La questione energetica cinese. La variabile geopolitica del nucleare

Poiché la fame mal si concilia con l’esser schizzinosi, non stupisce che i cinesi negli ultimi anni abbiano riscoperto la passione per il nucleare, fino a un quindicennio fa a dir poco sopita. Basti considerare che fino ai primi anni 90 del secolo scorso nel paese operavano solo tre impianti che, grazie ai corposi investimenti compiuti nell’ultimo decennio ormai hanno superato la quarantina.

Così arriviamo ad oggi. Nel gennaio scorso ben 49 reattori nucleari risultavano collegati alla rete elettrica, con una capacità di produzione che aveva già raggiunto i 49 GW a fine 2019, a fronte degli 11 del 2010. Grandi numeri, in valore assoluto, ma ancora piccoli, rapportati alla fame energetica cinese. Il contributo del nucleare alla produzione di elettricità è più che raddoppiato, infatti, ma è passato dal 2 al 5%. Ancora basso perché nel frattempo il consumo cinese è esploso.

Come abbiamo già osservato, infatti, la gran parte della produzione elettrica è affidata a fonti termiche.

Tuttavia, come sempre accade quando si muove, il gigante cinese ha assunto un peso specifico determinante nella produzione di energia dall’atomo. Nel 2019 questa quota ha raggiunto il 12%, collocando Pechino al terzo posto fra i produttori dopo Stati Uniti e Francia. Le prospettive, peraltro, sono di una crescita ulteriore. Nei prossimi anni la costruzione di nuovi impianti consentirà alla Cina di sorpassare la Francia, arrivando dietro agli Usa.

Le motivazioni strategiche per questo cambio di passo sono diverse, non ultima la circostanza che il carbone, che ancora sazia gran parte del consumo cinese, viene estratto all’interno del paese, mentre il consumo di energia elettrica si concentra per lo più sulle coste. Non a caso oltre il 50% della produzione elettrica da nucleare cinese è concentrata lungo le coste orientali, fra il Guandong e la Daya Bay di Hong Kong, con il Fujian e lo Zhejiang a fare il resto.

Secondo alcuni osservatori al momento la Cina ha in costruzione altri 16 reattori che entro il 2026 dovrebbero essere pronti e altri 150 progetti per altrettanti reattori sono all’esame delle autorità. La China Nuclear Energy Agency (CNEA) prevede che per il 2050, quando dovrebbe essere in fase avanzata il processo di de-carbonizzazione del paese, la capacità produttiva nucleare cinese dovrebbe raggiungere i 240 GW, pari al 15% delle necessità elettriche stimate per allora, ma non ancora sufficienti per arrivare alla neutralità del carbone entro il 2060 come promesso dal presidente cinese.

Interessante osservare che la tecnologia tramite la quale i cinesi hanno sviluppato gli impianti è in gran parte proprietaria, anche se alcuni reattori utilizzano tecnologie estere, per lo più francesi. Ciò ha avuto come conseguenza una crescente presenza della Cina nel mercato internazionale dell’energia nucleare, che è una variabile geoeconomica e geopolitica non di poco conto. Basti considerare che il Pakistan ha già attivi quattro reattori che funzionano con tecnologia cinese.

E non solo il Pakistan. Sono in costruzione reattori con tecnologia cinese in Romania e in Argentina, con la Cina a finanziare l’85% dei progetti. Altri progetti sono in valutazione in Gran Bretagna. Fin dal 2015 è aperto un dialogo con l’Iran per la costruzione di due impianti, che però sinora non ha condotto a un risultato visibile, mentre sono stati siglati memorandum di intesa con il Sud Africa, la Turchia, l’Armenia. Anche Indonesia e Giordania starebbero valutando la possibilità di dotarsi di impianti nucleari cinesi.

Quest’attivismo cela un problema, che ha che fare con la disponibilità di uranio. Al momento la Cina non riesce a produrne quanto serve per alimentare i suoi impianti, e quindi deve importarlo, principalmente dal Kazakhastan e dalla Namibia, ma anche dall’Australia, col che intravedendosi una delle tante linee vitali delle forniture che sfamano la Cina. Tante e misteriose.

(4/segue)

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