La via del gas che unisce Turchia e Russia (e la Cina)


La seta di oggi, ossia ciò che tutti desiderano per la semplice ragione che non possono farne a meno, è anche il carburante. Petrolio, quindi, ma anche gas. Soprattutto gas, visto che la vulgata lo individua come la risorsa energetica del futuro anche in ragione del suo impatto ambientale più contenuto.

Le vie della seta oggi, perciò, aldilà del fascino della rievocazione storica che anima l’intero impianto narrativo della Belt and Road initiative cinese, sono innanzitutto le rotte, già operative o in costruzione, che conducono la seta del XXI secolo, quindi anche le risorse energetiche, nei mercati di consumo, in buona parte concentrati in Europa, che ne ha un disperato bisogno.

Non è certo una novità. Nell’epoca della seta, quella vera, l’ambìto prodotto cinese arrivava nell’Occidente ricco contribuendo a spostare verso Oriente enorme quantità di metalli preziosi. Oggi, come ieri, l’Occidente Europeo è dove si concentra il mercato dei produttori orientali, con l’aggravante che a differenza della seta, prodotto futile, petrolio e gas sono assolutamente utili. Meglio: sono necessari. E poiché l’Europa Occidentale deve acquistare queste risorse essendo in costante deficit energetico, ecco che la via della seta – una delle tante possibili nel XXI secolo – assume la fisionomia delle rotte marittime, che collegano i produttori ai mercati di sbocco, e quelle terrestri, che sono gasdotti e oleodotti.

Questi ultimi sono strutture complesse che attraversano lunghi territori e quindi sono candidati naturali nel promuovere l’intreccio di relazioni fra questi territori che fatalmente tendono a diventare politiche. Possiamo farcene un’idea sbirciando l’andamento di un’opera che racconta molto di una relazione in costruzione ma già molto profonda; quella fra Russia e Turchia.

Quest’ultima, l’abbiamo già osservato, è la candidata naturale a proporsi come hub verso l’Europa in virtù della sua posizione geografica che conduce naturalmente verso Occidente. E questo la Russia, che ha bisogno di convogliare il suo gas verso Occidente, lo sa benissimo. Questo ci conduce all’opera che si avvia ormai a diventare una realtà e che è destinata a modificare profondamente lo stato delle relazioni russo-turche: il gasdotto TurkStream.

 

Si tratta di un’opera che molto facilmente può stimolare la fantasia degli analisti geopolitici, e con buone ragioni. Anche se, ed è sempre meglio ricordarlo, non sempre è corretto trarre conclusioni semplici quando si ragiona su questioni complesse come quelle del mondo dell’energia, dove un interesse reciproco molto facilmente può trasformarsi in motivo di scontro.

La notizia che entro la fine dell’anno sarebbero stati conclusi i lavori per il TurkStream ha iniziato a circolare nella metà del novembre scorso, per diventare poi un fatto acquisito alla fine di novembre, quando il presidente turco Erdogan ha annunciato che il gasdotto sarebbe diventato operativo l’8 gennaio prossimo. Dicono che all’inaugurazione parteciperà anche Putin, con ciò contribuendosi a rinsaldare quella collaborazione che lega ormai da diverso tempo la Russia alla Turchia, con la crisi siriana nel ruolo di levatrice, quanto meno in relazione alle vicende militari e che ha condotto – fra le altre cose all’acquisto di armi russe da parte della Turchia, componente della Nato, che ha molto irritato alcuni partner dell’alleanza.

Ma prima ancora dei sistemi missilistici e della crisi siriana, il gas ha avvicinato moltissimo Russia e Turchia, come ricorda la russa Gazprom nel suo sito, utilizzando il Blue Stream e la Trans Balkan pipelines.

Il nuovo gasdotto russo-turco TurkStream è la prova lampante della crescente collaborazione fra i due paesi, visto che questa nuova via della seta energetica, che si stima condurrà gas lungo una infrastruttura che tocca i due chilometri di profondità nel Mar Nero, dovrebbe portare gas anche in Serbia – che di recente ha firmato un accordo di libero scambio con l’Unione euroasiatica di Putin – e in Ungheria, già al centro delle mire ferroviarie cinesi, nonché divenuta azionista del nostro porto di Trieste. Ecco quindi una delle tante tracce del triangolo di interessi che lega sempre più saldamente Turchia, Russia e Cina, nel suo relazionarsi con l’Europa, nelle sue varie articolazioni, nel ruolo di terminale.

Vale la pena sottolinea che lo stesso giorno che Erdogan annunciava l’avvio imminente di TurkStream, il presidente turco presenziava alla cerimonia di inaugurazione del TANAP (Trans Anatolian natural gas pipeline) che trasporta il gas dell’Azerbaigian lungo tutta la Turchia diretto verso la Grecia e la nostra Puglia con il TAP.

La nuova seta d’Oriente, insomma, che oggi è anche il gas, sta lentamente tessendo la sua ragnatela per arrivare sui mercati di sbocco. Quindi l’Europa innanzitutto: all’elenco delle opere in corso manca solo il Nord Stream 2 che collega la Russia alla Germania tramite il Baltico, un mare che sta recuperando la sua centralità nel grande gioco geopolitico europeo, e che ha suscitato le ire degli Usa che temono legami sempre più stretti fra Germania e Russia.

Il NS2 ha un futuro incerto, perciò. Ma questo non vuol dire che la globalizzazione del gas russo, passando per la Turchia o dovunque convenga, subirà danni irreversibili.

Proprio in questi giorni Putin, infatti, ha presentato un’altra opera, stavolta con il suo collega cinese Xi: il “Power of Siberia” un gasdotto che unisce la Siberia alla Cina.

 

A questo punto il triangolo degli interessi fra Russia, Cina e Turchia, si inizia a intravedere con maggior chiarezza. E il gas, di cui hanno bisogno gli europei come i cinesi, candida la Russia al ruolo di connettore fra l’Asia e l’Europa. Certo, non si vive di solo gas. Ma oggi non si vive neanche senza.

 

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