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La questione energetica cinese. La fuga nel gas


Fino a ieri, prima che iniziasse il nuovo secolo, il gas era una fonte energetica residuale per i cinesi. Oggi, che la Cina ha promesso urbi et orbi di de-carbonizzarsi, il gas è divenuto una delle fonti privilegiate della politica energetica di Pechino, e quindi una variabile rilevante nel grande gioco della geoeconomia. Le vie gas non sono meno rilevanti di quelle del petrolio, a ben vedere.

I dati sono chiari. Nel periodo fra il 2000 e il 2019 il consumo di gas è cresciuto a una media del 14% l’anno, aumentando insieme al desiderio dei cinesi di respirare un’aria più pulita.

Già nel 2016 la Cina era divenuta il terzo grande consumatore mondiale di gas, e tuttavia la quota globale rimane relativamente bassa. La regione Asia/Pacifico consuma un quinto del gas del mondo. La Cina sta sotto il 10%.

Gran parte di questa quota – circa il 40% – viene utilizzata dall’industria, mentre le famiglie pesano circa il 25%. Nell’ultimo decennio il settore dei trasporti ha portato la sua quota di consumi al 15%.

L’International Energy Agency (IEA) prevede che questi consumi cresceranno ancora in futuro, anche se ci vorrà del tempo perché il gas detronizzi il carbone, che pesa ancora oltre il 60% nella produzione di energia elettrica.

Meno nota, l’informazione che la Cina sia il sesto produttore di gas al mondo dopo Usa, Russia, Iran, Canada e Qatar. La produzione è cresciuta notevolmente negli anni fra il 2004 e il 2010.

Fino al 2008 il gas cinese riusciva a coprire il consumo di gas del paese, ma poi, come si può osservare dal primo grafico la forchetta si è allargata. Ormai la produzione nazionale copre meno del 60% dei consumi. E così il gas è diventato un problema (di approvvigionamento) oltre che un’opportunità (di consumo). Anche perché la produzione cinese non si prevede in grande espansione nel futuro prossimo (si stima una crescita della produzione di 54 Bmc entro il 2025), a meno che non si riescano a smobilizzare le notevoli riserve non convenzionali di gas, che al momento risulta difficile e antieconomico utilizzare. Ma in futuro chissà. La fame di gas fa miracoli.

Al momento la produzione nazionale è dominata dalla China National Petroleum Corporation (CNPC), che con la sua sussidiaria PetroChina ha prodotto 119 Bmc di gas naturale nel 2019. Le altre due compagnie statali energetiche, la Sinopec e la China National Offshore Oil Corporation (CNOOC), hanno prodotto un altro 20% dell’output complessivo dell’anno. Dal maggio scorso anche le compagnie straniere sono state invitate ad esplorare i siti cinesi alla ricerca di gas, e già si sono fatte avanti ExxonMobil, Shell e BP, ma siamo ancora ai preliminari.

Il paese sperimenta anche la trasformazione di carbone in gas (synthetic natural gas, SNG), ma non si p ancora andati oltre il 2% della produzione (nel 2018), e si sta iniziando anche a produrre biogas.

Sicché le importazioni diventano determinanti, e con esse le relazioni geopolitiche che ne sono il naturale complemento. Per rifornirsi Pechino usa il gas liquefatto (LNG) trasporto per nave – si pensi al gas russo importato dalla penisola russa di Yamal – che gas naturale lungo vari gasdotti.

Si stima che entro l’anno prossimo la Cina possa divenire la prima importatrice di gas, dopo essere diventata la prima importatrice di greggio. già oggi la domanda cinese pesa circa la metà della domanda globale nel gas liquefatto.

E questo spiega perché le corporation cinesi abbiano investito così massicciamente in progetti di joint venture in Australia – il più grande produttore nell’Asia-Pacifico – Russia e persino Mozambico.

Le importazione di LNG Usa sono state soggette alle scaramucce della guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump e fra altri e bassi sono ancora a livelli piuttosto contenuti.

Le strade del gas cinese sono numerose, di conseguenza, e molto ramificate.

Già dal 2010 sono iniziate le importazioni da Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakhstan attraverso la Central Asian pipeline, che nel 2015 ha raggiunto i 55 miliardi di metri cubi l’anno, con la previsione di arrivare a 85 con l’apertura della linea fra Turkmenistan, Tajikistan e Kyrgyzstan.

Nel 2013 sono iniziate le importazioni dal Myanmar, che però rimangono alquanto contenute. Più rilevante l’accordo con i Russia del 2014 che ha condotto al gasdotto Power of Siberia che entro il 2025 arriverà a 38 miliardi di metri cubi.

La Russia peraltro ha più volte proposto alla Cina la realizzazione congiunta di un’altra infrastruttura, l’Altai gas pipeline.

Chiaro perciò da chi dipendano le forniture cinesi di gas. Chiare anche le conseguenze politiche.

(5/segue)

Puntata precedente. La variabile geopolitica del nucleare

Puntata finale. Gli investimenti esteri

La via del gas che unisce Turchia e Russia (e la Cina)


La seta di oggi, ossia ciò che tutti desiderano per la semplice ragione che non possono farne a meno, è anche il carburante. Petrolio, quindi, ma anche gas. Soprattutto gas, visto che la vulgata lo individua come la risorsa energetica del futuro anche in ragione del suo impatto ambientale più contenuto.

Le vie della seta oggi, perciò, aldilà del fascino della rievocazione storica che anima l’intero impianto narrativo della Belt and Road initiative cinese, sono innanzitutto le rotte, già operative o in costruzione, che conducono la seta del XXI secolo, quindi anche le risorse energetiche, nei mercati di consumo, in buona parte concentrati in Europa, che ne ha un disperato bisogno.

Non è certo una novità. Nell’epoca della seta, quella vera, l’ambìto prodotto cinese arrivava nell’Occidente ricco contribuendo a spostare verso Oriente enorme quantità di metalli preziosi. Oggi, come ieri, l’Occidente Europeo è dove si concentra il mercato dei produttori orientali, con l’aggravante che a differenza della seta, prodotto futile, petrolio e gas sono assolutamente utili. Meglio: sono necessari. E poiché l’Europa Occidentale deve acquistare queste risorse essendo in costante deficit energetico, ecco che la via della seta – una delle tante possibili nel XXI secolo – assume la fisionomia delle rotte marittime, che collegano i produttori ai mercati di sbocco, e quelle terrestri, che sono gasdotti e oleodotti.

Questi ultimi sono strutture complesse che attraversano lunghi territori e quindi sono candidati naturali nel promuovere l’intreccio di relazioni fra questi territori che fatalmente tendono a diventare politiche. Possiamo farcene un’idea sbirciando l’andamento di un’opera che racconta molto di una relazione in costruzione ma già molto profonda; quella fra Russia e Turchia.

Quest’ultima, l’abbiamo già osservato, è la candidata naturale a proporsi come hub verso l’Europa in virtù della sua posizione geografica che conduce naturalmente verso Occidente. E questo la Russia, che ha bisogno di convogliare il suo gas verso Occidente, lo sa benissimo. Questo ci conduce all’opera che si avvia ormai a diventare una realtà e che è destinata a modificare profondamente lo stato delle relazioni russo-turche: il gasdotto TurkStream.

 

Si tratta di un’opera che molto facilmente può stimolare la fantasia degli analisti geopolitici, e con buone ragioni. Anche se, ed è sempre meglio ricordarlo, non sempre è corretto trarre conclusioni semplici quando si ragiona su questioni complesse come quelle del mondo dell’energia, dove un interesse reciproco molto facilmente può trasformarsi in motivo di scontro.

La notizia che entro la fine dell’anno sarebbero stati conclusi i lavori per il TurkStream ha iniziato a circolare nella metà del novembre scorso, per diventare poi un fatto acquisito alla fine di novembre, quando il presidente turco Erdogan ha annunciato che il gasdotto sarebbe diventato operativo l’8 gennaio prossimo. Dicono che all’inaugurazione parteciperà anche Putin, con ciò contribuendosi a rinsaldare quella collaborazione che lega ormai da diverso tempo la Russia alla Turchia, con la crisi siriana nel ruolo di levatrice, quanto meno in relazione alle vicende militari e che ha condotto – fra le altre cose all’acquisto di armi russe da parte della Turchia, componente della Nato, che ha molto irritato alcuni partner dell’alleanza.

Ma prima ancora dei sistemi missilistici e della crisi siriana, il gas ha avvicinato moltissimo Russia e Turchia, come ricorda la russa Gazprom nel suo sito, utilizzando il Blue Stream e la Trans Balkan pipelines.

Il nuovo gasdotto russo-turco TurkStream è la prova lampante della crescente collaborazione fra i due paesi, visto che questa nuova via della seta energetica, che si stima condurrà gas lungo una infrastruttura che tocca i due chilometri di profondità nel Mar Nero, dovrebbe portare gas anche in Serbia – che di recente ha firmato un accordo di libero scambio con l’Unione euroasiatica di Putin – e in Ungheria, già al centro delle mire ferroviarie cinesi, nonché divenuta azionista del nostro porto di Trieste. Ecco quindi una delle tante tracce del triangolo di interessi che lega sempre più saldamente Turchia, Russia e Cina, nel suo relazionarsi con l’Europa, nelle sue varie articolazioni, nel ruolo di terminale.

Vale la pena sottolinea che lo stesso giorno che Erdogan annunciava l’avvio imminente di TurkStream, il presidente turco presenziava alla cerimonia di inaugurazione del TANAP (Trans Anatolian natural gas pipeline) che trasporta il gas dell’Azerbaigian lungo tutta la Turchia diretto verso la Grecia e la nostra Puglia con il TAP.

La nuova seta d’Oriente, insomma, che oggi è anche il gas, sta lentamente tessendo la sua ragnatela per arrivare sui mercati di sbocco. Quindi l’Europa innanzitutto: all’elenco delle opere in corso manca solo il Nord Stream 2 che collega la Russia alla Germania tramite il Baltico, un mare che sta recuperando la sua centralità nel grande gioco geopolitico europeo, e che ha suscitato le ire degli Usa che temono legami sempre più stretti fra Germania e Russia.

Il NS2 ha un futuro incerto, perciò. Ma questo non vuol dire che la globalizzazione del gas russo, passando per la Turchia o dovunque convenga, subirà danni irreversibili.

Proprio in questi giorni Putin, infatti, ha presentato un’altra opera, stavolta con il suo collega cinese Xi: il “Power of Siberia” un gasdotto che unisce la Siberia alla Cina.

 

A questo punto il triangolo degli interessi fra Russia, Cina e Turchia, si inizia a intravedere con maggior chiarezza. E il gas, di cui hanno bisogno gli europei come i cinesi, candida la Russia al ruolo di connettore fra l’Asia e l’Europa. Certo, non si vive di solo gas. Ma oggi non si vive neanche senza.