Cina, fra il socialismo e il mercato c’è di mezzo Confucio


Chiunque abbia letto Von Mises avrà abbondanza di argomenti per sostenere la profonda inconciliabilità fra l’idea dell’interventismo, che nelle analisi dell’economista austriaco non può che condurre inevitabilmente al socialismo, e quella del liberalismo che trova nell’economia di mercato, basata sulla proprietà dei mezzi di produzione e la divisione del lavoro, la sua declinazione compiuta. Come ogni schematizzazione anche questa va presa con giudizio e tuttavia non può essere ignorata, per la semplice circostanza che ha rimato il dibattito pubblico occidentale per più di due secoli. Ancora oggi si sentono parole che rievocano questo confronto che somiglia a uno scontro fra superstizioni. Gli adoratori dello stato onnipotente e onnisciente e quelli del mercato che quantomeno fa meno danni dello stato all’economia per la semplice ragione che alloca in maniera più efficiente le risorse che, per definizione stessa dell’economia, sono scarse.

Ora non ci sarebbe alcun bisogno di ricordare questo epico scontro culturale se intanto all’orizzonte del potere globale non si avvedesse il prepotente sorgere della Cina, che secondo alcune stime pubblicate nell’ultimo staff report del Fmi, dal 2030 supererà la produzione Usa divenendo di fatto la prima economia del mondo.

Chiunque conosca la storia cinese sa bene che questa non è una novità. La Cina è stata per secoli, in epoche diverse, la prima economia del mondo. Le sue numerose epopee imperiali, che si sono articolate nell’arco di un paio di millenni, hanno visto sorgere grandi potentati economici basati sostanzialmente sul commercio internazionale. La Cina commerciava seta con la Roma imperiale in epoca Han, arrivava nell’Asia centrale in epoca Tang, penetrava nel Medio Oriente in epoca Song e diventava una potenza globale in epoca Ming e ancor di più sotto il dominio mancese dell’epoca Qing. Le navi cinesi partivano dal Mare cinese meridionale dirette verso l’India e la Persia prima dell’anno mille o navigavano il Grande Canale imperiale. Gli europei hanno imparato dai cinesi la tecnica dei compartimenti stagni dei natanti. Gli imperatori dell’epoca Song incoraggiavano i mercanti a svolgere quelle attività che non erano appannaggio del monopolio statale e consentivano la messa in circolazione della prima cartamoneta. Ciò per dire che applicare la categoria socialismo vs libero mercato all’economia cinese rischia di essere fuorviante. Gli imperi cinesi infatti, pure se fra notevoli saliscendi, si sono sempre ispirati alla filosofia confuciana, che è innanzitutto una pratica di governo basata su alcuni principi morali, che fra le altre cose prevedeva la selezione per esame dei funzionari pubblici. Esami letterari. I letterati cinese erano quello che oggi chiameremo una casta, per quanto illuminata. La tradizione confuciana è molto diversa da quella occidentale. Le varie scuole succedute al maestro, tuttavia, hanno qualcosa in comune: la scarsa considerazione che nutrono per gli affari economici nel contesto degli affari di stato. Semplificando molto, potremmo dire che in economia i confuciani erano teorici del laissez faire, ma sotto l’egida di un governo fortemente centralizzato e a forte vocazione burocratica che spesso sponsorizzava spedizioni all’estero alla ricerca di nuove vie di collegamento.

La tradizione confuciana in Cina ha oltre 2.500 anni. Il fatto che oggi la Cina si dica socialista e dica di volersi aprire al mercato, meglio se globale, non deve ingannare. La Cina fa quello che ha sempre fatto. Ricostruisce un impero dopo un periodo di dissoluzione e usa parole che noi possiamo capire per presentarsi al mondo. La rivoluzione socialista cinese è servita a dare unità al paese. La globalizzazione e il mercato sono gli strumenti che la Cina ha sempre usato per sostenere la sua enorme popolazione. Anche qui un dato serve meglio di ogni ragionamento. Da quanto nel 1978 i comunisti cinesi diedero il via all’epoca delle riforme e all’apertura verso l’esterno i poveri cinesi sono diminuiti di 800 milioni di unità.

Notate l’impennata del pil pro capite da inizio 2000, quando i cinesi entrarono nel WTO, ossia nel commercio globale. Altresì che la diminuzione dei poveri andava avanti già da quasi tre decenni.

Ragionare sul futuro della Cina, specie oggi che il governo ha annunciato un nuovo pattern di sviluppo basato sulla qualità della crescita piuttosto che sulla quantità, significa iniziare a pensare non più in termini di socialismo e liberalismo, ma di confucianesimo. E poi conoscere meglio la sua storia. C’è solo da imparare.

(1/segue)

Seconda puntata: La Cina prepara la sua nuova avventura imperiale

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