La guerra del petrolio e la grande lotteria per il nucleare saudita


Come al solito poco osservata dagli occhiuti feticisti della nostra politica rionale, la vicenda del nucleare saudita, che il prossimo mese dovrebbe concludersi con la scelta del partner al quale il Regno affiderà il suo futuro nucleare, è di grande importanza per capire l’aria che tira in una delle zone più calde del pianeta, dove si mettono alla prova antiche alleanze e si sperimentano nuove convenienze. E come spesso accade il viatico a queste nascenti diplomazie sono gli affari, specie quando insistono sulle linee di faglia della nostra contemporaneità, come ad esempio le rotte energetiche.

Il nucleare arabo, per adesso ad esclusivo uso civile, torna a diventare una notizia di attualità quando Riad, che dicono consumi un quarto della sua produzione petrolifera per alimentare la fame energetica del paese, decide di lanciare un contest internazionale per reclutare un partner capace di realizzare una paio di centrali nucleari. Il programma saudita, a dirla tutta, risale addirittura al 2011, quando il paese annunciò di voler realizzare 17 GWe di potenza nucleare, corrispondenti a circa 16 reattori, entro il 2040 per un investimento totale di 80 miliardi. A settembre 2013 vennero pre selezionati tre siti ma oltre a questo non si sono più avuti aggiornamenti fino a quando nell’ottobre scorso sono arrivati i primi rumors circa le richieste di informazioni rivolte a vari fornitori per la costruzione di due impianti, passo preliminare per una gara. I tempi prevedevano due mesi per la risposta. Con questa mossa l’Arabia si candidava a diventare il secondo stato nucleare della regione dopo gli Emirati Arabi Uniti, che hanno siglato un accordo con fornitori sud coreani per costruire i suoi quattro reattori. Non a caso la Corea del Sud è stata inclusa nella short list di fornitori contattati, dove si trovano anche le compagnie francesi, cinesi, statunitensi e russe.

Ed è qui che il gioco si fa intrigante. L’Arabia Saudita è un’alleata storica degli Usa ma non ha mai firmato il cosiddetto 123 agreement, un accordo bilaterale che gli Usa sostanzialmente impongono ai partner intenzionati a servirsi della loro tecnologia nucleare con la quale si garantiscono contro i rischi che la tecnologia si trasformi da civile a militare. Un accordo che il regno saudita, che ha firmato un accordo con una compagnia cinese perché ricerchi l’uranio sul proprio territorio, non sembra di gradire. L’accordo con gli Usa infatti priverebbe gli arabi del diritto, un domani, ad arricchire l’uranio. Questa prima criticità, che le diplomazie sono all’opera per superare, va inserita nel quadro più ampio di un negoziato che coinvolge sia il difficile dossier del nucleare iraniano, che l’Arabia vede come il fumo negli occhi e che l’amministrazione Trump ha fatto capire di voler rivedere, e soprattutto la politica petrolifera Usa che, forte dell’enorme crescita dello shale oil, sta diventando concorrenziale non solo sul versante delle quantità prodotte – gli Usa si candidano a diventare stabilmente i primi produttori – ma anche dei mercati di esportazione.

Ed è che si innesta la crescente corrispondenza di amorosi sensi fra l’Arabia Saudita e la Russia, che ormai sembrano destinate a superare l’antica freddezza derivante innanzitutto dal sostegno russo all’Iran sciita, autentico arcinemico dei sunniti sauditi. L’accordo Oec del novembre 2016, poi reiterato nel novembre scorso ha sostanzialmente dato vita a una versione allargata dell’Opec, che si chiama Opec plus, che ormai data oltre un anno, dove Russia e Arabia Saudita si sostengono vicendevolmente nel tentativo di controllare il prezzo del petrolio che lo straordinario successo della tecnologia shale ha spostato equilibri storici consolidati. A pochi giorni di distanza l’Opec e l’IEA, poche settimane fa, hanno notato la straordinario crescita della produzione Usa nel finire del 2017, sottolineando come l’aumento di produzione Usa rischi di vanificare i tagli confermati dall’Opec plus. C’è il rischio che la storia si ripeta, commenta IEA nel suo bollettino mensile. E la storia è quella di una sovrapproduzione che ha finito col mettere in ginocchio i paesi produttori tradizionali e di spostare il pendolo del gioco energetico oltre Atlantico. Avere più petrolio da esportare, visto che l’Arabia si dice ne bruci un quarto per produrre energia all’interno, addirittura 700 mila barili al giorno quando per difendersi dal caldo usa l’aria condizionata, è una delle ragioni del bando nucleare.

I russi perciò partecipano al bando nucleare arabo con la compagnia russa Rosatom con qualche chance in più di quante ne avessero appena un decennio addietro, basta ricordare lo storico incontro fra Putin e il re saudita Salman dell’ottobre scorso, trovandosi però a competere con competitors molto agguerriti come la China National Nuclear Corporation (CNNC), la stessa che ha stretto un accordo con la Saudi Geological Survey per incominciare l’esplorazione delle riserve d’uranio, i francesi della EDF, i sudcoreani e gli Usa. Secondo alcuni rumors, gli Usa in prima battuta non erano neanche stati invitati finché il segretario per l’energia Rick Perry non fece capire ai sauditi che avrebbe gradito un invito. Che puntualmente è arrivato nella forma di un consorzio capeggiato dalle Westinghouse Electric Co, azienda in gravi difficoltà in patria. Sicché la questione da semplice opportunità di business è diventata affare geopolitico: chi guadagnerà la commessa? L’asse degli alleati tradizionali, capeggiato dagli Usa con Francia e Corea del Sud, o quello sino-russo, con la Cina che sta guadagnando un ruolo crescente come partner finanziario e tecnico per la Russia, oltre ad essere il migliore cliente per il petrolio saudita, e ha pure fatto circolare la notizia che entro marzo lancerà il suo benchmark in Yuan per quotare il future del petrolio? Aggiungete al quadro che l’espansione nucleare nella regione è molto avanzata e vede le imprese russe in prima fila. E quando si parla di imprese che realizzano impianti nucleare si parla di politica, più che di economia. Gli Emirati Arabi hanno già un reattore costruito in consorzio dai coreani della KEPCO. La Turchia sta costruendo i suoi primi reattori grazie a un consorzio capeggiato dalla Russia e ne ha in ballo altri otto suddivisi in due siti, uno per il quale concorrono un consorzio fra Mitsubishi e la Areva e un altro dove concorrono i cinesi e gli americani della Westinghouse. Anche in Egitto l’hanno spuntata i russi, e lo stesso è accaduto in Giordania.

Tutto si tiene, anche se il puzzle è assai più complesso di come appare a una prima lettura. Di sicuro questi mesi, con gli Emirati Arabi Uniti a comprare per la prima volta un carico di petrolio dal Texas, stanno aggiungendo tessere mai viste al mosaico. E se il futuro è incerto, una cosa sembra certissima: le cose stanno cambiando in profondità. E in fretta.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...