Il capitale italiano produce poco ma rende


Torniamo alla nostra tabella diffusa da Istat che misura la produttività e fissiamo adesso l’attenzione sull’altra gamba del nostro sgabello sul quale poggia la nostra economia dopo il lavoro e i fattori totali della produzione: il capitale.

Come si può osservare, nel periodo 1995-2017 la produttività del capitale è stata sempre negativa, in media dello 0,7%. Ciò significa in sostanza che abbiamo investito tanto (l’1,4% medio annuo di incremento) rispetto a quanto abbiamo ottenuto (+0,7 la crescita del VA). Il che dovrebbe suscitare più di un interrogativo. “Questa dinamica – spiega Istat – è il risultato di un andamento molto diverso nelle due fasi 2003-2009 e 2009-2015 dell’accumulazione di capitale. Nel primo periodo, la significativa crescita dell’input di capitale (+1,7% in media d’anno) ha determinato, in presenza di un lieve calo del valore aggiunto (-0,2%), una marcata diminuzione della produttività del capitale (-1,8%). Nel secondo periodo, la discesa degli investimenti fissi lordi ha determinato una diminuzione dell’input di capitale (-0,5% in media d’anno) maggiore rispetto a quella del valore aggiunto (-0,1%) e la produttività del capitale è aumentata dello 0,5%”.

Proviamo a tradurre. Nel periodo fra il 2003 e il 2009 si investiva molto ma con scarso profitto, probabilmente perché il capitale andava verso settori a scarso valore aggiunto. Si pensi all’immobiliare, in quegli anni in gran voga.

Nel periodo successivo (2009-15) gli investimenti sono diminuiti, per non dire crollati (-0,5%) e questo sommandosi algebricamente all’incremento del valore aggiunto del periodo (-0,1%) ha condotto a un aumento della produttività del capitale. Poiché si investe assai di meno, quel poco rende di più, potremmo dire.

Possiamo andare più in profondità se scomponiamo l’input di capitale nelle tre componenti identificate da Istat, ossia input di capitale ICT, di capitale materiale non ICT e di capitale immateriale non ICT.

Osservando la tabella (1995-2017) si vede che l’input della componente che incorpora le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Information and Communication Technology – ICT) è aumentato in media d’anno del 2,8%, la componente immateriale non-ICT (che comprende la Ricerca e Sviluppo) del 3,5% e la componente di capitale materiale non-ICT dell’1,1%. Di conseguenza, la produttività del capitale ICT è diminuita del 2%, quella del capitale immateriale non-ICT del 2,7% e quella del capitale materiale non-ICT dello 0,4%. Come si possono interpretare questi dati? La risposta non è facile e probabilmente ha molto a che fare col modo in cui è organizzato il nostro sistema produttivo. Sappiamo però che l’input di capitale ha ripreso a crescere nel 2016 e nel 2017 a fronte di un aumento del valore aggiunto che ha fatto quindi crescere notevolmente la produttività del capitale che però si è concentrato nella componente del capitale materiale non ICT malgrado il grosso dell’aumento dell’input di capitale si sia concentrato fra capitale ICT e capitale immaterial non ICT.  Ma l’alta produttività del capitale materiale deve molto al fatto che gli input siano stati praticamente nulli, se non negativi (nel 2016), al contrario di quanto avvenuto per le altre tipologie. Il capitale italiano è poco produttivo quando si investe in attività ICT o immateriali. Con un paradosso potremmo dire che diventa produttivo solo quando non si investe.

Ma questo dice solo una parte della verità. Se riprendiamo la tabella dei contributi al valore aggiunto osserviamo che proprio il capitale ha contribuito in gran parte alla crescita del VA dell’ultimo ventennio, seppur con alti e bassi.

Laddove il contributo del capitale va inteso, come da definizione Istat, come “il rapporto tra redditi da capitale e valore aggiunto per la variazione dell’input di capitale”. Questo risultato, di conseguenza, è influenzato assai più dal redditi del capitale che dalla sua produttività.

Cosa possiamo trarre da questa sommaria ricostruzione? Che nell’ultimo ventennio il capitale ha avuto una produttività bassa, ma ha contribuito notevolmente alla crescita del valore aggiunto. A fronte di un input di capitale elevato e una valore aggiunto basso, stante la definizione Istat, possiamo dedurre che il grosso di questo contributo derivi dall’aumento dei redditi da capitale. Potremmo dire con una battuta che il capitale italiano produce poco ma rende. Purtroppo c’è poco da ridere.

(2/fine)

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