I consigli del Maître: Le rotte e i vincitori della globalizzazione


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Da dove passa la globalizzazione. Nel gran parlare che si fa della globalizzazione, si dimentica sempre di sottolineare come praticamente questo processo si sviluppi nella pratica e in cosa consista. Ci sono molti modi per raccontare le rotte della globalizzazione, ma uno di solito poco frequentato è quello che mette in evidenza le rotte commerciali, ossia le linee di trasporto attraverso le quali ogni giorno si spostano milioni di tonnellate di merci di ogni tipo. Gli esperti ci dicono che la stragrande maggioranza di questo traffico merci passa dal mare. Ossia dagli oceani. Ecco quali sono le rotte principali.

Noterete che gran parte delle rotte dei container, tramite i quali avviene gran parte della spedizione merci, passano dal mare meridionale della Cina, una delle zona più calde del pianeta della quale si parla molto poco al di fuori dei circuiti specializzati. Eppure laggiù si sta consumando un confronto silenzioso altamente strategico per il futuro della globalizzazione, con la Cina a far la voce grossa, visto che rivendica la sovranità su una parte ampia di questo mare, e i paesi vicino che protestano, con il supporto degli Usa che ogni tanto fanno vedere da quelle parti le loro portaerei. Una storia da seguire con grande attenzione.

Chi ha guadagnato dalla globalizzazione. Un articolo pubblicato dalla Bis, la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, monitora con chiarezza che i soggetti economici che più di altri hanno tratto giovamento dalla globalizzazione sono le grandi imprese multinazionali, che hanno potuto sfruttare tutti i vantaggi, fiscali e regolatori e perfino statistici, per gonfiare i propri ricavi e la loro ricchezza finanziaria.

L’articolo ci fa sapere altre informazioni assai utili. La prima è che quest’oceano di liquidità che ha gonfiato le casse delle multinazionali contribuisce a tenere distesa la situazione nei mercati monetari, da una parte, e poi serve non solo  a finanziari i governi ma anche le stesse banche. Le multinazionali non sono diventate solo più ricche: sono diventate sistemi e quindi più potenti.

I numeri dell’economia digitale Usa. Nel gran parlare che si fa dell’economia digitale si omette sempre di ricordare quanto sia difficile quantificare il suo impatto nell’economia tradizionale, ossia sulla produzione globale. Per questo è molto istruttiva la lettura di un paper del Bureau of economic analysis Usa dedicato proprio al peso specifico di questo settore nell’economia americana. Se ne traggono alcuni interessanti elementi. Il primo lo vediamo da questo grafico:

Come si può osservare, l’economia dei bit ormai ha un peso specifico rilevante nella composizione del pil, pari al 5,9%, che equivale a 1.102 miliardi di produzione in dollari correnti. Ma il secondo grafico aggiunge un altro elemento.

Il contributo all’occupazione di questa economia è alquanto modesto: parliamo di 5,9 milioni di posti di lavoro, il 3,9% del totale dell’occupazione. Quindi devono essere molto produttivi. Al contrario di quelli del governo, che occupano il 18% dei posti lavoro e sviluppano meno del 15% del pil.

Bitcoin? Macché: banconote! L’odore (o il colore) dei soldi batte la tecnologia. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Bis, sono aumentati i pagamenti elettronici, ma con essi sono cresciuti anche quelli che utilizzano le vecchie banconote, che evidentemente non passano mai di moda.

E’ interessante osservare altresì che questa crescita è andata di pari passo con quella dell’aumento di richiesta di banconote di grosso taglio.

E questo andamento è cresciuto con l’incedere della crisi. Si potrebbe pensare che tutto ciò sia determinato dall’economia illegale. Ma forse il dato del Giappone, che ha registrato un notevole aumento della domanda di banconote, dovrebbe farci riflettere. Il Giappone è il paese più anziano del mondo. Forse la demografia, che nel caso di una maggioranza relativa di anziani implica il prevalere delle consuetudini, spiega molto di questi andamenti. Dovremmo considerarlo.

 

 

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