Etichettato: posizione netta investimenti eurozona

Usa e UK danno l’addio ai bond dell’eurozona


E’ un’epopea estremamente istruttiva quella raccontata nell’ultimo bollettino Bce, che illustra l’evoluzione dei conti esteri dell’eurozona negli ultimi anni durante i quali l’area è diventata sempre più ricca grazie ai suoi corposi avanzi di conto corrente. Il dato più eloquente è quello della posizione netta degli investimenti esteri, ossia il saldo fra le attività estere dei residenti (investimenti diretti, di portafoglio eccetera) e le attività che i residenti hanno nell’eurozona. Alla fine del 2017 l’eurozona aveva una posizione netta negativa di appena l’1,3% del pil dell’area, ai minimi storici, visto che per numerosi anni il deficit era stabile intorno al 15%. Un miglioramento “ampiamente riconducibile
a una riduzione delle passività nette riferibili ai titoli di debito di portafoglio”.

E’ stata proprio la voce dei titoli di portafoglio, ossia degli attivi legati a investimenti tipicamente azionari o obbligazionari a fini di investimento finanziario, a segnare l’evoluzione più rilevante. Fino al 2015, infatti, l’eurozona segnava una posizione debitoria netta sui titoli di portafoglio che valeva il 15% del pil a fine 2015. Alla fine del 2017 questo deficit si è trasformato in un attivo del 2% del pil. Ciò significa in pratica che i residenti dell’eurozona hanno attivi di portafoglio superiore ai debiti rappresentati dagli attivi denominati in euro che i non residenti tengono in portafoglio.

A questo risultato hanno contribuito diversi fattori. Da una parte l’andamento positivo del conto corrente, che aumentando la quantità di risorse a disposizione dei residenti ha aumentato la loro capacità di spesa e quindi di investimento. Poi l’avvio dei programma di acquisto titoli della Bce, che ha incentivato la vendita di titoli emessi dal settore pubblico dell’eurozona. Infine, l’andamento positivo dei mercati, che ha aumentato il valore delle attività già detenute all’estero dai residenti. Gli economisti della Bce stimano che il conto corrente abbia pesato dieci punti di pil di miglioramento della posizione netta, mentre gli aggiustamenti di valutazione, comprensivi degli effetti del cambio, circa nove punti.

Due terzi di questi ultimi miglioramenti sono dipesi dai titoli azionari di portafoglio, “grazie al migliore andamento dei mercati mondiali rispetto a quelli dell’area euro”. Osservazione, quest’ultima, che merita di essere sottolineata. I rentier dell’eurozona lucrano sulle fortune dei mercati esteri assai più di quanto i redditieri esteri facciano sui loro attivi nell’eurozona. E questo malgrado l’apprezzamento dell’euro, che nel periodo 2015-17 è cresciuto in valore del 9% in termini nominali effettivi, provocando un effetto negativo sugli aggiustamenti di valutazione degli attivi dell’eurozona stimabile in circa 4 punti percentuali di pil. Ovviamente un residente estero che ha attivi in euro guadagna sul valore del suo investimento se la sua valuta perde valore nei confronti dell’euro.

Se guardiamo al valore aggregato, nel primo trimestre del 2015 i non residenti avevano attivi in euro per un valore pari al 55% del pil dell’area, che a fine 2017 sono arrivati al 42%. Al tempo stesso gli attivi esteri dei residenti sono cresciuti in valore dal 40 al 44% del pil. “Sia per quanto riguarda le attività che le passività, questi sviluppi sono stati determinati in maniera pressoché esclusiva dai titoli di debito a lungo termine, vale a dire titoli con scadenza originaria superiore a un anno”.

A fare la differenza, aldilà degli aggiustamenti di valutazione e di cambio, sono stati i rendimenti. E anche qui la politica monetaria ha giocato un ruolo determinante. “A causa di tassi di interesse nell’area dell’euro più bassi in confronto ad altre economie avanzate”, spiegano gli economisti della Bce, “gli investitori esterni all’area dell’euro hanno ridotto in misura sostanziale la loro quota di titoli di debito relativamente a tutti i settori”. I residenti invece hanno fatto il ragionamento opposto, come mostra il fatto che il grosso degli investimenti di portafoglio esteri sia imputabile a soggetti classificati come “altre società finanziarie”, ossia fondi di investimento, compagnie di assicurazione e fondi pensione.

Questo capovolgimento di vecchie consuetudini, al quale hanno concorso la politica monetaria della Bce e l’andamento dei mercati internazionali, nonché l’ottimo stato di salute degli scambi dell’area con il resto del mondo, ha provocato una ricomposizione profonda fra i creditori e i debitori dell’area. Dal primo trimestre 2015 i giapponesi sono diventati i maggiori detentori di titoli emessi dall’area euro, con un valore degli attivi pari al 6% del pil, superando il Regno Unito e gli Stati Uniti, Questi ultimi, infatti, hanno venduto attivi denominati in euro. Il Regno Unito, in particolare, ha venduto più di tutti disfandosi di attivi in euro pari al 5% del pil, seguito dai paesi BRIC (-2%) e dagli Usa (-1%).

Alla Brexit “finanziaria” del Regno Unito, tuttavia, ha corrisposto un notevole interesse dei residenti della zona euro per i titoli britannici. Alla fine del 2017, questi attivi valevano l’8% del pil. esattamente quanto valgono gli investimenti nei paesi europei extra EZ. Gli Stati Uniti, tuttavia, si confermano il paese che attira la maggiore mole di investimenti di portafoglio. I residenti della zona euro vi hanno indirizzato investimenti pari al 14% del pil dell’eurozona. Trump potrà fare pure politiche poco gradite ai politici dell’eurozona. Ma gli attivi Usa non perdono mai di fascino.

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I consigli del Maître: I dazi di Trump e il futuro del petrolio iraniano


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il boom dei dividendi americani. Una interessante rilevazione costruita sui dati Fed consente di osservare l’andamento dei dividendi delle aziende americane nel corso dell’ultimo secolo dal quale si evince che dopo una fase di relativa stagnazione durata dal secondo dopoguerra fino ai primi anni ’80 è arrivato quasi al livello della fine degli anni ’20, quando i dividendi pesavano quasi il 6% del pil Usa.

Questo andamento, che mostra come oggi il capitale paghi molto bene, a differenza del lavoro (la labor share declina da quarant’anni) ha consentito alla Corporation Usa di erogare dividendi per 990 miliardi nel 2017 ai suoi tanti azionisti.

Quanto pesano i dazi di Trump sul commercio. Molti osservatori guardano con preoccupazione ai rischi che le tensioni commerciali possono provocare alla ripresa economica. Anche la Bce nel suo ultimo bollettino ha ospitato un’analisi che mostra come il clima del commercio internazionale continui a peggiorare.

Ma prima di fasciarsi la testa è bene provare a capire, sulla base dei dati, quanto pesino le attuali decisioni usa di daziare acciaio e alluminio sul totale del commercio internazionale e quanto pesino le decisioni cinesi adottate in risposta a quelle americane.

Come si può osservare, il peso specifico è ridotto. Almeno da un punto di vista numerico. Rimane il problema di fondo, che è squisitamente politico. Ossia la circostanza che tutto ciò possa determinare un’escalation. La fiducia è un’entità sottile, come l’aria. Ti accorgi quando manca solo quando non c’è più.

I creditori e i debitori dell’EZ. L’ultimi bollettino della Bce ci consente anche di avere la situazione aggiornata della posizione estera dell’EZ, che continua a migliorare grazie al buon andamento del conto corrente e del conto finanziario. La posizione netta degli investimenti dell’area, che misura il saldo fra il valore degli investimenti dei paesi dell’EZ fuori dall’area e quella dei paesi extra EZ nell’area ha raggiunto il minimo, segnando un deficit di appena l’1,3% del pil dell’EZ. Ma più interessante osservare chi siano i creditori e i debitori dell’area, ossia chi ha investito titoli di portafoglio sui titoli dell’EZ e dove l’EZ investa i suoi.

A partire dal primo trimestre del 2015 i residenti giapponesi sono diventati i maggiori detentori esteri di titoli di debito emessi nell’area dell’euro, scavalcando i residenti del Regno Unito e degli Stati Uniti. Alla fine del 2017 la quota di titoli di debito dell’area dell’euro detenuta da residenti giapponesi si attestava sugli stessi livelli del primo trimestre del 2015 (6% del PIL dell’area), mentre nello stesso periodo le riduzioni più significative si sono avute nelle quote detenute da investitori residenti nel Regno Unito (-5%), seguiti dagli investitori dei paesi BRIC (-2%) e da quelli residenti negli Stati Uniti (-1%). L’aumento più marcato nei titoli di debito esteri detenuti dagli investitori dell’area dell’euro si è registrato in relazione ai titoli emessi da residenti negli Stati Uniti, seguiti da quelli emessi nel Regno Unito e nel Giappone. Gli Stati Uniti sono quindi rimasti il paese di destinazione più importante per gli investimenti in titoli di debito da parte di residenti nell’area dell’euro (14% del PIL), seguiti dal Regno Unito (8% del PIL). Alla fine del 2017 gli investimenti complessivi in titoli emessi da residenti di altri Stati membri dell’UE non appartenenti all’area dell’euro (escluso il Regno Unito) erano pari all’8% del PIL.

Che fine farà il petrolio iraniano? L’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano solleva interessanti interrogativi sul futuro delle esportazioni di greggio della repubblica islamica, che pesano circa 2,5 milioni di barili e che riguarda anche noi italiani, ma assai più la Cina.

Secondo alcuni analisti interpellati da Platts le sanzioni Usa avranno impatto su 200 mila barili al giorno, visto che Giappone e Corea del Sud probabilmente ridurranno la loro domanda, e potrebbe bloccarne altri 500 mila nello spazio di sei mesi, anche se alcuni stimano fino a un milioni di barili l’impatto complessivo. Ma aldilà di queste previsioni rimane la domanda: cosa succederebbe se la Cina, che è la prima acquirente di greggio iraniano, convincesse l’Iran ad accettare di prezzare il petrolio in petroyuan? Questa possibilità aprirebbe nuovi scenari che magari Trump non aveva considerato.