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Corrispondenza d’amorosi sensi monetari fra Cina e Russia


Se una globalizzazione si compone, fra le altre cose, di rotte commerciali e merci, è fuor di dubbio che la moneta, in quanto denominatore comune degli scambi, sia un’altra componente fondamentale. Nulla di strano perciò che anche su questo fronte avvengano sommovimenti che si annunciano sfidanti per l’egemone statunitense e il suo dollaro, alle prese non soltanto con le valute tradizionali, ma anche con quelle assai più perfide – perché nessuno può davvero dire di cosa saranno capaci – che provengono dai computer e vengono emesse da soggetti non statali, ma con fatturati superiori a quello di molti stati. Alle valuta digitali abbiamo dedicato lunghi approfondimenti, quindi non serve tornarci qui.

Conviene invece occuparci di quel che si agita nel vecchio e rassicurante – ma davvero poi? – mondo delle valute analogiche, quella emessi dalle banche centrali per conto dei loro governi. E in particolare di due di questi paesi che sembrano sempre più esprimere una certa comunanza di intenti, chissà poi quando autentica: la Russia e la Cina.

Lo spunto ce lo offre l’auspicio rivolto qualche giorno fa dal presidente russo Putin nel corso del forum “Russia calling” che Russia e Cina aumentino il livello di scambio reciproco denominato nelle loro valute nazionali. Aggiungendo che i due paesi sono impegnati per trovare punti di contatto fra la BRI cinese e L’Unione economica eurasiatica di Putin, avendo già creato comitati congiunti di esperti per individuare le modalità di questa collaborazione.

Da questo punto di vista la relazione fra Cina e Russia non può certamente evitare la questione monetaria. La Russia, sottoposta da tempo a sanzioni, è alle prese con un lungo e complesso processo di de-dollarizzazione che l’ha condotta non solo a diminuire sostanzialmente le riserve in dollari, ma anche a sperimentare i primi approcci di pagamento in valuta diversa dal dollaro – stavolta in euro – per le sue forniture energetiche. Una prassi, quest’ultima, che potrebbe riservare notevoli sorprese in futuro.

La Cina, dal canto suo, oltre ad aver lanciato ormai da tempo un future sul petrolio denominato in yuan, che vive allegramente nella borsa di Shanghai, è anch’essa impegnata in un ambizioso piano di internazionalizzazione della propria moneta, che trova nei mezzi finanziari messi a disposizione per i progetti della BRI i suoi strumenti ideali di diffusione. Non solo. Anche l’idea di emettere uno yuan digitale, direttamente dalla banca centrale, potrebbe giovare allo scopo. Giova anche ricordare che ormai da anni la valuta cinese è stata inserita nel basket del Fmi che serve a comporre i diritti speciali di prelievo, ossia l’unità di conto del Fondo.

Oltre a questi movimenti, tracciati per grandi linee, che i singoli paesi hanno messo in campo, ci sono anche quelli che sono stati svolti vicendevolmente. O meglio che alcuni paesi emergenti dicono di voler realizzare. Scambi in valuta russa o cinese fra i due paesi ci sono già, come d’altronde avvengono scambi in valute diverse dal dollaro fra Russia e Iran. Ma adesso la collaborazione potrebbe ampliarsi coinvolgendo anche gli altri BRICS. Le cronache raccontano di possibili collaborazioni fra i paesi emergenti per la creazione di un sistema di pagamenti alternativo allo SWIFT, un vecchio pallino russo, magari condito con un po’ di criptovalute per dare appeal alla cosa.

Anche qui, non importa al momento che tutto questo accada sul serio. Quel che conta è osservare questi fenomeni con la consapevolezza che la corrispondenza di amorosi sensi russo-cinese non risparmi neanche il caposaldo monetario della nostra attuale globalizzazione, ossia il dollaro. La storia ci dirà se questi tentativi avranno esito e quali. Intanto ci dice che questo processo, squisitamente ri-globalizzante – è già iniziato. Non è l’unico. E questa è un’altra notizia.

 

Dollaro ed equilibri globali in una fase di de-globalizzazione


Questo articolo è stato pubblicato lo scorso 4 dicembre sull’edizione on line di Aspenia.

Nulla racconta meglio del tramonto di un impero quanto osservare le vicissitudini della sua moneta. Cento anni fa, quando ancora il mondo degli affari era denominato in sterline, la Grande Guerra segnò l’inizio del tramonto per il dominio di Londra nel mondo finanziario. Ma ci vollero alcuni decenni prima che la sterlina perdesse la sua supremazia. Solo nel secondo dopoguerra il dollaro si affermò definitivamente come principale valuta di riserva, nonché quale strumento del commercio internazionale e finanziario. La sterlina rimase dignitosamente a far presenza, come capiterà allo yen alcuni decenni dopo e più tardi ancora al giovane euro e al giovanissimo yuan, che solo di recente ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel Grande Gioco valutario.

Ma la circostanza dirimente, al di là delle riserve internazionali, è che i mercati contano in dollari ogni cosa. La valuta USA è di fatto, se non di diritto, la valuta internazionale. Il dollaro nel tempo ha consentito agli Usa di mantenere quell’esorbitante privilegio che già negli anni ’60 indignava le élite francesi. Gli Stati Uniti, a differenza degli altri paesi, non hanno bisogno di guadagnare o farsi prestare dollari per finanziare i propri deficit commerciali, perché li emettono. E non c’è solo questo. Washington mantiene un attivo sulla parte corrente della bilancia dei pagamenti, nella sezione dei redditi da investimenti, malgrado la posizione netta degli investimenti USA sia negativa da moltissimo tempo.

A ben vedere, tuttavia, questo “privilegio” nazionale ha giovato molto alla causa della crescita internazionale. Proprio come accadde con la sterlina ai tempi della prima globalizzazione, dall’ultimo trentennio del XIX secolo fino alla prima guerra mondiale, il dollaro ha consentito nel secondo dopoguerra uno sviluppo notevolissimo dei commerci di beni e di capitali. La lingua franca del dollaro ha rimpicciolito il mondo, e così ha favorito i processi di globalizzazione. Giocoforza chiedersi se le pulsioni de-globalizzanti che spirano dall’Occidente, a cominciare proprio dagli Stati Uniti, ci porteranno ad assistere al tramonto dell’egemonia del dollaro nei mercati valutari. De-dollarizzazione equivale a de-globalizzazione?

Il resto dell’articolo è disponibile a questo link.

L’ultima frontiera della de-globalizzazione è la de-dollarizzazione


Provare a leggere la filigrana della nostra contemporaneità ci costringe a cercarne per ogni dove gli indizi, scoprendoli nascosti in miriadi di cronache che paiono non afferenti quando invece lo sono. Qualche esempio servirà a tratteggiare lo scenario. Il future cinese sul petrolio ha concluso il mese scorso la sua prima consegna fisica di greggio. Un notevole passo in avanti della Cina nel gioco globale dei mercati delle commodity, sul quale Pechino investe da tempo. Il ministro delle finanze russo, di recente, ha suggerito alle compagnie nazionali di fare meno uso di dollari nei loro scambi commerciali. All’inizio di settembre aveva fatto un certo scalpore la dichiarazione di Juncker sull’uso spropositato di dollari nelle transazioni energetiche dell’Europa, che hanno fatto il paio, poco tempo dopo, con quelle della Mogherini relative alla creazione di un veicolo finanziario per regolare le transazioni con l’Iran una volta entrate in vigore le sanzioni Usa. Gli esempi potrebbero continuare, ma la cornice è evidente. La pulsione al multilateralismo ne sta generando una di eguale portata strategica verso un mondo multi-valutario, dove non sia più il dollaro la valuta internazionale, di fatto se non di diritto, potendo contare sulla sua straordinaria liquidità e stabilità che implicano un rischio cambio contenuto. Nel mondo ancora oggi la gran parte del commercio globale, per tacere delle riserve valutarie, è denominato in dollari e questo in qualche modo ha semplificato i processi di globalizzazione, sia delle merci che dei capitali. Sarebbe lo stesso in un mondo multivalutario? C’è il rischio concreto che alla de-dollarizzazione, cui ormai puntano con molta evidenze diverse economie, finisca col corrispondere una de-globalizzazione a favore di un più diffuso regionalismo più o meno autarchico?

Rispondere a queste domande è compito del futuro. Qui ci si deve limitare a mettere insieme i pezzi del puzzle sempre più complesso che le cronache ci propongono continuamente limitandoci ad analizzare possibile cause e conseguenze, senza la pretesa di essere esaustivi, ma limitandoci alla ricerca delle linee di tensione lungo le quali la pulsione de-globalizzante, che esiste e si dipana anche proprio da quel centro politico che si chiama Stati Uniti d’America, si diffonde nel mondo nutrendo i vari tipi di sovranismo politico che della de-globalizzazione sono una delle declinazioni visibili. Una conseguenza, più che una causa.

Sbaglierebbe chi pensasse che questo argomento sia esotico. Moltissimi guardano alla de-dollarizzazione come una possibilità concreta e si inizia persino a ipotizzarne le conseguenze. Di recente l’argomento è stato oggetto di un articolo pubblicato da Bruegel, pensatoio di stanza a Bruxelles, che ha il merito di riepilogare lo scenario in maniera chiara a chiunque voglia inerpicarsi lungo i ripidi di una questione di grande complessità economica, ma soprattutto politica, visto che l’età del dollaro, esattamente come lo è stata quella della sterlina nel periodo anteriore alla prima guerra mondiale, ha segnato la storia contemporanea per decenni e nessuno che abbiamo buon senso può pensare che finirà molto presto (a meno di catastrofi, ovviamente). E tuttavia il fatto che le tensioni internazionali abbiano attivato certe pulsioni dovrebbe farci riflettere. Per la Russia, ad esempio, uno dei motivi principali del suo volersi de-dollarizzare sono le sanzioni Usa, che di fatto tagliano fuori le banche russe dal sistema finanziario globale che parla la lingua del dollaro. Circostanza simile a quanto accadrà a breve all’Iran, che però ha il vantaggio, chiamiamolo così, di essere partner importante di molti paesi europei e soprattutto della Cina. Quest’ultima, poi, vive un dilemma finanziario di non facile soluzione. Da una parte infatti la Cina è fortemente dipendente dai suoi acquisti in dollari, stante la sua voracità di materie prime, e questo nel tempo l’ha “costretta” ad alimentare cospicui riserve in valuta Usa, con ciò costruendo quel legame assai difficile da spezzare fra la buona salute del dollaro e quella della ricchezza cinese. Dall’altra spinge parecchio per internazionalizzare la sua valuta preparandosi da tempo alla piena convertibilità (al momento in sordina) che suona un po’ come l’ammissione definitiva al club ristretto delle economie pienamente globali che esprimono una valuta di riserva davvero competitiva. Come l’euro appunto, che in questa partita gioca un ruolo ambiguo potendo recitare perfettamente il ruolo dell’ufficiale di collegamento fra le istanze di alcuni paesi che vogliono de-dollarizzarsi (si pensi alla Russia) e il sistema finanziario internazionale. Salvo per la circostanza che l’Ue, pure ai tempi di Trump, è ancora il principale alleato degli Usa.

In tal senso la de-dollarizzazione, possibile o eventuale, passa innanzitutto per le scelte europee e trova nel commercio lo strumento dove esercitarsi. E questo ci riporta alle dichiarazioni di Juncker di settembre. Ha senso che l’Europa paghi in dollari la sua spesa energetica a fronte del fatto che appena il 2% di quella spesa si indirizzi verso gli Usa? O meglio: ha ancora senso?

(1/segue)

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