L’ultima frontiera del conflitto fra sovranisti e mondialisti: la contabilità


Leggo l’abstract di un bell’articolo pubblicato sull’ultimo quarterly report della Bis e improvvisamente mi compare l’ultima frontiera lungo la quale si articola il conflitto, chiamiamolo così, fra i sovranisti e i mondialisti che tratteggia la nostra contemporaneità: la contabilità. Vale la pena riportarlo pressoché integralmente: “Man mano che l’economia globale diventa più integrata, aumenta la tensione tra la natura dell’attività economica e il sistema di misurazione che tenta di adeguarvisi. Molte politiche sono ancora determinate misurando l’attività economica a livello nazionale. Ma, sempre più, le aziende e la loro proprietà sono globali, e l’attività economica si svolge in modo geograficamente sparpagliato. Analizziamo diversi problemi importanti creati da questa tensione”.

Una tensione innocua, per carità. Roba da studiosi dei flussi finanziari. Epperò fonte di preoccupazione perché le rappresentazioni che arrivano dalle contabilità nazionali, che come abbiamo già intuito sono in qualche modo distorte dalla realtà della mondializzazione, sono poi la base dati sulla quale vengono costruite le politiche economiche. Un esempio chiarirà subito la complessità della questione. Nelle sue dichiarazioni rilasciate in occasione della presentazione del rapporto, Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis, ha ricordato il caso dell’Irlanda che “nel 2015 ha registrato una crescita del 26% del pil sebbene l’attività economica interna sottostante fosse rimasta invariata”. Questo risultato è conseguenza proprio del modo in cui la contabilità nazionale misura i flussi globali.

“I conti nazionali – spiega Shin – si basano sulla nozione di residenza, ma “residenza” è un concetto giuridico che non coincide sempre con la localizzazione fisica dell’attività di produzione di una società e con il luogo dove i suoi dipendenti lavorano”. La conseguenza di questa impostazione, che deriva dalla consuetudine di analizzare i dati economici degli stati come se fossero isole, frutto della tradizione che vuole lo stato come unità economica, porta con sé alcune conseguenze importanti nel momento in cui le unità economica agiscono su base globale. “Una società che delocalizza la produzione in centri offshore e che vende ai consumatori di tutto il mondo è spesso considerata come esportatrice di beni dal paese di origine, specie quando sono usati apporti di proprietà intellettuale. La rilocalizzazione del domicilio legale può provocare una serie di cambiamenti nella bilancia dei pagamenti di quei paesi che fanno parte della catena di approvvigionamento. Nelle economie aperte di piccole dimensioni, le partite correnti e il PIL sono sensibili alla rilocalizzazione delle multinazionali”. E qui arriviamo al caso dell’Irlanda, dove molte multinazionali hanno delocalizzato e che quindi è un laboratorio ideale per osservare le distorsioni che la “tensione” fra le pratiche di contabilità nazionale e la realtà multinazionale.

Un altro semplice esempio servirà a illustrare tale complessità. Un’azienda residente in uno stato A – gli autori parlano di isola, riferendosi all’unità economica ma il senso è quello di una singola nazione – può siglare un contratto con uno stato B per produrre dei beni e poi può vendere questi beni a uno stato C. “Il bene viene spedito da B a C – spiegano – senza mai toccare le coste di A. La vendita sarebbe comunque considerata come un’esportazione dell’isola A ed entrerebbe nelle sue statistiche commerciali e del PIL. Il PIL dell’isola A salirà anche se nessun lavoratore è impiegato sull’isola”. Questa situazione viene determinata dall’applicazione del concetto di residenza che, riferito a un’azienda, vuol dire per grandi linee che questa azienda ha un forte connessione con un territorio che sta al centro del suo predominante interesse.

Se prendiamo in considerazione il caso del domicilio, somiglia a quello di residenza, ma se ne distingue perché indica la permanenza di un soggetto in un determinato territorio. Per un’azienda di solito si intende il luogo dove tiene la sua sede centrale. E questo non è un semplice dettaglio, visto che tutte le relazioni giuridiche che legano all’azienda le sue filiali e i subappaltatori fanno riferimento proprio al domicilio. “Quando un’azienda cambia il suo domicilio, ne derivano una serie di altri cambiamenti”.

Il punto è che, secondo gli autori, in un contesto globale le due tipologie residenza/domicilio generano due diverse prospettive contabili, statistiche, legali e regolatorie. “Nel quadro statistico internazionale, la vista sulle isole assegna gli agenti economici al paese in cui si ritiene risiedano. Un approccio alternativo è quello di assumere una visione consolidata, che assegna entità economiche al paese di sede dell’istituzione madre. Quest’ultimo approccio è, quindi, più strettamente allineato con la nozione di domicilio. In un quadro consolidato, l’intero gruppo aziendale è assegnato al paese dove si trova il quartier generale, indipendentemente da dove possano risiedere le sue unità operative costitutive”.

E’ utile ricordare che il sistema dei conti nazionali su sviluppato negli anni ’30 e ’40, quindi in un’epoca in cui la mondializzazione era terminata da un pezzo e prevaleva l’idea degli stati nazionali. Da allora il mondo è molto mutato e non è certo un caso che il Fmi abbia più volta aggiornato il manuale della bilancia dei pagamenti (il cosidetto BPM6, del 2009) che ha proprio lo scopo di creare una cornice di regole comuni alle quali i paesi possono far riferimento per redigere la loro contabilità estera. Senza regole comuni sarebbe impossibile qualunque confronto, evidentemente. Ma evidentemente la globalizzazione è stata più veloce di quanto si potesse prevedere, “aumentando la tensione fra la natura dell’attività economica e la sua misurazione”. L’economia si disperde in diversi paesi, lungo i quali si articolano le proprietà delle imprese e la loro produzione e questo “richiede di riorganizzare le unità istituzionali disperse intorno al mondo”.

Osservare il mondo attraverso le nuove lenti globali può condurre a scoperte stupefacenti. Ma soprattutto genera un’altra tensione assai più difficile da distendere: quella fra ciò che crediamo di sapere, e sulla cui base prendiamo decisioni, e ciò che ignoriamo, che perciò non viene considerato e quindi aumenta le probabilità di commettere errori di valutazione. E questo, in un momento nel quale l’economia genera molti problemi, non è il miglior viatico per la loro risoluzione.

(1/segue)

Puntata successiva

 

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  1. Gianni Ercolani

    … spot on.

    The accounting of states is based on the national state concept, that was prevailing in the ‘30s and 40’s.

    Globalization has changed all that, but the rules of accounting have not changed.

    This creates a distorted view of the economic reality for the policy makers.

    Central banks and Governments may be taking wrong decisions based on old accounting models and processes.

    Where have I heard that before ?

    Gianni

    Mi piace

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