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La lunga marcia dello Yuan digitale si avvicina alla svolta


Le ultime notizie che arrivano dal fronte cinese, relativamente allo sviluppo di una moneta digitale di banca centrale, rendono necessario fermarsi un attimo per provare a capire le implicazioni dell’ardimentosa sperimentazione cinese che può provocare un piccolo terremoto non solo in tutto l’universo fintech, ma anche nel gioco valutario globale.

E’ facile comprendere perché. Anche se solo per “gioco”, nel senso che l’esperimento cinese riguarda al momento solo quattro città, sono già in partita 20 grandi aziende cinesi e quattro grandi banche statali che funzionano da cinghia di trasmissione della banca centrale cinese. Il tutto riguarda decine di milioni di persone, che sono chiamate a sperimentare la fungibilità di un sistema di pagamento cashless, usando una tecnologia statale di pagamento elettronico con dentro una moneta statale. Una rivoluzione, né più né meno.

Conviene fare un passo indietro per ricordare di cosa stiamo parlando. Dello yuan digitale ci siamo già occupati osservandone per grandi linee il modo di funzionamento – semplificando: un sistema a due livelli, il primo fra banca centrale e banche commerciali, il secondo fra queste ultimi e gli utilizzatori – seguendo le notizia apparse nei mesi scorsi cui hanno fatto seguito alcune allocuzioni da parte dei responsabili della banca centrale cinese. In particolare, nell’aprile scorso la banca centrale cinese spiegò che erano in corso dei semplici test che riguardavano quattro città che si stavano svolgendo senza interferire con la normalità delle transazioni e con i mercati finanziari.

Il messaggio, insomma, era chiaro: volare basso. Anche perché un mondo terrorizzato dalla pandemia non è il migliore di quelli possibili per parlare di cose complicate, mentre lo è sicuramente per farle progredire silenziosamente.

E così arriviamo a oggi. La sperimentazione è divenuta una cosa estremamente seria e adesso molti osservatori si cominciano a chiedere – meglio tardi che mai – se la Cina non abbia finito per essere l’avanguardia di uno sviluppo al quale i paesi avanzati iniziano solo di recente a giudicare come possibile, come dimostrano i tanti studi che si stanno moltiplicando sul tema, promossi anche dalla Banca dei Regolamenti internazionali.

Alcuni dettagli che emergono dalle cronache ci aiutano a capire la portata dell’innovazione. Nella quattro città oggetto della sperimentazione – Shenzhen, Suzhou, Chengdu, and Xiong’an – a maggio una parte della retribuzione sarebbe stata versata in yuan digitali. Ciò aveva come presupposto che le banche coinvolte nella sperimentazione avessero convertito parte dei loro depositi presso la banca centrale in valuta digitale – sostituendo quindi nella M0 le banconote con lo yuan virtuale – oltre ad aver sviluppato e testato i wallet necessari per far circolare questa valuta in un sistema di pagamenti alternativo. Ciò ha reso possibile accreditare parte della retribuzione sul conto corrente in denaro virtuale.

Ma l’aspetto più interessante, che probabilmente si andrà a definire, riguarderà proprio coloro che non hanno conto corrente. Il futuro sono i pagamenti mobili utilizzando un credito diverso da quello bancario. Magari quello telefonico. Sarà un caso, ma nel consorzio di grandi gruppi che partecipano alla sperimentazione troviamo, oltre alle banche – Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), China Construction Bank, Agricultural Bank of China, and Bank of China – tre compagnie telefoniche:  China Telecom, China Mobile, and China Unicom, insieme all’onnipresente Huawei.

I giganti hi tech ovviamente, fanno parte del gioco, e non  potrebbe essere diversamente. Vuoi perché gestiscono già applicazioni proprietarie di moneta elettronica con sistema di pagamento, come Alipay a WeChat, vuoi perché hanno già centinaia di milioni di dati sugli user che utilizzano questi sistemi, che è assolutamente necessario mettere a sistema nello schema del Digital Currency Electronic Payment (DCEP).

Chiaro che un sistema siffatto generi qualche preoccupazione. Non solo per chi teme per la privacy, definitivamente sotto gli occhi dello stato che tramite una valuta virtuale potrà tracciare ogni movimento, ma anche per chi si domanda come questa innovazione, una volta che sarà digerita e diverrà comune, impatterà sul sistema monetario internazionale.

I cinesi non saranno ovviamente gli unici a mettere in circolazione una moneta digitale di banca centrale. Ma potrebbero essere i primi. E visto il loro peso specifico sull’economia internazionale, sarà un primato pesante.

Corrispondenza d’amorosi sensi monetari fra Cina e Russia


Se una globalizzazione si compone, fra le altre cose, di rotte commerciali e merci, è fuor di dubbio che la moneta, in quanto denominatore comune degli scambi, sia un’altra componente fondamentale. Nulla di strano perciò che anche su questo fronte avvengano sommovimenti che si annunciano sfidanti per l’egemone statunitense e il suo dollaro, alle prese non soltanto con le valute tradizionali, ma anche con quelle assai più perfide – perché nessuno può davvero dire di cosa saranno capaci – che provengono dai computer e vengono emesse da soggetti non statali, ma con fatturati superiori a quello di molti stati. Alle valuta digitali abbiamo dedicato lunghi approfondimenti, quindi non serve tornarci qui.

Conviene invece occuparci di quel che si agita nel vecchio e rassicurante – ma davvero poi? – mondo delle valute analogiche, quella emessi dalle banche centrali per conto dei loro governi. E in particolare di due di questi paesi che sembrano sempre più esprimere una certa comunanza di intenti, chissà poi quando autentica: la Russia e la Cina.

Lo spunto ce lo offre l’auspicio rivolto qualche giorno fa dal presidente russo Putin nel corso del forum “Russia calling” che Russia e Cina aumentino il livello di scambio reciproco denominato nelle loro valute nazionali. Aggiungendo che i due paesi sono impegnati per trovare punti di contatto fra la BRI cinese e L’Unione economica eurasiatica di Putin, avendo già creato comitati congiunti di esperti per individuare le modalità di questa collaborazione.

Da questo punto di vista la relazione fra Cina e Russia non può certamente evitare la questione monetaria. La Russia, sottoposta da tempo a sanzioni, è alle prese con un lungo e complesso processo di de-dollarizzazione che l’ha condotta non solo a diminuire sostanzialmente le riserve in dollari, ma anche a sperimentare i primi approcci di pagamento in valuta diversa dal dollaro – stavolta in euro – per le sue forniture energetiche. Una prassi, quest’ultima, che potrebbe riservare notevoli sorprese in futuro.

La Cina, dal canto suo, oltre ad aver lanciato ormai da tempo un future sul petrolio denominato in yuan, che vive allegramente nella borsa di Shanghai, è anch’essa impegnata in un ambizioso piano di internazionalizzazione della propria moneta, che trova nei mezzi finanziari messi a disposizione per i progetti della BRI i suoi strumenti ideali di diffusione. Non solo. Anche l’idea di emettere uno yuan digitale, direttamente dalla banca centrale, potrebbe giovare allo scopo. Giova anche ricordare che ormai da anni la valuta cinese è stata inserita nel basket del Fmi che serve a comporre i diritti speciali di prelievo, ossia l’unità di conto del Fondo.

Oltre a questi movimenti, tracciati per grandi linee, che i singoli paesi hanno messo in campo, ci sono anche quelli che sono stati svolti vicendevolmente. O meglio che alcuni paesi emergenti dicono di voler realizzare. Scambi in valuta russa o cinese fra i due paesi ci sono già, come d’altronde avvengono scambi in valute diverse dal dollaro fra Russia e Iran. Ma adesso la collaborazione potrebbe ampliarsi coinvolgendo anche gli altri BRICS. Le cronache raccontano di possibili collaborazioni fra i paesi emergenti per la creazione di un sistema di pagamenti alternativo allo SWIFT, un vecchio pallino russo, magari condito con un po’ di criptovalute per dare appeal alla cosa.

Anche qui, non importa al momento che tutto questo accada sul serio. Quel che conta è osservare questi fenomeni con la consapevolezza che la corrispondenza di amorosi sensi russo-cinese non risparmi neanche il caposaldo monetario della nostra attuale globalizzazione, ossia il dollaro. La storia ci dirà se questi tentativi avranno esito e quali. Intanto ci dice che questo processo, squisitamente ri-globalizzante – è già iniziato. Non è l’unico. E questa è un’altra notizia.