Il secolo dei robot mette radici in Cina


Chi teme che la proliferazione dei robot distrugga le opportunità di lavoro per gli umani potrebbe consolarsi dando un’occhiata a una interessante ricognizione proposta sul finire del 2016 dal Centre for European Economic Research tedesco (ZEW) dedicato proprio all’annosa vicenda che sin dai tempi del luddismo affligge il dibattito economico: la tecnologia è un problema per l’occupazione o un’opportunità? La risposta, provvisoria come sono tutte le risposte della ricerca economica, è che è molto più un’opportunità che un problema. La digitalizzazione e la robotica hanno “impattato principalmente sulla struttura dell’occupazione, ma hanno avuto solo pochi o addirittura effetti positivi sul livello di occupazione”, conclude lo studio. E come elemento di comprensione immediata si può osservare, come fa l’International federation of robotics, che proprio la Germania, terza nella classica per densità di robot nell’industria (309 per 10.000 lavoratori) ha visto in tempi recenti la sua occupazione arrivare a superare 44 milioni di unità. Robot e umani collaborano, insomma, in un’economia che funziona bene. Dal che si potrebbe dedurre che se l’economia non funziona bene non è certo colpa dei robot.

Questa conclusione, che certo ospita ampi interrogativi, viene rafforzata se guardiamo alle principali economie che si servono dei robot industriali che non sono né in Europa – la Germania è un’eccezione – né negli Stati Uniti. La patria dei robot è, non caso, l’Asia. Il secolo asiatico trova nelle macchine la sua perfetta rappresentazione, quale metafora del feticcio della produttività che questa regione interpreta meglio di tutti. E anche qui, con dovuti distinguo. La Corea del Sud è il paese con la densità di robot più elevata (631 su 10.000 lavoratori), seguita dal Giappone. Ma la Cina, che pure ha soltanto 68 robot ogni 10.000 lavoratori, ha espresso nel 2016 il 30% della domanda del mercato e si avvia a conquistare il 40% nelle proiezioni degli esperti.

Per dirlo in altro modo, nel 2016 in Cina sono stati acquistati 87.000 robot industriali, più del doppio dei robot acquistati da Corea del sud e Giappone. La Cina ha triplicato la sua densità di robot e si avvia a passo di carica verso la media globale di 74 su 10.000 lavoratori, in una classifica che vede la Russia e l’India fanalino di coda con una densità di robot di 3 ogni 10.000 persone. In sostanza gli acquisti di robot cinesi quasi equivalgono il totale di macchine comprate da Nord america, Sud America ed Europa (97.300).

Altri dati serviranno a dimensionare bene il fenomeno. Sempre nel 2016, l’Asia “impiegava” circa un milione di robot, un terzo dei quali in Cina. L’Europa ne aveva in servizio circa 460 mila e le Americhe circa 300 mila. gli esperti prevedono che in Cina i robot industriali arriveranno a quasi un milione entro un paio d’anni segnando un passo di crescita inarrestabile che condurrà in paese quasi a superare il totale dei robot industriali degli altri paesi asiatici. L’Occidente segna il passo, almeno sui robot industriali, mentre mostra un maggiore interesse per i “service robot”, ossia, nella definizione che ne dà l’IFR, un robot “che svolge compiti utili per l’uomo o le apparecchiature, escluse le applicazioni di automazione industriale”. In questa particolare categoria le Americhe hanno guidato la classifica degli acquisti con circa 30 mila macchine nel 2016, seguita dall’Europa con 16 mila e dall’Asia con 11 mila. Questi robot sono utilizzati per lo più nella logistica, la difesa nazionale, la sanità o l’agricoltura e si prevede che questo business crescerà del 20-25% negli anni prossimi. Anche l’acquisto di robot da parte delle famiglie fa parte di questo mercato. In Asia e America sono stati acquistati circa 3 milioni di robot per uso domestico, a fronte di circa 1 milioni in Europa.

Questi dati ci consentono di guardare alla questione dei robot con maggiore cognizione delle dimensioni della questione. Se un giorno dovessimo scoprire che i robot sono un problema, potremo consolarci pensando che è un problema che riguarda l’Asia, assai più che noi. Ma se scoprissimo il contrario, allora il problema sarebbe tutto nostro.

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