Il Secolo asiatico? La domanda è giusta, la risposta forse no


E’ più che sensata la domanda che titola l’edizione italiana dell’ultimo libro di Parag Khanna (“Il secolo asiatico?”, Editore Fazi). Quanto alla risposta, il titolo dell’edizione inglese (“The Future is Asian. Commerce, Conflict, and Culture in the 21st Century) rivela che l’autore ha pochi dubbi. Anzi: non ne ha affatto. Il secolo XXI sarà asiatico. Convinzione sempre più diffusa, che gareggia con quella del tramonto occidentale, di cui in fondo è la conseguenza logica. Due luoghi comuni, però, non fanno una realtà.

Detto ciò, il libro è istruttivo e vale la lettura, al netto di un tono alquanto perentorio che dissimula una certa leggerezza di argomenti. Si inserisce in quella vasta produzione di testi con ritmo giornalistico, taglio storiografico e ambizioni onniscienti che sono sempre più alla moda fra i lettori che ambiscono a penetrare problemi complessi leggendo un libro solo. Il testo è corposo, perciò, e zeppo di aneddotica su qualunque argomento, covando ambizioni enciclopediche. E questo spiega perché la lista dei ringraziamenti somigli ai titoli di coda di un film, per quant’è lunga.

Certamente, come ogni libro, paga dazio al suo autore, nato in India, cresciuto negli Emirati Arabi e poi definitivamente “occidentalizzato” dopo il trasferimento negli Stati Uniti da dove ha iniziato il suo perpetuo giro per il mondo, specializzandosi in relazioni internazionali. Oggi Khanna abita a Singapore, che per lui è una sorta di avanguardia del futuro che ci aspetta. In sostanza è il perfetto esemplare di quell’élite globalizzata, oggi in disgrazia presso svariate opinioni pubbliche, che l’Occidente ha cresciuto e coccolato ricevendone spesso in cambio sonori rimproveri. Tant’è. E’ giusto che Khanna ci ricordi l’importanza dell’Asia, ma dovremmo prima intenderci su cosa sia l’Asia.

E infatti il libro parte da qui, con una bella cartina che fotografa la porzione di mondo racchiusa fra la parte orientale dell’Africa, lungo un meridiano immaginario che include anche l’Italia, fino al Giappone, con un confine meridionale nel nord dell’Australia. Più che l’Asia, le Asie dunque. Ma l’Asia di Khanna, a cui viene dedicato un excursus storiografico molto utile per il lettore occidentale, si può considerare un monolite regionale solo a patto di notevoli semplificazioni. E tuttavia è proprio questo il punto di osservazione. “Geograficamente – scrive -, l’Asia si estende dal Mediterra­neo e dal Mar Rosso fino al Pacifico, abbracciando due terzi del continente euroasiatico e comprendendo cin­quantatré paesi e quasi cinque miliardi di persone, di cui 1,5 miliardi nella sola Cina. Il secolo asiatico, dunque, avrà inizio quando l’Asia si cristallizzerà in un tutto maggiore della somma delle parti. Questo processo è già iniziato”.

Il tono vagamente oracolare non deve scandalizzare. Non si scrive un libro del genere senza avere una visione e Khanna ce l’ha. L’Asia, con la sua connotazione di società a forte vocazione burocratica dove il valore della democrazia è subordinato alla sua capacità di assicurare il benessere dei cittadini, è il futuro che il nostro analista preconizza per noi occidentali, stanchi e disordinati. E il punto di inizio di questa narrazione è il 2017, quando per la prima volta si sono riuniti a Pechino i 68 paesi della Belt and Road iniziative promossa dalla Cina. La Cina è il gigante asiatico col quale Khanna sa di dover fare i conti. E tuttavia dice che “la Bri è stata concepita e lanciata in Asia e sarà guidata dagli asiatici”. Il che suona stonato. La Bri è un’idea cinese sulla quale sta investendo massicciamente la Cina. La parola Cina, d’altronde, è presente oltre 760 volte nelle 528 pagine del libro di Khanna e questo significherà pure qualcosa.

A parte questo dettaglio (non da poco), che siano le Asie di Khanna i grandi motori dello sviluppo economico dell’ultimo ventennio risulta chiaro dai numeri. Così come è vero che l’Occidente si sta auto-fagocitando generando crisi di vario genere, economiche, politiche e sociali, che messe insieme manifestano una crisi di senso.

Ma basta questo a dedurne che l’Asia, anzi, le Asie esprimano una visione comune? Basta dire che la zona economica asiatica – i paesi dalla penisola arabica alla Nuova Zelanda – rappresenta il 50 per cento del pil globale per credere che questa “zona” abbia una dignità politica?

Pensare che un’economia comune generi una politica comune è un errore che noi europei dovremmo avere imparato a riconoscere. E il fatto che uno studioso indulga in certe semplificazioni fa sospettare più che altro le sue simpatie. L’Asia di Khanna in sostanza è una bellissima invenzione. Territoriale, innanzitutto: “Asia è prima di tutto un descrittore geografico”. Al limite geoeconomica. Mentre è poco convincente che diventi anche un’entità geopolitica senza una qualsiasi leadership che ne guidi il processo.

Ma questo, direbbe Khanna, è un pregiudizio tipicamente occidentale. Fra le tantissime convinzioni del nostro autore c’è anche quella che fra le caratteristiche dell’ “asianità” ci sia l’essere multilaterale e che questa sia una qualità che l’Asia porterà in dote all’Occidente in vista della sua “asianizzazione”. O sarebbe meglio “cinesizzazione”, come già vaticinava Geminello Alvi in un bel libro di diversi anni fa (“Il capitalismo, verso l’ideale cinese, Marsilio)?

Eh no: “L’Asia non può essere limitata alla Cina”, dice sempre Khanna. Il che è geograficamente corretto e politicamente dubbio. In ogni caso ridurre il tutto a un confronto fra un’Asia, multilaterale e moderna, e un Occidente declinante che finirà con l’essere “asianizzato”, può essere una buona idea per un libro, ma rischia di rappresentare nulla di più che letteratura.

In definitiva, in un tempo in cui abbondano le primazie è lecito dubitare che ne serva un’altra, stavolta asiatica. Fra l’America First di Trump e l’Asia First di Khanna (“È come se gli asiatici stessero dicendo: «Prima l’Asia»”, scrive) è solo questione di sfumature. Tesi e antitesi che non è detto diventeranno sintesi, se non per chi ne scrive. Khanna è un indiano ormai americano che vive a Singapore. Ma trasformare un’autobiografia nel destino dell’umanità è un po’ troppo. Persino per Khanna.

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