Dollaro ed equilibri globali in una fase di de-globalizzazione


Questo articolo è stato pubblicato lo scorso 4 dicembre sull’edizione on line di Aspenia.

Nulla racconta meglio del tramonto di un impero quanto osservare le vicissitudini della sua moneta. Cento anni fa, quando ancora il mondo degli affari era denominato in sterline, la Grande Guerra segnò l’inizio del tramonto per il dominio di Londra nel mondo finanziario. Ma ci vollero alcuni decenni prima che la sterlina perdesse la sua supremazia. Solo nel secondo dopoguerra il dollaro si affermò definitivamente come principale valuta di riserva, nonché quale strumento del commercio internazionale e finanziario. La sterlina rimase dignitosamente a far presenza, come capiterà allo yen alcuni decenni dopo e più tardi ancora al giovane euro e al giovanissimo yuan, che solo di recente ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel Grande Gioco valutario.

Ma la circostanza dirimente, al di là delle riserve internazionali, è che i mercati contano in dollari ogni cosa. La valuta USA è di fatto, se non di diritto, la valuta internazionale. Il dollaro nel tempo ha consentito agli Usa di mantenere quell’esorbitante privilegio che già negli anni ’60 indignava le élite francesi. Gli Stati Uniti, a differenza degli altri paesi, non hanno bisogno di guadagnare o farsi prestare dollari per finanziare i propri deficit commerciali, perché li emettono. E non c’è solo questo. Washington mantiene un attivo sulla parte corrente della bilancia dei pagamenti, nella sezione dei redditi da investimenti, malgrado la posizione netta degli investimenti USA sia negativa da moltissimo tempo.

A ben vedere, tuttavia, questo “privilegio” nazionale ha giovato molto alla causa della crescita internazionale. Proprio come accadde con la sterlina ai tempi della prima globalizzazione, dall’ultimo trentennio del XIX secolo fino alla prima guerra mondiale, il dollaro ha consentito nel secondo dopoguerra uno sviluppo notevolissimo dei commerci di beni e di capitali. La lingua franca del dollaro ha rimpicciolito il mondo, e così ha favorito i processi di globalizzazione. Giocoforza chiedersi se le pulsioni de-globalizzanti che spirano dall’Occidente, a cominciare proprio dagli Stati Uniti, ci porteranno ad assistere al tramonto dell’egemonia del dollaro nei mercati valutari. De-dollarizzazione equivale a de-globalizzazione?

Il resto dell’articolo è disponibile a questo link.

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