I consigli del Maître: L’occupazione precaria nell’EZ e il rischio Iran per l’Italia


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Come va l’occupazione in Italia? Gli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio sul Precariato Inps confermano l’andamento stabile della nostra occupazione, che non cresce a ritmi giapponesi, ma comunque ha imboccato un trend di miglioramento, seppure con caratteristiche peculiari, fra le quali spicca la grande quantità di lavoro a tempo determinato.

Si tratta di un tendenza peraltro molto comune. Se guardiamo ai dati Eurostat osserviamo in effetti che l’Italia ha una quota di lavoratori temporanei solo leggermente superiore alla media, che è al 14,3%.

Il precariato è molto più che un fenomeno italiano. E’ quanto meno europeo. O più probabilmente globale, conseguenza di decenni di politiche economiche che oggi chiedono il conto e che si manifestano con l’esplosione del populismo e dei redditi di cittadinanza. Con un’avvertenza: i lavori precari sono un fenomeno assai più diffuso fra i giovani che fra i più adulti. Quindi è in queste classi di età assai più che in altre che si annida l’insoddisfazione che genera le spinte populiste. Da ciò ne deriva che questi spinte sono destinate a durare.

Noi e l’Iran. Pochi giorni fa la cancelliera Merkel si è recata in visita in Cina a discutere fra le altre cose con il suo omologo dell’atteggiamento da tenere sul dossier dell’accordo nucleare italiano, dopo la decisione Usa di ritirarsene. La Merkel ha detto con chiarezza che la Germania (ma anche la Cina) preferisce un accordo anche se imperfetto a nessun accordo. Una dichiarazione di buon senso che fa molto bene anche al nostro paese, che con l’Iran ha una lunga storia di rapporti commerciali, e dovrebbe far capire che una voce europea autorevole, anche se tedesca, può essere capace di difendere anche i nostri interessi oltre i propri. Una collaborazione imperfetta, insomma, è sempre meglio di nessuna collaborazione. Per dare un’idea di quanto profonde siano le relazioni fra noi e l’Iran è interessante osservare questa infografica prodotta dall’ISPI.

Il grafico mostra che l’Italia ha un interscambio commerciale notevolissimo con la repubblica islamica, ma non c’è solo questo.

L’Italia è il secondo partner europeo per importazioni dall’Iran, con 1,7 miliardi di beni italiano esportati in Iran. Il primo è la Germania, con 2,9 miliardi di esportazioni. Un primato, quello tedesco, che prosegue da tempo e che spiega bene le dichiarazioni della Merkel. Ma l’Italia ha un altro primato, nei confronti di Teheran, quello di primo partner commerciale, ossia del valore di import ed export sommati insieme. Gli scambi fra i due paesi valgono il 24,3% del totale degli scambi fra Ue e Iran. Non c’ solo questo. Nel gennaio 2016, subito dopo l’entrata in vigore dell’accordo, Italia e Iran avevano firmato Memorandum of Understanding (MoU) per un totale stimato di circa 20 miliardi di euro. Tra i grandi gruppi coinvolti, Pessina, Saipem, Danieli, Fincantieri, Gavio Group, COET, Vitali, SEA. Enel, Belleli, Stefano Boeri architetti, Itway, Italtel, Marcegaglia, Fata Spa, IMQ, e ancora il Sistema Moda Italia. Altri accordi sono seguiti nei mesi successivi, come quello da 1,2 miliardi di euro tra Ferrovie dello stato e le ferrovie iraniane per la costruzione della linea ad alta velocità tra Qom e Arak, o quello tra Ansaldo e sussidiarie della National Iranian Oil Company per lo sviluppo del giacimento di gas naturale South Pars. Altri accordi sono seguiti a questo. L’Ispi stima che siano a rischio attorno ai 30 miliardi di euro, composti dai quasi 2 miliardi di export e dai 27 miliardi di investimenti attesi. Quindi chi fa male all’Iran fa male innanzitutto a noi italiani.

I Grandi Debitori al potere. Il Fmi ha costruito un nuovo strumento, il Global Debt Database, che ci consente di ricostruire l’andamento dei debiti, privati e pubblici, di 190 paesi risalendo fino al 1950. Una visione lunga che ci consente di ricavare alcune interessanti osservazioni. La prima è che il debito totale non è mai stato così alto in tempo di pace, parliamo di 164 trilioni pari al 225% del pil mondiale. La seconda è che i paesi più indebitati sono quelli che si contendono l’egemonia.

I debiti, oltre a poterli fare, bisogna pure permettersi di poterli sostenere. E sarà un caso, ma il vero potere oggi è in mano ai paesi più indebitati.

Un’occhiata al commercio internazionale. Eurostat ha pubblicato due grafici che letti insieme ci consentono di ricavare alcune informazioni molto utili sul commercio internazionale che spiegano anche molte delle tensioni per lo più alimentate dagli Stati Uniti. Cominciamo dalla posizione della Cina, che rimane la prima grande economia esportatrice mentre gli Usa sono i primi importatori.

Il secondo grafico ci illustra anche l’importanza della Cina nel commercio europeo.

La Cina è il primo esportatore in Europa, gli Usa sono il primo importatore. E se guardiamo al caso delle automobili, adesso al centro delle nuove minacce di Trump, scopriamo un’altra cosa: il 53% delle importazioni di auto dalla Cina arriva dall’UE. Solo la Germania, con 12,7 miliardi vale quasi quanto tutti gli Usa, con 12,8. Il nervosismo di Trump si capisce meglio se si parte da queste cifre.

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