interessante rilevazione costruita sui dati Fed consente di osservare l’andamento dei dividendi delle aziende americane nel corso dell’ultimo secolo dal quale si evince che dopo una fase di relativa stagnazione durata dal secondo dopoguerra fino ai primi anni ’80 è arrivato quasi al livello della fine degli anni ’20, quando i dividendi pesavano quasi il 6% del pil Usa.

Questo andamento, che mostra come oggi il capitale paghi molto bene, a differenza del lavoro (la labor share declina da quarant’anni) ha consentito alla Corporation Usa di erogare dividendi per 990 miliardi nel 2017 ai suoi tanti azionisti.

Quanto pesano i dazi di Trump sul commercio. Molti osservatori guardano con preoccupazione ai rischi che le tensioni commerciali possono provocare alla ripresa economica. Anche la Bce nel suo ultimo bollettino ha ospitato un’analisi che mostra come il clima del commercio internazionale continui a peggiorare.

Ma prima di fasciarsi la testa è bene provare a capire, sulla base dei dati, quanto pesino le attuali decisioni usa di daziare acciaio e alluminio sul totale del commercio internazionale e quanto pesino le decisioni cinesi adottate in risposta a quelle americane.

Come si può osservare, il peso specifico è ridotto. Almeno da un punto di vista numerico. Rimane il problema di fondo, che è squisitamente politico. Ossia la circostanza che tutto ciò possa determinare un’escalation. La fiducia è un’entità sottile, come l’aria. Ti accorgi quando manca solo quando non c’è più.

I creditori e i debitori dell’EZ. L’ultimi bollettino della Bce ci consente anche di avere la situazione aggiornata della posizione estera dell’EZ, che continua a migliorare grazie al buon andamento del conto corrente e del conto finanziario. La posizione netta degli investimenti dell’area, che misura il saldo fra il valore degli investimenti dei paesi dell’EZ fuori dall’area e quella dei paesi extra EZ nell’area ha raggiunto il minimo, segnando un deficit di appena l’1,3% del pil dell’EZ. Ma più interessante osservare chi siano i creditori e i debitori dell’area, ossia chi ha investito titoli di portafoglio sui titoli dell’EZ e dove l’EZ investa i suoi.

A partire dal primo trimestre del 2015 i residenti giapponesi sono diventati i maggiori detentori esteri di titoli di debito emessi nell’area dell’euro, scavalcando i residenti del Regno Unito e degli Stati Uniti. Alla fine del 2017 la quota di titoli di debito dell’area dell’euro detenuta da residenti giapponesi si attestava sugli stessi livelli del primo trimestre del 2015 (6% del PIL dell’area), mentre nello stesso periodo le riduzioni più significative si sono avute nelle quote detenute da investitori residenti nel Regno Unito (-5%), seguiti dagli investitori dei paesi BRIC (-2%) e da quelli residenti negli Stati Uniti (-1%). L’aumento più marcato nei titoli di debito esteri detenuti dagli investitori dell’area dell’euro si è registrato in relazione ai titoli emessi da residenti negli Stati Uniti, seguiti da quelli emessi nel Regno Unito e nel Giappone. Gli Stati Uniti sono quindi rimasti il paese di destinazione più importante per gli investimenti in titoli di debito da parte di residenti nell’area dell’euro (14% del PIL), seguiti dal Regno Unito (8% del PIL). Alla fine del 2017 gli investimenti complessivi in titoli emessi da residenti di altri Stati membri dell’UE non appartenenti all’area dell’euro (escluso il Regno Unito) erano pari all’8% del PIL.

Che fine farà il petrolio iraniano? L’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano solleva interessanti interrogativi sul futuro delle esportazioni di greggio della repubblica islamica, che pesano circa 2,5 milioni di barili e che riguarda anche noi italiani, ma assai più la Cina.

Secondo alcuni analisti interpellati da Platts le sanzioni Usa avranno impatto su 200 mila barili al giorno, visto che Giappone e Corea del Sud probabilmente ridurranno la loro domanda, e potrebbe bloccarne altri 500 mila nello spazio di sei mesi, anche se alcuni stimano fino a un milioni di barili l’impatto complessivo. Ma aldilà di queste previsioni rimane la domanda: cosa succederebbe se la Cina, che è la prima acquirente di greggio iraniano, convincesse l’Iran ad accettare di prezzare il petrolio in petroyuan? Questa possibilità aprirebbe nuovi scenari che magari Trump non aveva considerato.

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I consigli del Maître: Trump, Hormuz e l’economia cinese del mare


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il boom della spesa militare cinese. Il Sipri ha diffuso pochi giorni fa l’aggiornamento dei dati sulla spesa militare nel mondo per l’anno 2017 che confermano la crescita costante della spesa militare globale e la supremazia degli Stati Uniti che conservano con oltre 610 miliardi il primato della spesa.

Ma la vera notizia da sottolineare è un’altra, ossia l’incredibile crescita della spesa militare cinese. La Cina, infatti, non solo è diventata il secondo paese per spesa in valore assoluto, ma ha praticamente raddoppiato la spesa militare in dieci anni, come mostrano sempre i dati raccolti dal Sipri.

Molto di questa crescita, spiegano diversi osservatori, è dipesa dai notevoli investimenti che la Cina ha effettuato nella propria marina militare, proprio di recente al centro di una esercitazione imponente nel Mare cinese meridionale. D’altronde la Cina vuole sempre di più diventare una potenza marittima e i motivi sono numerosissimi, a cominciare da quelli più strettamente economici.

 La blue economy cinese. Non si comprende l’interesse cinese per il mare se non si studiano un po’ le mappe e soprattutto non si prova a quantificare il peso specifica dell’economia legata al mare, e in particolare della blue economy cinese sul totale dell’economia nazionale. L’European council on foreign relations in un recente paper ha stimato che questa porzione dell’economia cinese valga almeno 1.000 miliardi e soprattutto ha osservato come i crescenti interessi commerciali cinesi nella globalizzazione abbiano finito col generare una notevole mole di investimenti in numerose strutture portuali, conseguenza diretta di un altro ambizione progetto presentato dalle autorità nel 2013 nell’ambito della Bealt and road iniziative, ossia la Maritime silk road to Europe.

Come si può osservare, la Cina sta pazientemente tessendo una ragnatela attorno agli oceani per garantirsi ritorni interessanti dai propri investimenti portuali, ma soprattutto capacità di influenza in tutti i settori che hanno a che fare con la marina: dalla cantieristica navale alla gestione dei porti. Questa decisa scelta di campo per il mare da parte dei cinesi è stata annunciata nel diciottesimo congresso del partito cinese e confermata nel diciannovesimo. I cinesi dicono che il XXI secolo sarà quello degli oceani. E se guardiamo alle quantità enormi di merci che ci viaggiano sopra capiamo anche perché. E perché di conseguenza la Cina debba scommetterci sopra.

Il paese che saremo e quello che vogliamo essere. L’Istat ha aggiornato le sue previsioni demografiche sul nostro paese che confermano lo stato sempre più declinante della nostra popolazione. Nel 2065 si prevede che saremo oltre sei milioni di meno, ma soprattutto saremo sempre più vecchi come si può osservare scrutando la piramide demografica che diventa sempre più stretta alla base e si allarga sempre più in cima, delineando una società a dir poco instabile, dove l’economia viene completamente capovolta e a ragione.

Le esigenze di una società popolata per un terzo da ultra65enni – si stima che al picco di invecchiamento nel 2045 gli anziani saranno il 34% della popolazione – sono completamente diverse da quelle di una società con tanti bambini che diventeranno futuri adulti. Pensate solo ai mercati immobiliari, all’istruzione, e alla forza lavoro che sarà sempre di meno, pure al lordo degli immigrati che si prospetta arriveranno ma non in maniera sufficiente a compensare il calo della popolazione. Nella peggiore delle ipotesi, nel 2065 saremo 46,2 milioni di abitanti, con un buon terzo vecchi. Se vogliamo un paese diverso da questo è il caso di iniziare da subito a immaginarlo.

Goobye Iran: aumentano i rischi per il petrolio. Platts ha proposto un interessante approfondimento che illustra come le tensioni in varie parti del mondo mettano a rischio volatilità dei corsi petroliferi. Le grane maggiori potranno arrivare dall’acuirsi delle tensioni in Iran, visto che Trump ha deciso di abbandonare l’accordo sul nucleare che ha sospeso le sanzioni a carico della repubblica islamica, consentendole di tornare a vendere il proprio petrolio nei mercati internazionali. Ma la crisi iraniana può anche impattare su altre zone calde dove insiste il traffico petrolifero, a cominciare dallo stretto di Hormuz, che sta proprio sotto l’Iran, dove ogni giorno (dato 2016) passano petroliere che trasportano 18,5 milioni di barili, pari al 30% del totale del petrolio trasportato per mare.

Questo dato ci consente di calcolarne un altro. Partendo dalla stima di consumi per il 2016 dell’EIA di circa 96 milioni di barili e sottraiamo quello che passa per mare (61 milioni) partendo dal dato di Hormuz (18,5 milioni) scopriamo che circa 35 milioni di barili passano per terra, ossia tramite oleodotti e altri mezzi di trasporto. Questo serve ancora una volta a riportarci al discorso iniziale: l’economia del mare e le sue ricadute geopolitiche. A cominciare da quelle per la Cina, peraltro grande acquirente di petrolio iraniano.

 

 

I consigli del Maître: L’Europa diseguale e la spesa pro capite per i farmaci


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’Europa diseguale. La diseguaglianza è aumentata in quasi tutti i paesi europei, dice Eurostat in una recente ricognizione che misura la differenza nei redditi fra il 20% più ricco della popolazione eil 20% più povero. Ma laddove è aumentata non è cresciuta per tutti con la stessa intensità.

Rispetto al 2008, la Lettonia ha registrato il più grande calo del rapporto disuguaglianze di reddito (da 7,3 nel 2008 a 6,3 nel 2017, un calo di 1), seguita dal Regno Unito (-0,5), Belgio e Polonia (entrambi -0,3). L’aumento maggiore è stato registrato in Bulgaria (da 6,5 nel 2008 a 8,2 nel 2017, o +1,7), Italia (+1,1), Spagna e Lituania (entrambe +1,0). In Italia, al netto delle inevitabili distorsioni generate dall’economia sommersa, risulta che il 20% più ricco della popolazione ha un reddito (la ricchezza è un’altra cosa) 6,3 maggiore del 20% più povero. Non siamo la Bulgaria, ma poco ci manca.

Il costo dei farmaci: gli Usa e noi. Negli Usa il dibattito è sempre più scatenato relativamente al costo dei farmaci che le statistiche mostrano essere ben superiore a quello di altri paesi.

Sbaglierebbe chi pensasse che l’elevato costo dei farmaci dipende dal fatto che il governo non contribuisce alla spesa sanitaria. Negli Usa, infatti la spesa per farmaci con obbligo di prescrizione è stata pari a circa 330 miliardi di dollari nel 2016, l’1,8% del PIL, e il governo ne ha pagato più del 40%. La spesa sanitaria è pari al 18% del PIL e l’assistenza sanitaria è il terzo settore di occupazione. Ciò malgrado molti cittadini sono costretti a scegliere fra mangiare e curarsi a causa dell’alto costo dei farmaci che non è soggetto ad alcuna regolazione.

Le banche giapponesi battono tutti. La Bis di recente ha diffuso le statistiche bancarie che mostrano come le banche giapponesi siano diventate le prime prestatrici al mondo per asset totali. Ormai siamo oltre i 4 trilioni di dollari, ben sopra la Gran Bretagna, le cui banche sono le second prestatrici al mondo. La lunga marcia delle banche giapponesi è cominciata all’indomani della crisi, complice anche il QQE varato dalla BoJ che ha aumentato notevolmente le riserve delle banche commerciali dotandole perciò di enormi risorse per prestiti potenziali.

Dal 2008 in poi le banche giapponesi hanno superato prima quelle francesi e poi quelle statunitensi e ormai sono stabilmente in testa alla classifica. Rimane la grande incognita delle banche cinesi, che ancora non dichiarano i propri attivi alla Bis, ma alcune studi osservano che il sistema bancario cinese è in grande crescita nella sua dimensione estera. Un altro segnale della supremazia incipiente dell’Oriente sull’Occidente. Anche per i prestiti.

Il boom dello shadow banking cinese. La Banca di Francia ha svolta una interessante ricognizione sull’andamento globale dello scado banking, ossia il proliferare di quelle entità che non sono banche ma che si comportano come banche perché prendono a prestito indebitandosi e danno a prestito a loro volta. Si tratta delle entità che hanno concorso alla grande crisi finanziaria del 2008, a causa delle loro pratica vagamente anarchiche, visto che, non essendo propriamente anarchiche, non sono soggette alla stessa regolazione. Il fenomeno più interessante è il caso cinese, dove le banche ombra, pressoché inesistenti fino a pochi anni fa hanno visto una crescita spettacolare.

Sappiamo già che la Cina è in cima alla lista per quantità di debito privato, ormai superiore al 200% del pil. Il proliferare delle non banche ha sicuramente incoraggiato questa crescita dell’indebitamento. E si capisce perché gli osservatori siano sempre più in quieti al riguardo. Ciò anche in conseguenza del fatto che le non banche sono legate a filo doppio alle banche tradizionali, che in larga misura accordano loro i prestiti necessari alla loro attività.

Proprio come accadeva nel 2008 nel settore dei mutui subprime.

I consigli del Maître: Il “miracolo” demografico tedesco e quello cinese dell’hi tech


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Effetti della politica migratoria tedesca. L’istituto tedesco di statistica ha diffuso i dati dell’aumento della popolazione straniera in Germania negli ultimi dieci anni, che mostrano un deciso aumento degli immigrati. A fine 2017 l’anagrafe conta 10,6 milioni di residenti stranieri.

E’ interessante osservare che molto dell’aumento dal 2007,quando i residenti stranieri erano circa 7 milioni, riguarda i cittadini di paesi extra Ue. Si tratta in gran parte del milione di siriani che il governo ha fatto entrare negli anni scorsi anche se adesso l’incremento degli ingressi si è normalizzato. E’ interessante osservare però che questa “normalizzazione” ha avuto effetti notevoli dal punto di vista demografico. Guardate i tassi di natalità in Germania di dieci anni fa.

E quelli del 2016.

In qualche modo la decisione di far entrare i profughi siriani ha cambiato la demografia tedesca. E la cosa merita di essere messa in evidenza.

Le conseguenze non intenzionali del QE della Fed. La Fed di S. Louis ha pubblicato un paio di interessanti ricerche che ci consentono di osservare una delle tante conseguenze non intenzionali, seppure ampiamente prevedibili, del QE messo in campo dalla Fed nel 2008. Per fornire liquidità al sistema la banca centrale ha dovuto ampliare le riserve della banche commerciali espandendo di conseguenza il proprio bilancio. Le riserve delle banche sono cresciute notevolmente.

Senonché i banchieri si resero conto subito di avere un problema. “”È stato necessario pagare gli interessi su tali depositi al fine di evitare un’eccessiva crescita monetaria unicamente a seguito dell’iniezione temporanea di liquidità nel sistema bancario durante la crisi finanziaria”, come ha spiegato David Wheelock, della Fed di S. Louis. Prima di allora infatti la banca centrale pagava zero interessi sulle riserve bancarie, mentre da quel momento in poi questo asset ha iniziato ad essere remunerato.

Quindi ha Fed ha generato un utile alle banche commerciali pagando loro un notevole tasso di interesse che ha reso conveniente alle banche tenere le riserve bancarie ferme anziché creare depositi emettendo prestiti. Il trend di rialzo del tasso di remunerazione dei depositi segue logicamente quello dei rialzi dei tassi di interesse, necessario per evitare che all’alzare dei tassi le banche inizino a prestare anziché tenere fermi i soldi nelle riserve. Conclusione: l’inflazione è rimasta bassa – fin troppo – e le banche commerciali hanno guadagno interessi pagati dal governo. Dai contribuenti, sarebbe più giusto dire.

La svalutazione del dollaro e lo yuan. Sempre la Fed di S. Louis ha pubblicato alcuni grafici che ci consentono di osservare la notevole svalutazione del dollaro che si è registrata nel corso del 2017 rispetto a tutte le principali valute. E’ interessante osservare in particolare, visto l’acuirsi delle tensioni commerciali fra i due paesi, il cambio nei confronti dello yuan, che gli Usa sostengono da sempre essere sottovalutato.

Prima ancora che scoppiasse la guerra dei dazi, sembra fosse scoppiata quella valutaria. Solo che è stata una guerra assai più silenziosa. Il che non vuol dire che non sia stata efficace, visto che la svalutazione del dollaro rispetto allo yuan si è tradotto in un notevole salasso per il governo cinese, che ha più di 1.100 miliardi di dollari investiti in titoli di stato Usa.

Se la Cina diventa una potenza digitale. Una interessante analisi pubblicata dal World economic forum prendendo spunto da un’analisi McKinsey mostra la straordinaria evoluzione registrata dall’economia digitale cinese che si può rappresentare con questo grafico, che ormai si avvia a superare quella Usa.

La Cina in pratica è il primo mercato per le transazioni commerciali digitali, passando dallo 0,6% del valore del 2005 a oltre il 42% nel 2016, supera di 11 volte il valore dei pagamenti digitali che si fanno con tecnologia mobile gli Usa e soprattutto li ha superati per numero di “unicorni”, ossia le compagnie private valutate un miliardi di dollari o oltre, per lo più a vocazione hi tech. Certamente la quantità di popolazione aiuta. Ma non c’è solo questo. I cinesi erano tanti pure prima.

I consigli del Maître: Le banche cinesi internazionali e l’Opec plus


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

La globalizzazione delle banche cinesi. La settimana scorsa abbiamo parlato delle rotte della globalizzazione, che sono quelle degli oceani lungo le quali viaggia la stragrande maggioranza delle merci che si muove vorticosamente da Oriente a Occidente, e viceversa. Oggi parliamo di globalizzazione finanziaria, che è l’altra faccia di quella di beni e servizi. E osserviamo un grande cambiamento che si è verificato in Asia, in particolare nella cosiddetta Asia emergente, dove dall’esplodere della crisi finanziaria c’è stato un sostanziale passaggio di testimone fra le banche europee, fino ad allora grandi protagoniste dei prestiti esteri ai questi paesi, a quella giapponese e soprattutto cinesi. Per le giapponesi si tratta di un ritorno di fiamma, visto che erano loro le grandi protagoniste degli anni ’90 almeno fino a quando la crisi asiatica esplosa nel ’97, aggravando le difficoltà nelle quali le banche giapponesi si agitavano già dall’esplosione della bolla di fine anni ’80, che le ha costrette a una fuga precipitosa. La vera novità sono le banche cinesi, che proprio dall’Asia hanno iniziato a muovere i passi verso la parte di globalizzazione che ancora le vede in fasce: quella finanziaria.

La Bis calcola che la Cina abbia circa 2.000 miliardi di prestiti esteri e che il sistema bancario cinesi paese è il sesto nella classifica dei paesi creditori. Un buon inizio.

Divergenza monetaria o trivergenza? La Bce ha pubblicato di recente il suo bollettino economico dove fra le altre cose mostra l’intonarsi dei rendimenti del decennale europeo, e in particolare quello tedesco, a quello statunitense. Circostanza strana solo che uno pensi che mentre la Fed ha da poco effettuato il suo ennesimo rialzo, la Bce ha ribadito che i tassi rimarranno fermi a lungo.

Sembra proprio che gli Usa generino una certa attrazione verso i paesi europei talché la cosiddetta divergenza monetaria, espansiva l’EZ restrittivi gli Usa, sembra che esista solo nella letteratura economica. La divergenza diventa trivergenza se guardiamo ai rendimenti del decennale giapponese, che rimane ostinatamente a zero, in conseguenza probabile delle politiche messe in campo dalla BoJ che fra le altre cose puntano proprio a tenerlo a quel livello. In tal modo sembra che il Giappone sia immune all’attrazione Usa. Ma è davvero così? E fino a quando?

L’EZ ha un problema: i redditi. Un grafico contenuto nell’ultimo bollettino della Bce ci mette di fronte al problema che l’EZ deve affrontare per incardinare al meglio il suo futuro: quello dell’andamento dei redditi.

Per usare le parole della Bce, “dal momento che i redditi dei lavoratori dipendenti rimangono il motore principale della crescita dei consumi privati, questa continuerà ad essere sostenuta dall’incremento dei redditi reali”. E a tal proposito serve anche ricordare come si compone il pil dell’EZ.

Come vedete, se i redditi non crescono, finiamo col dipendere sempre più dalle esportazioni nette, con tutto ciò che ne consegue in un tempo in cui il commercio estero viene messo a rischio da un clima internazionale poco propizio. E questo ci conduce al vero problema: il lavoro.

Lo sgambetto Usa all’Opec Ormai è chiaro a tutti che l’aumento della produzione petrolifera da parte degli Usa ha praticamente vanificato il taglio deciso dall’Opec, che ormai si avvia a diventare Opec plus con la Russia– si vocifera anche dell’ingresso dell’Azerbaijan nel cartello – per far fronte al crollo delle quotazioni petrolifere. L’effetto è chiaramente visibile da questo grafico estratto dal bollettino Bce.

Resta da vedere che conseguenze avrà questa politica sugli equilibri internazionali, in uno scenario dove si intersecano fenomeni complessi – come la vicenda del nucleare civile saudita al centro dei colloqui del principe Salman con Trump, e questioni finanziarie, come la quotazione del petroyuan partita proprio questa settimana. Il mondo si sta trasformando e le politica del petrolio gioca la sua partita.

I consigli del Maître: Il governo che non c’è e il duopolio cinese di Internet


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il governo che non c’è. Il 2018 sarà un anno positivo per la nostra economia, o almeno dovrebbe esserlo, stando alle previsioni effettuate da Ref ricerche, che individua nell’effetto di trascinamento del pil 2017 un’eredità statistica che porta a circa lo 0,5% la crescita acquisita per quest’anno.

Se l’inflazione dovesse migliorare, il pil nominale potrebbe trarne giovamento e così la sostenibilità dei nostri conti pubblici. Rimane il fatto che la nostra crescita resta lenta e ci sono molte criticità nel nostro mercato del lavoro che si ripercuotono sulla domanda interna. Il costo unitario del lavoro è decresciuto dello 0,3% per l’intera economia e questo ha congelato i redditi e perciò limitato le possibilità di sviluppo della domanda interna. Per affrontare questa complessità serve un buon governo, non un governo tanto per fare. E viste le prospettive, forse non è esagerato dire che per noi il governo migliore è quello che non c’è.

I dazi di Trump. La settimana si è conclusa con l’annuncio tanto atteso dei dazi che l’amministrazione Trump imporrà su acciaio e alluminio, per tanti ma non per tutti. Esclusi (poer ora) Canada e Messico, forse in ragione del fatto che con loro il presidente vuole ridiscutere il trattato Nafta, e saranno esclusi anche gli altri paesi che, stando a quanto ha detto il presidente, si comportano lealmente con gli Usa, sia sul versante economico che quello militare. Fatti i dovuti conti, sembra che rimanga solo la Cina, a dover pagare dazio, che infatti dice subito che non rimarrà a guardare. E d’altronde la Cina è pur sempre il primo produttore di acciaio al mondo dopo l’Ue, che però è anche una forte importatrice.

Rimane il fatto che il precedente di Trump, che ha tirato in ballo la sicurezza nazionale e la perdita di posti di lavoro (54 mila nell’industria dell’acciaio e 40 mila in quella dell’alluminio) per giustificare la scelta di mettere i dazi, rischia di non rimanere isolato. E rimangono altrettanto incerte le conseguenze che tale atteggiamento potrà avere sul commercio internazionale. La storia ci fornisce qualche indicazione. L’ultima volta che gli Usa provarono a daziare l’acciaio, stavolta l’idea fu del presidente Bush ed era il 2002, la Ue reagì con fermezza costringendo gli Usa a una rapida retromarcia. Altri tempi certo. Oggi potrebbe finire molto peggio.

Gli studenti Usa subprime La Fed ha diffuso i dati al quarto trimestre 2017 dei debiti delle famiglie Usa, che ormai hanno superato il livello del 2008. Fra i vari trend si conferma quello crescente del debito degli studenti, che ormai sfiora il 10% del totale, pari a oltre 13 trilioni, superando quindi i 1.300 miliardi.

Il problema è che circa l’11% di questa cifra, quindi circa 140 miliardi sono andati in default o hanno ritardi nei pagamenti superiori ai 90 giorni. I più giovani, insomma, mai come prima nella storia, si trovano a dover fare i conti con una situazione finanziaria che renderà molto difficile la loro vita adulta. Senza considerare l’effetto che questa montagna di obbligazioni può avere sulla stabilità finanziaria. La Fed ha lanciato l’allarme, ma questi allarmi di solito non li ascolta nessuno.

 Il duopolio cinese di Internet. Il protezionismo del governo fa bene ai giganti cinesi di Internet, che, non a caso, sono sostenitori del Presidente Xi, al suo secondo mandato e in predicato di rimanere a vita nel suo incarico, visto che il partito comunista cinese ha cambiato la costituzione proprio per rimuovere il limite dei due mandati.

La storia, che viene analizzata da Bloomberg, ci consente di apprezzare in che modo il progresso tecnologico stia diventando uno straordinario mezzo di conservazione del potere come mai prima nella storia. Oggi chi controlla la rete può offrire al governo un supporto e una quantità di informazioni che nessuno nel passato si sarebbe mai sognato di possedere. E questo dovrebbe metterci sull’avviso, specie quando questa evoluzione riguarda regimi che stanno pericolosamente sbandando verso l’autocrazia. Ma ovviamente non sarà così.

 

I consigli del Maître: I lavoratori poveri e la guerra degli smartphone


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’undernet di Google. Dieci anni fa, a febbraio del 2008, Google annunciava sul suo blog aziendale di aver aderito a un consorzio per la realizzazione di un cavo sottomarino, dal nome icastico di Unity, destinato a migliorare i collegamenti fra Usa e Giappone. “Se vi state domandando se se stiamo entrando nel business dei cavi sottomarini, la risposta è no”, scrisse Francois Sterin, manager delle Network Acquisition. Dieci anni dopo Google ha annunciato con malcelato orgoglio, sempre dal suo blog aziendale, di aver speso 30 miliardi in tre anni per migliorare la sua infrastruttura di rete e ha presentato al mondo Curie, un nuovo cavo sottomarino che collegherà Los Angeles al Cile. Ma soprattutto con Curie, ispirato alla celebre scienziata Marie Curie, Google diventerà “la prima grande compagnia non telecom a costruire un cavo intercontinentale privato”. Curie è l’undicesimo progetto che vede la compagnia californiana nel ruolo di investitore nella posa di cavi sottomarini.

Dieci anni dopo, a dispetto delle dichiarazione di Sterin, Google si rivela come uno dei soggetti più attivi nel business del cavi sottomarini. D’altronde dieci anni sono un’era geologica nel mondo di internet. Nessuno nel 2008 avrebbe scommesso sulla straordinaria evoluzione dei servizi di cloud e sulla crescita vertiginosa dell’economia digitale. Google gioca da protagonista. Ma anche gli altri non stanno a guardare.

La crescita dei salari Usa e il calo della borsa. Va per la maggiore la tesi che i recenti cali della borsa sia da attribuire al fatto che Negli Usa sia salita l’inflazione a causa della crescita dei salari e ciò possa incoraggiare la Fed a stringere i tassi al punto da scoraggiare i mercati. Ma è davvero così. Una interessante ricognizione della Fed mostra che i salari reali, a seconda peraltro dell’indicatore scelto, sono cresciuti al massi del 4% reale circa da metà del 2009 alla fine del 2017.

Forse prima di fare congetture dovremmo vedere i dati. E magari iniziare a chiedere, qualora l’inflazione ritorni sul serio, quanto a ciò abbiano contribuito le politiche ultra espansive prolungate della stessa Fed, che oggi sta più o meno precipitosamente provvedendo a normalizzarle. Ma chiedersi questo significa dubitare di alcuni dogmi contemporanei. E nessuno vuole farlo.

I nuovi poveri sono i lavoratori. Uno studi di Ref ricerche solleva una interessante osservazione sull’andamento del mercato del lavoro in Europa e in Italia: il notevole aumento dei lavoratori in povertà, ossia di coloro che malgrado abbiano un lavoro non riescono a sbarcare il lunario, o ci riescono molto male. I ricercatori hanno raccolto i dati degli ultimi dieci anni e viene fuori che la percentuale di in-work poverty in Italia è cresciuta dal 9,3% del 2007 all’11,3 del 2017, seguendo una tendenza che non ha risparmiato nessun paese fra quelli censiti. Nella ricca Germania si è passati dal 7,4 al 9,5%. In Francia dal 6,5 al 7,9, in Spagna dal 10,2 al 13,1%. Sulle ragioni di tali andamenti, il ruolo di indiziato va al grande sviluppo dei contratti a tempo determinato, spesso per tempi brevissimi, che ha interessato tutta l’eurozona e l’Italia in particolare. E’ proprio in questa categoria infatti che si osserva il numero più alto di lavoratori in povertà.

Il problema oggi non è solo avere un lavoro. Ma riuscire a camparci.

La guerra degli smartphone. Ha fatto un certo scalpore l’allarme lanciato davanti al congresso Usa dei vertici dei servizi segreti americani circa i rischi di far entrare i telefonini cinesi, Huawey e ZTA, negli Usa per questioni legate alla cyber sicurezza. Huawey ha protestato ufficialmente, lamentando le iniziative del governo Usa per scoraggiare la diffusione commerciale dei suoi prodotti, che infatti sono stati banditi sia da Verizon che da AT&T pare su pressioni del governo. Sorge il sospetto che più di guerra di spie questa sia una guerra commerciale. Le vendita di telefoni cinesi, infatti sono esplose in pochi anni, in alcuni trimestre con tassi del 150%.

E anche se la Apple mantiene un ampio predominio, con oltre il 50% del mercato,

i cinesi sono ben posizionati, considerando la giovinezza dei loro prodotti. Forse negli Usa pensano che prevenire sia meglio che curare. Specie in un mercato, quello degli smartphone che si sospetta abbia raggiunto il picco nel 2015, ma che comunque nel 2016 ha generato vendite di telefoni per 1,5 miliardi di pezzi. Uno ogni cinque abitanti nel mondo. Abbastanza da motivare una guerra commerciale sotto mentite spoglie.

I consigli del Maître: L’estinzione degli italiani e gli anziani al lavoro


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

I progetti cinesi sull’Artico. Il governo cinese ha pubblicato alla fine di gennaio un paper molto interessante sulla Polar silk road, la via della seta sull’Artico, del quale molto poco si è discusso sulla stampa italiana al contrario di quella estera. Un peccato perché la tematica è di grande interesse atteso che nell’Artico sono custodite enormi riserve di risorse energetiche, il 13 di quelle petrolifere non scoperte e il 30% del gas, e soprattutto lo scioglimento dei ghiacci sta favorendo la nascita di nuove rotte commerciali, che minacciano di terremotare le consuetudini del commercio internazionale spostando i traffici dal sud al nord del mondo.

La Cina dal 2013 ha ricevuto lo status di osservatore in senso all’Arctic Council, il forum intergovernativo dei paesi che hanno prossimità con il Polo, ed è divenuta assai attiva in quel consesso, per lo più utilizzando le relazioni con la Russia, tramite le partecipazioni acquistate nella Russian Yamal Liquified Naturale Gas (LNG), una iniziativa della compagnia russa Yamal per estrarre gas dall’Artico. Anche l’Italia ha il ruolo di osservatore nel Consiglio Artico, ma a quanto pare non siamo molto attivi. Peccato, perché lo spostamento dei traffici commerciali verso nord dovrebbe interessare molto un paese che esporta come il nostro. Ma non è mai troppo tardi per applicarsi.

La lenta estinzione degli italiani. Gli ultima dati Istat sull’andamento della nostra demografia, aggiornati al 2017, confermano che la condizione della popolazione è in costante peggioramento. Anche l’anno scorso la popolazione è  diminuita, di circa 100 mila unità, visto che sono morte più persone di quante ne sono nate e il saldo migratorio non è bastato a compensare. I nati sono stati il 2% in meno del 2016, 462 mila bambini, un nuovo minimo storico, 112 mila italiani sono emigrati, e ormai gli ultra65enni hanno superato il 22% della popolazione, a fronte di poco più del 13% degli 0-15enni. Gli immigrati sono circa 5 milioni, e senza di loro saremmo 55 milioni invece dei circa 60 che siamo adesso. La speranza di vita è stabile, intorno agli 80 anni per gli uomini e gli 84 per le donne. Ma con queste cifre, le speranze di crescere non sono certo esaltanti.

La crescita dell’occupazione di donne e anziani nell’EZ. L’ultimo bollettino economico della Bce ha sottolineato il notevole contributo dato alla crescita dell’occupazione nell’area nella fase della ripresa economica dall’aumentata offerta di lavoro da parte di donne e persone in età avanzata, oltre ai flussi migratori. A conclusione dell’osservazione gli economisti della Bce deducono che nel medio lungo termine l’offerta di lavoro diminuirà in corrispondenza dell’invecchiamento della popolazione per questo sarebbero necessarie politiche volte a sostenere la forza lavoro e la crescita dell’occupazione, ad esempio attraverso l’assistenza ai disoccupati di lunga durata, dei migranti e di altre categorie che si connotano per i bassi tassi di partecipazione. E’ interessante sottolineare, tuttavia, che all’aumentata offerta di occupazione registrata in questi ultimi anni ha contribuito significativamente anche l’aumento dell’età pensionabile.

Malgrado siano aumentati i pensionati, sono aumentate anche le persone di età superiori ai 55 anni che lavorano, anche per l’ingresso della generazione del baby boom in questa coorte. Di conseguenza cresce anche il tasso di partecipazione.

Noi italiani abbiamo lasciato solo l’anno scorso l’ultimo posto ai francesi. D’altronde siamo il paese dell’Ape. L’età pensionabile stabilita per legge è aumentata in tutti i principali paesi dell’area dell’euro. Tuttavia l’età pensionabile effettiva è cresciuta in maniera significativa solo in Germania, segnatamente da 59 anni nel 1996 a 62,7 anni nel 2014. Fra il dire e il fare…

Il profondo rosso del deficit commerciale americano. A dicembre il deficit commerciale Usa ha raggiunto un altro picco, superando i 53 miliardi di dollari, il più ampio dall’ottobre 2008 che tutti ricordano come il mese nero dell’economia Usa e poco dopo internazionale. Il deficit è cresciuto verso i principali partner, a cominciare dalla Cina ed è un segnale che le politiche intraprese dall’amministrazione Trump non sembra stiano raggiungendo l’obiettivo prefissato, ossia recuperare l’ampio deficit nei commerci dal parte del gigante americano.

Come si vede dal grafico, il deficit è migliorato solo in conseguenza del crollo del commercio internazionale. Se questo è il prezzo da pagare, forse gli Usa farebbero bene a tenerselo.

I consigli del Maître: Il salasso degli italiani e l’America Saudita


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il salasso immobiliare degli italiani. Istat ha pubblicato i dati aggiornati al 2016 della ricchezza patrimoniale dei settori istituzionali italiani, dallo stato ai privati. Emerge che il totale della ricchezza non finanziaria è di poco superiore ai 9.500 miliardi, gran parte della quale è rappresentata da abitazioni. Queste ultime hanno concorso in larga parte al dimagrimento di tale ricchezza, che superava i 10.200 miliardi nel 2011. Gran parte del calo, infatti, si è concentrato sul settore residenziale, che ha perso oltre 500 miliardi, con le famiglie a subire la gran parte di questa perdita, per circa 350.

Tuttavia, malgrado il notevole calo, il saldo rimane ampiamente positivo. Istat ha calcolato che rispetto al 2001, quando inizia la serie, il valore delle abitazione è comunque cresciuto del 76%. Siamo in media più ricchi, anche se il nostro mercato immobiliare non mostra segni di ripresa. Forse dipende anche dai redditi, che sono più bassi di quanto non fossero nel 2003.

Il costo della pace. Gli economisti della Fed di S.Louis hanno calcolato il costo. Dal 2009, quando fu promulgato, al 2016 dell’American Recovery and Reinvestment Act, il maxi piano di stimolo varato da Obama poco dopo la sua elezione per rimettere in piedi l’economia Usa ancora in grave affanno dopo la crisi del 2008. Questo piano seguì quello di salvataggio del sistema finanziario, denominato Tarp, troubled asset relief program, per il quale furono stanziati dall’amministrazione Bush 700 miliardi, anche se poi ne furono impiegati solo circa 450. Se a questi aggiungiamo gli 840 miliardi spesi per il piano di stimolo, viene fuori che il governo Usa ha dovuto spende quasi 1.300 miliardi per tenere in piedi l’economia Usa. Come termine di paragone può essere interessante notare che per la guerra in Iraq, dal 2002 al 2014 sono stati spesi solo 815 miliardi.

La pace costa più della guerra, tendiamo sempre a dimenticarlo.

L’euro va forte perché l’Europa va bene. Il timore di guerre valutarie, magari alimentate dall’amministrazione Usa che tende a svalutare il dollaro con l’intento di irrobustire la sua bilancia commerciale, tende a sottovalutare alcune evidenze messe in rilievo in un recente studio di un pensatoio di stanza a Bruxelles collegato alla Commissione Ue: i fondamentali dell’Europa a 27 sono notevolmente migliorati e questo spiega la forza dell’euro, aldilà delle ragioni della debolezza voluta o indotta del dollaro. Alcuni elementi lo mostrano con chiarezza.

L’euro peraltro è sempre più concorrente del dollaro come valuta per i pagamenti internazionali, quotando il 36% del totale, che sono denominati in euro, con il 39% del dollaro. Insomma, ci sono ragioni sostanziali dietro la forza della valuta europea. Questo certo non impedisca che la ragion politica ci metta lo zampino.

L’ufficializzazione dell’America Saudita. L’IEA, agenzia internazionale per l’energia prevede che da qui al 2040 il ruolo degli Stati Uniti nel settore della produzione di gas e petrolio sarà sempre più rilevante. Addirittura viene paragonato alla grande espansione della produzione di petrolio osservata in Arabia Saudita negli anni ’60-70, mentre quella del gas viene paragonata alla grande espansione nella produzione osservata nell’ex Unione Sovietica. La grande variabile che cambia il gioco e inaugura l’ufficializzazione dell’America Saudita è ovviamente lo shale.

Già oggi la produzione Usa di petrolio ha superato quella dell’Arabia Saudita. Capirete perché Trump nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione ha sottolineato la circostanza che l’America sia diventata esportatrice di petrolio. Un evento che cambia il gioco dell’energia e dai risvolti ancora poco comprensibili.

 

I consigli del Maître: Il mistero sugli effetti della svalutazione Usa e la cannabis canadese


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il dollaro debole? Forse fa bene ai commerci. Le polemiche seguite all’intervento di Draghi che senza troppi giri di parole ha ricordato che le svalutazioni competitive sono fuori dalle regole del Fmi, riferendosi chiaramente agli statunitensi, hanno acceso un faro sulla notevole svalutazione della valuta Usa da quando si è insediato Trump.

L’idea che una svalutazione, in questo caso del dollaro, avrebbe dovuto favorire l’export Usa, fa a pugni però con la realtà dei numeri.

E se guardiamo all’andamento del nostro export commerciale verso gli Usa, ne abbiamo piena conferma.

Sembra proprio che la svalutazione del dollaro abbia giovato al commercio internazionale, anziché danneggiarlo e che ciò abbia favorito i paesi a valuta forte, tutto il contrario di quello che suggeriscono i manuali di economia. Come mai? Uno studio della Bis ipotizza che per il dollaro, che non è una valuta come tutte le altre visto che nomina gran parte delle transazioni commerciali, il canale finanziario giochi un ruolo importante. Al punto che una dollaro debole favorisce i commerci anziché deprimerli. Tutto il contrario di quello che insegnano i manuali. Che a questo punto forse dovrebbero essere rivisti.

Economia della cannabis canadese. L’istituto statistico canadese ha rilasciato una interessante release che fornisce per a prima volta un ordine di grandezza sull’economia della cannabis, che pur essendo illegale nel paese, a meno che non sia per uso medico, esprime un giro d’affari tre volte più grande di quello del tabacco e gareggia quello della birra. Ciò dipende da fatto che, a differenza di tabacco e birra, che vengono importati, la cannabis canadese viene prodotta in gran parte in casa, per un valore della produzione stimato di 3,4 miliardi nel 2014, diminuito a 3 miliardi nel 2017 ma solo perché nel frattempo si sono abbassati i prezzi. All’inizio della serie statistica, nei primi anni ’60, non era così: il Canada importava dall’estero il 40% della sua canapa illegale, oggi siamo appena all’8%. Il fenomeno del consumo di canapa riguarda 4,9 milioni di persone che nel 2017 hanno speso circa 5,7 miliardi per consumare questo prodotto, il 90% di costoro per scopi ricreativi, ossia non medicali, e quindi fuori dalla legge. La spesa per alcool è stata di 22,3 miliardi e per il tabacco di 16 miliardi. Ma questi due settori, a differenza di quello della canapa, generano introiti per il fisco. Ciò malgrado il consumo di canapa sia cresciuto in media del 6% fra il 1961 e il 2017 e la produzione di oltre il 7%.

Il razzismo delle paghe Usa. La Fed ha rilascia una interessante ricognizione che mostra come persistano a distanza di quarant’anni grandi gap notevoli fra le retribuzione delle persone di colore e i bianchi negli Stati Uniti. Il gap è più ampio fra gli uomini rispetto alle donne, e non accenna a diminuire. I maschi neri guadagnano in media un quarto in meno rispetto ai bianchi e tale differenza non si riesce a spiegare con nessuno dei parametri usati nelle normali analisi econometriche sui mercati del lavoro.

Forse la spiegazione più semplice – una questione di razzismo – è quella che non si può dire.

Le ore di lavoro degli italiani. Eurostat ha diffuso i dati delle settimana lavorativa degli europei, con contratti a tempo indeterminato dalla quale emerge che l’Italia è penultima dopo la Danimarca per ore di lavoro totali.

Ora il problema non ci sarebbe se compensassimo il numero delle ore con una produttività più elevata. La settimana più lunga ce l’hanno i britannici. Per fortuna adesso hanno deciso di lasciare la Ue.